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C'è un Vietnam dagli occhi spenti per colpe
altrui.
È un Paese costretto a fare i conti con un passato che vorrebbe
dimenticare una volta per tutte, giacché i nemici di ieri - gli Stati
Uniti, giusto per non rimanere nel vago - oggi sono partner economici di
prim'ordine e anche, ciò che più conta, preziosissimi alleati per
raggiungere l'obiettivo rincorso da ben 11 Paesi: l'ingresso ufficiale
nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), tappa indispensabile
nel cammino che entro il 2020 dovrebbe portare il dragone indocinese a
fregiarsi - dopo tanta fame patita - del titolo di "Paese
industrializzato", ovvero di nazione a pieno titolo sviluppata.

Tutto questo Liam non lo sa.
Ha 13 anni e una storia triste, complici i capricci della genetica. Suo
nonno Tuyen, classe 1928, ha combattuto la guerra di liberazione contro
gli americani, come da queste parti si chiama il sanguinosissimo
conflitto che oppose il Vietnam del Nord al Vietnam del Sud e agli Usa.
Il suo reparto fu vittima, come molti, di bombardamenti in cui venivano
utilizzati prodotti chimici, soprattutto il cosiddetto "agente
orange", un erbicida contenente diossina. Lui sopravvisse e
mise su famiglia. Suo figlio Khiet nacque sano. Sua nipote, no. Liam,
infatti, è ipovedente. Ci vede pochissimo, quasi nulla. Nonostante
tutto, lotta per avere un futuro. Studia nella scuola elementare Nguyen
Dinh Chieu, nel cuore di Hanoi. Frequenta la quinta "B". Nessuna classe
"separata", ma pieno inserimento: ha compagni normali che le vogliono
bene e maestre che la seguono con intelligente dedizione.
Grazie ai finanziamenti che la sezione italiana di Cbm (Christian blind
mission. Missioni cristiane per i ciechi nel mondo) assicura a lei e a
chi, come lei, si trova ad avere seri problemi di vista, ha forse più
opportunità di tanti coetanei vietnamiti: frequenta lezioni di arte, di
informatica e di musica, impara a sbrigare le faccende domestiche,
perché da quell'istituto gli allievi ciechi e quelli ipovedenti devono
uscire in grado di cavarsela da soli.
Sorride, Liam. Nessuno, però, può dire che cosa provi realmente, dentro.
Un suo compagno dì scuola, Nguyen Thanh Tuyen, 16 anni, cieco da 7, a
dispetto delle buone maniere che dissimulano i suoi sentimenti più
profondi, è pieno di rabbia. L'ha dimostrato realizzando una scultura
che ricorda drammaticamente l'urlo di Munch, le orbite vuote, spettrali,
la bocca spalancata in un grido muto.
Fuori dalla scuola, attorno al Vietnam - che suo malgrado - affronta la
vita a occhi chiusi affidandosi ai quattro sensi superstiti, c'è invece
un Vietnam che va di fretta, cuore e mente concentrati altrove. Corre
senza curarsi dei limiti di velocità, sfidando in tal modo le pur
numerose pattuglie di polizia schierate ai bordi delle vie. Sgomma in
sella a una marea di motociclette.
Questo Vietnam tradisce un'inquietudine che va ben oltre l'indisciplina
stradale e che non si spiega solo con la giovane età della popolazione
(la metà degli 83 milioni di abitanti ha meno di 30 anni). I dati
economici, ad esempio, riflettono questa voglia di bruciare le tappe.
Nel corso del 2005, per dire, il Vietnam è cresciuto dell'8,4 per cento,
un incremento superiore agli obiettivi previsti e che lo consacra tra le
nazioni asiatiche più dinamiche. La miseria ne esce fiaccata, ma non
sconfitta del tutto.
Nel 1993, il 58 per cento della popolazione viveva sotto la soglia della
povertà: oggi, la percentuale è nettamente inferiore (si attesta attorno
al 23 per cento). Il che, tuttavia, vuoi dire che un vietnamita su
cinque fatica a tirare avanti. Le stime più credibili fissano il
Prodotto interno lordo pro-capite a 640 dollari all'anno. Il Governo
intende portare tale livello a mille dollari all'anno entro il 2010 e a
trasformare il Paese in una nazione industrializzata entro il 2020.
