Partita ieri carica di materiali per la ricostruzione del Vietnam
offerti da cooperative, aziende e privati.

Con l’”Australe” dopo 50 anni i lavoratori rinnovano il gesto di civile umana solidarietà della “Cipriani”


Era il 13 febbraio del '22, quando l'«Amilcare Cipriani» un cargo della Cooperativa Garibaldi, lasciava il porto di Genova salutato dalle banchine da migliaia di portuali e di lavoratori. Portava a bordo la solidarietà tangibile del proletariato genovese per il popolo russo profondamente angustiato dai problemi della fame e della ricostruzione.
Ieri cinquant'anni dopo, la stessa emozione si è ripetuta a ponte dei Mille, sottobordo all'Australe stivati i medicinali, la liana, i tubi di ghisa e di plastica, la fornace per produrre i mattoni, i trattori, le ambulanze, il materiale didattico per bimbi, tutto insomma ciò che i portuali genovesi hanno saputo raccogliere tra le aziende di ogni parte d'Italia, dai Comuni, dai privati, nelle fabbriche.
«Chi ha coscienza è dalla parte del Vietnam» ha detto un oratore ieri ai cinquemila che lo ascoltavano e che poi, in un lungo colorito, fraterno corteo sono diventati diecimila. In testa c'erano i gonfaloni di Bologna, Medaglia d'Oro della Resistenza, poi gli stendardi di tutta l'Emilia (oltre mille erano venuti giù da Reggio, da Parma, da Ravenna) quelli della Toscana, poi Savona, diretta partecipe dell'iniziativa, già infilati nella schiera delle bandiere rosse e degli striscioni dei partiti, dei sindacati, delle singole fabbriche come l'Italcantieri, o la Nuova San Giorgio.
C'è voluto un quarto d'ora, con De Ferrari bloccata, perché sfilassero tutti, mentre il piccolo ambasciatore vietnamita in mezzo a Agosti e Fusaro capi dei portuali, accanto Lombardi, Pajetta, e Danilo Morini (democristiano della sinistra emiliana che ha partecipato attivamente alla raccolta) coglieva negli applausi della gente, il calore e la simpatia del gesto Italiano.
Il rappresentante del Governo Vietnamita Nguyen Van Thien alla Manifestazione di GenovaE i chilometri a piedi, attraverso la città, non hanno mai spento l'entusiasmo degli amici del Vietnam. Eppure erano in molti ad aver fatto mattino, al molo Canepa, per sistemare nelle stive gli ultimi pezzi da trasportare.
Quanti hanno lavorato, in porto, dietro questa spedizione? «Tutti » risponde Giancarlo Villa, 28 anni spedizioniere di Di Negro, che non voleva dare il nome (come gli altri) perché vuole che l'«Australe» resti patrimonio comune. Ma è lui, per gli altri; scelto cosi per un caso di cronaca «Duemila tonnellate di merce da bollare, sdoganare, condurre avanti tra le cento difficoltà che la burocrazia impone — dice — costituiscono una fatica enorme per dei volontari, pur pratici del mestiere».
Manlio Ambrosi 41 anni portuale di Rivarolo è giunto a fare, in questi quattro giorni che sono occorsi per caricare la nave, anche dieci ore al giorno, terminato il suo turno. «Non solo c'erano da movimentare le casse, ma da andare in giro, per il porto a cercare le tavole da fardaggio, le rizze per fissare il carico, i tornichetti, le corde. Roba di recupero, oppure roba regalata da questa o quell'azienda. A casa si è andati quasi al rischio del divorzio».
E perché loro potessero lavorare, altri preparavano i mezzi meccanici; Luigi Dalgé e Augusto Pinazzi si fermavano la notte per tenere in efficienza i trattori che la Seport aveva messo a disposizione.
Piercarlo Cartagenova, 40 anni di Staglieno, una vita in porto; era nel comitato di coordinamento. Un mese di riunioni nella sede della Culmv lasciata a disposizione permanente, «quando l'Australe è arrivata era tutto in ordine e pronto perché le venti squadre a bordo e le venti di terra cominciassero a caricare».
« La nave aveva preso un fortunale e certo non si presentava bene — ricorda Natale Cinquegrani, 39 anni di Quinto comandante d'armamento della nave —c'era da riverniciarla alla svelta. Sono venuti quelli del Ramo Industriale e il problema è stato subito risolto. Sono stati magnifici. Ma hanno lavorato tutti s'intende dal Consorzio agli ormeggiatori ai rimorchiatori e a chi gli chiede perché è stata la Garibaldi a mettere a disposizione la nave risponde semplicemente: «toccava a noi".
Pensare che nell'inverno scorso, di quelle duemila tonnellate di materie preziose non c'era nulla. C’era solo una idea, venuta fuori spontanea e improvvisa al console della Culmv Agosti, a Cavriago, quando gli amici italiani del Vietnam si erano riuniti per concordare l'azione. “E' partito un aereo — aveva detto Agosti — bene, noi faremo partire una nave, come cinquant'annifa».
Paolo Zerbini – Il Lavoro – Genova 18 novembre 1973 - Domenica