Attualità Vietnam

Il DRAGONE va di fretta
di Alberto Chiara - foto di Stefano De Luigi/Contrasto
Famiglia Cristiana n. 27/2006
 

C'è un Vietnam dagli occhi spenti per colpe altrui.
È un Paese costretto a fare i conti con un passato che vorrebbe dimenticare una volta per tutte, giacché i nemici di ieri - gli Stati Uniti, giusto per non rimanere nel vago - oggi sono partner economici di prim'ordine e anche, ciò che più conta, preziosissimi alleati per raggiungere l'obiettivo rincorso da ben 11 Paesi: l'ingresso ufficiale nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), tappa indispensabile nel cammino che entro il 2020 dovrebbe portare il dragone indocinese a fregiarsi - dopo tanta fame patita - del titolo di "Paese industrializzato", ovvero di nazione a pieno titolo sviluppata.


Tutto questo Liam non lo sa.
Ha 13 anni e una storia triste, complici i capricci della genetica. Suo nonno Tuyen, classe 1928, ha combattuto la guerra di liberazione contro gli americani, come da queste parti si chiama il sanguinosissimo conflitto che oppose il Vietnam del Nord al Vietnam del Sud e agli Usa. Il suo reparto fu vittima, come molti, di bombardamenti in cui venivano utilizzati prodotti chimici, soprattutto il cosiddetto "agente orange", un erbicida contenente diossina. Lui sopravvisse e mise su famiglia. Suo figlio Khiet nacque sano. Sua nipote, no. Liam, infatti, è ipovedente. Ci vede pochissimo, quasi nulla. Nonostante tutto, lotta per avere un futuro. Studia nella scuola elementare Nguyen Dinh Chieu, nel cuore di Hanoi. Frequenta la quinta "B". Nessuna classe "separata", ma pieno inserimento: ha compagni normali che le vogliono bene e maestre che la seguono con intelligente dedizione.
Grazie ai finanziamenti che la sezione italiana di Cbm (Christian blind mission. Missioni cristiane per i ciechi nel mondo) assicura a lei e a chi, come lei, si trova ad avere seri problemi di vista, ha forse più opportunità di tanti coetanei vietnamiti: frequenta lezioni di arte, di informatica e di musica, impara a sbrigare le faccende domestiche, perché da quell'istituto gli allievi ciechi e quelli ipovedenti devono uscire in grado di cavarsela da soli.
Sorride, Liam. Nessuno, però, può dire che cosa provi realmente, dentro.
Un suo compagno dì scuola, Nguyen Thanh Tuyen, 16 anni, cieco da 7, a dispetto delle buone maniere che dissimulano i suoi sentimenti più profondi, è pieno di rabbia. L'ha dimostrato realizzando una scultura che ricorda drammaticamente l'urlo di Munch, le orbite vuote, spettrali, la bocca spalancata in un grido muto.

Fuori dalla scuola, attorno al Vietnam - che suo malgrado - affronta la vita a occhi chiusi affidandosi ai quattro sensi superstiti, c'è invece un Vietnam che va di fretta, cuore e mente concentrati altrove. Corre senza curarsi dei limiti di velocità, sfidando in tal modo le pur numerose pattuglie di polizia schierate ai bordi delle vie. Sgomma in sella a una marea di motociclette.
Questo Vietnam tradisce un'inquietudine che va ben oltre l'indisciplina stradale e che non si spiega solo con la giovane età della popolazione (la metà degli 83 milioni di abitanti ha meno di 30 anni). I dati economici, ad esempio, riflettono questa voglia di bruciare le tappe. Nel corso del 2005, per dire, il Vietnam è cresciuto dell'8,4 per cento, un incremento superiore agli obiettivi previsti e che lo consacra tra le nazioni asiatiche più dinamiche. La miseria ne esce fiaccata, ma non sconfitta del tutto.
Nel 1993, il 58 per cento della popolazione viveva sotto la soglia della povertà: oggi, la percentuale è nettamente inferiore (si attesta attorno al 23 per cento). Il che, tuttavia, vuoi dire che un vietnamita su cinque fatica a tirare avanti. Le stime più credibili fissano il Prodotto interno lordo pro-capite a 640 dollari all'anno. Il Governo intende portare tale livello a mille dollari all'anno entro il 2010 e a trasformare il Paese in una nazione industrializzata entro il 2020.
"La pratica riguardante l'ingresso del Vietnam nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) è entrata felicemente nella sua fase finale», ha dichiarato il 27 marzo scorso l'ambasciatore norvegese Eirik Glenne, capo della delegazione esaminatrice del Wto, pur senza precisare la data che dovrebbe coronare la lunga rincorsa di Hanoi, cominciata nel gennaio 1995.
Non tutto è rosa e fiori, ovviamente.
Le crescenti aperture in campo economico non sono accompagnate da analoghe concessioni nei delicati settori delle libertà civili e politiche. Dal 1986 in poi, il nuovo corso (Doi Moi) punta a introdurre le regole del libero mercato, lasciando però le redini del potere saldamente in mano al Partito comunista. Che qualche settimana fa ha celebrato il suo decimo congresso.
Con una sorpresa. Il generale Vo Nguyen Giap, l'eroe nazionale che sconfisse francesi e americani, ha scatenato la sua ultima offensiva alla bella età di 94 anni, fedele al motto che lo rese celebre (e temuto dai generali avversari): «Nulla deve essere convenzionale». Tagliente come sempre, l'anziano generale ha arringato i giovani del Partito comunista vietnamita, denunciando a chiare lettere (secondo quanto riportato dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post) il deficit di democrazia ed esortando tutti a ritagliarsi maggiori spazi di confronto oltre che di onestà pubblica e privata, combattendo la corruzione dilagante.