"La pratica riguardante l'ingresso del Vietnam nell'Organizzazione
mondiale del commercio (Wto) è entrata felicemente nella sua fase finale»,
ha dichiarato il 27 marzo scorso l'ambasciatore norvegese Eirik Glenne,
capo della delegazione esaminatrice del Wto, pur senza precisare la data
che dovrebbe coronare la lunga rincorsa di Hanoi, cominciata nel gennaio
1995.
Non tutto è rosa e fiori, ovviamente.
Le crescenti aperture in campo economico non sono accompagnate da
analoghe concessioni nei delicati settori delle libertà civili e
politiche. Dal 1986 in poi, il nuovo corso (Doi Moi) punta
a introdurre le regole del libero mercato, lasciando però le redini del
potere saldamente in mano al Partito comunista. Che qualche settimana fa
ha celebrato il suo decimo congresso.
Con una sorpresa. Il generale Vo
Nguyen Giap, l'eroe nazionale che sconfisse francesi e
americani, ha scatenato la sua ultima offensiva alla bella età di 94
anni, fedele al motto che lo rese celebre (e temuto dai generali
avversari): «Nulla deve essere convenzionale». Tagliente come
sempre, l'anziano generale ha arringato i giovani del Partito comunista
vietnamita, denunciando a chiare lettere (secondo quanto riportato dal
quotidiano di Hong Kong South China Morning Post) il deficit di
democrazia ed esortando tutti a ritagliarsi maggiori spazi di confronto
oltre che di onestà pubblica e privata, combattendo la corruzione
dilagante.
In questo clima, ben sottolineato dalle periodiche denunce delle
organizzazioni che sì battono per il rispetto dei diritti umani
(puntualmente rispedite al mittente da Hanoi), opera la Chiesa
cattolica, che in Vietnam conta 6 milioni di fedeli con circa 3.000
sacerdoti. Si prega con fervore alla Messa domenicale delle 9, nella
cattedrale di Hanoi, dedicata a san Giuseppe. I ventilatori (ce ne sono
a ogni colonna) rendono l'aria meno irrespirabile. La chiesa è gremita.
Molti i giovani. Ci si scambia il segno della pace facendo un leggero
inchino, in perfetto stile orientale.
L'episcopio è a poche decine di metri da lì, girato l'angolo. «Le
relazioni con il Governo stanno migliorando», dichiara a Famiglia
Cristiana monsignor Joseph Ngó Quang Kiét, 54 anni, arcivescovo della
capitale, che cita, come esempio, la vicenda dei seminari.
«Dopo la riunificazione del Paese, nel 1975, vennero chiusi. Riaperti
a partire dai 1986, sono stati obbligati ad avere un numero limitato e
predeterminato di seminaristi. Gli ingressi non erano autorizzati se non
a cadenza periodica, e comunque non ogni anno. Dal 2005 non è più così.
Oggi, solo il seminario di Hanoi conta 235 giovani. L'anno prossimo
pensiamo di arrivare a 290. Nelle 8 diocesi del Nord, calcoliamo che
circa mille giovani attendono di entrare in seminario. I miglioramenti
sono innegabili. Ciò non significa che abbiamo raggiunto la migliore
delle situazioni ipotizzabili».
«Registriamo differenze tra il Nord e il Sud, dove c'è più libertà»,
aggiunge monsignor Joseph Ngó Quang Kiét. "Così come nelle grandi città
ci sono più possibilità rispetto alle zone rurali. Le campagne, infine,
godono di una libertà più ampia di quella accordata alle aree montane.
Un esempio? Quest'anno sembravano cose fatte la consacrazione di una
chiesa cattolica e l'invio di un sacerdote nella provincia montana di Ha
Giang, fin qui priva di cura pastorale, ma le autorità locali a un certo
punto hanno fatto pressione su chi aveva presentato la richiesta,
affinchè ritirasse la propria firma. Da parte nostra, continuiamo
l'impegno educativo e caritativo (a questo proposito va detto che le
suore di Madre Teresa potrebbero tornare a svolgere attività sociali in
Vietnam dopo anni di divieti; l'8 giugno, suor Nirmala, superiora delle
Missionarie della Carità, ha incontrato al riguardo alcuni funzionar!
governativi, ndr). Ci troviamo a
fronteggiare nemici nuovi, per le coscienze: il consumismo e il
relativismo etico. Circa l'auspicata ripresa di normali relazioni
diplomatiche tra il Governo vietnamita e la Santa Sede, si è a buon
punto. Chi dice che il Vietnam non può, in questo, anticipare la Cina,
non dice una cosa lontana dal vero».

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