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Aveva un volto severo ed era un uomo di rari sorrisi.
Questa fu la mia prima impressione quando lo conobbi. Un
austero professore, pensai. Mi sorpresi quando seppi che era
un sindacalista. Non conoscevo ancora la qualità della sua
militanza. Sapevo soltanto che ci univa un grande amore per
il Viet Nam. Il mio era un sentimento un po' adolescenziale,
entusiastico, pieno di amore per un popolo eroico e
laborioso, per le sue donne e i suoi uomini massacrati da un
imperialismo ottuso e feroce, da un militarismo armato di
alta tecnologia, e per quelli che erano sopravvissuti e
andavano ricostruendo il loro martoriato Paese; i sentimenti
di Pino Tagliazucchi, invece, erano nutriti di cultura, di
una passione disciplinata dalla serietà di continue
ricerche, sul campo e da lontano, da uno studio del Viet Nam
che si estendeva sino a quelle che a moltissimi (certamente
a me!) paiono le vertiginose difficoltà di una delle lingue
più difficili del mondo.
Man mano
che la nostra conoscenza si approfondiva nell'ambito dell'
Associazione Italia-Viet Nam andai scoprendo che lo studio
di quella lingua non era per Tagliazucchi passione di
glottologo ma strumento per viaggiare nella storia del Paese
amico. Pino era diventato un poco alla volta quello che si
dice un "esperto": sapeva tutto sull'economia del Viet Nam,
sulle questioni militari, sulle realizzazioni del governo,
sulle discussioni in corso nel Partito Comunista. Anche (e
forse soprattutto) era un attento ricercatore e lettore e
scrittore delle straordinarie vicende di quel grande
personaggio, che fu Ho Chi Minh.
Ho avuto
da Tagliazucchi il privilegio di leggerne la
biografia
che egli andava componendo: un lavoro perennemente "in
progress", nel senso che Pino non era mai soddisfatto e
interminabilmente lo correggeva. Un'opera, secondo me,
eccellente, anche dal punto di vista stilistico perché Pino
era un autodidatta di alto livello. Ogni sua pagina
riverberava dell'ammirazione per l'uomo dai venti pseudonimi
e da un solo sogno: libertà per la terra e il popolo
"indocinesi".
Sembrava
che Pino non scrivesse da lontano - spazio e tempo - ma
accompagnasse il giovane rivoluzionario e poi l'anziano
dirigente nei boulevard di Parigi e sulle navi avventurose
delle sue peregrinazioni, lo ascoltasse in silenzio mentre
ammaestrava i compagni nel gelo di infami prigioni o li
guidava per i sentieri aspri che consentivano di varcare le
frontiere gabbando le guardie coloniali. Lo raggiungesse ai
margini dei campi di battaglia, in cui il "vecchio Zio"
componeva poesie che Pino amorosamente traduceva:
[La prima luna dell'anno riluce alta e rotonda,
l'acqua del fiume continua nel colore del ciclo.
In mezzo al fiume trattiamo le cose della
guerra.
A notte alta, al ritorno, la barca trasporta
luce di luna.]
Nel parlare del costruttore del nuovo Viet Nam, Tagliazucchi
era spesso emozionato, mai chino al culto della personalità:
non ne nascondeva errori o compromessi, i torti che
connotano inevitabilmente la vita di chi deve
incessantemente battersi contro un nemico micidiale. Le
battaglie perdute con onore, le tentazioni accettate.
Tuttavia se questa passione per la storia e per il rigore
scientifico ben si accordavano al suo aspetto grave e quasi
solenne, questo aspetto - ben presto lo capii - nascondeva
un Pino ben più sorridente. Egli era anche, infatti, il
festoso traduttore di "ca
dao",
le poesie popolari vietnamite, alcune delle quali possono
essere lette in chiave patriottica, metafore delle lotte di
un popolo
[Eccomi
come un albero nella foresta,
lo scuotono e non si muove,
lo battono eppure non cade]
ma, la maggior parte, hanno temi più dimessi: l'amore, le
sue effusioni e delusioni e tradimenti, la saggezza dei
vecchi, la durezza della povertà, la satira dei potenti.
Cercare
di pubblicare qualche sua traduzione significava lottare
contro il pudore di Tagliazucchi che anche in questo caso si
trincerava dietro la scontentezza dei suoi risultati. E
tuttavia, ipercritico com'era, parlando dei "suoi" ca
dao, Pino sorrideva. Non era difficile comprendere
che essi gli mostravano l'anima più vera ed amabile del
popolo vietnamita. Attraverso loro. Pino visitava i
minuscoli villaggi lungo i fiumi, con le sterpaglie delle
rive, cortine protettive per le carezze dei giovani amanti;
o i paesini seminascosti dalle nebbie leggere vaporanti
dalle risaie; si commoveva per le lacrime delle vedove che
si paragonavano a un cappello senza legacci che il vento può
portarsi via o a una barca senza remi, trascinata dalle
correnti; rideva dei legittimi veleni dell'invettiva
popolare contro gli oppressori di un tempo che viaggiavano
sugli elefanti come più tardi i soldati dell'Impero sui
mostri corazzati; o della castità di qualche monaco buddista
posta a repentaglio dalla visione di una ragazza dalle
labbra rosse.
Ben presto compresi che anche l'ironia (aristocratica, mai
volgare sberleffo) era una componente del carattere di Pino,
talché persino quello che costituiva il suo lavoro
"professionale", la redazione del bimestrale della F10M
"Notizie Internazionali", era attento non soltanto ai
dibattiti, alle statistiche, alle notizie ma anche allo
humor di certe immagini. Accanto gli articoli selezionati
con attenta cura, c'erano sempre le vignette dei più
illustri e mordaci disegnatori anglosassoni, francesi,
tedeschi, spagnoli. E anche quell'ultima fatica di Pino a me
risultava preziosa, trovavo su quei fogli verità e problemi
che la "grande" stampa italiana evitava o riduceva a poche
righe.
Anche, compresi (e ricorderò sempre) l'intensità dei suoi
affetti. Con la sua compagna Manu, invecchiando, avevano
assunto l'immagine di una coppia che emanava un'aria di
tenero rispettoso amore reciproco; imparai a vedere nei suoi
occhi lo sguardo riconoscente e ammirato con il quale
seguiva la figlia Nora, sapendo che divideva con lui scelte
politiche e morali; e infine, sorpreso e deliziato, lo
ascoltai una volta dichiararsi "quasi intontito" dal
tenerissimo affetto per la nipotina Djamila. Parlando di
lei, ogni solennità, ogni austerità si trasformava in fermo
riconoscimento di schiavitù: di lui che amava tanto la
libertà degli individui e dei popoli.
Ettore
Masina |