In questo clima, ben sottolineato dalle periodiche denunce delle organizzazioni che sì battono per il rispetto dei diritti umani (puntualmente rispedite al mittente da Hanoi), opera la Chiesa cattolica, che in Vietnam conta 6 milioni di fedeli con circa 3.000 sacerdoti. Si prega con fervore alla Messa domenicale delle 9, nella cattedrale di Hanoi, dedicata a san Giuseppe. I ventilatori (ce ne sono a ogni colonna) rendono l'aria meno irrespirabile. La chiesa è gremita. Molti i giovani. Ci si scambia il segno della pace facendo un leggero inchino, in perfetto stile orientale.
L'episcopio è a poche decine di metri da lì, girato l'angolo. «Le relazioni con il Governo stanno migliorando», dichiara a Famiglia Cristiana monsignor Joseph Ngó Quang Kiét, 54 anni, arcivescovo della capitale, che cita, come esempio, la vicenda dei seminari.
«Dopo la riunificazione del Paese, nel 1975, vennero chiusi. Riaperti a partire dai 1986, sono stati obbligati ad avere un numero limitato e predeterminato di seminaristi. Gli ingressi non erano autorizzati se non a cadenza periodica, e comunque non ogni anno. Dal 2005 non è più così. Oggi, solo il seminario di Hanoi conta 235 giovani. L'anno prossimo pensiamo di arrivare a 290. Nelle 8 diocesi del Nord, calcoliamo che circa mille giovani attendono di entrare in seminario. I miglioramenti sono innegabili. Ciò non significa che abbiamo raggiunto la migliore delle situazioni ipotizzabili».
«Registriamo differenze tra il Nord e il Sud, dove c'è più libertà», aggiunge monsignor Joseph Ngó Quang Kiét. "Così come nelle grandi città ci sono più possibilità rispetto alle zone rurali. Le campagne, infine, godono di una libertà più ampia di quella accordata alle aree montane. Un esempio? Quest'anno sembravano cose fatte la consacrazione di una chiesa cattolica e l'invio di un sacerdote nella provincia montana di Ha Giang, fin qui priva di cura pastorale, ma le autorità locali a un certo punto hanno fatto pressione su chi aveva presentato la richiesta, affinchè ritirasse la propria firma. Da parte nostra, continuiamo l'impegno educativo e caritativo (a questo proposito va detto che le suore di Madre Teresa potrebbero tornare a svolgere attività sociali in Vietnam dopo anni di divieti; l'8 giugno, suor Nirmala, superiora delle Missionarie della Carità, ha incontrato al riguardo alcuni funzionar! governativi, ndr). Ci troviamo a fronteggiare nemici nuovi, per le coscienze: il consumismo e il relativismo etico. Circa l'auspicata ripresa di normali relazioni diplomatiche tra il Governo vietnamita e la Santa Sede, si è a buon punto. Chi dice che il Vietnam non può, in questo, anticipare la Cina, non dice una cosa lontana dal vero».