IL TESORO DI HOI AN.
IL MARE RESTITUISCE UN PREZIOSO CARICO DI CERAMICHE DOPO 500 ANNI
di Gianmaria Obrietan


Non ne ho mai parlato qui, ma i visitatori del nostro museo sanno che dal 2001 possediamo un’importantissima collezione di ceramiche antiche, realizzate in Vietnam nel 1400 e rimaste in fondo al mare per quasi 5 secoli, dopo che la nave che le trasportava affondò al largo della città di Hoi An, forse a causa di una tempesta. Dal giorno in cui alcuni pescatori per primi incapparono in una pesca inattesa, ci sono voluti anni di preparazione, una lunga cooperazione con il governo Vietnamita e milioni di dollari per recuperare il tesoro di Hoi An e farne arrivare una piccola parte qui al Museo, dopo 500 anni trascorsi nel profondo dell’oceano.

La storia inizia nel 1993, quando al largo del villaggio di Hoi An (Vietnam), nelle reti di alcuni pescatori rimasero impigliate alcune ceramiche di incredibile rarità e bellezza, risalenti al 1400. A seguito della scoperta, il governo del Vietnam si impegnò attivamente in un’operazione di recupero, in collaborazione con l’Università di Oxford ed una compagnia privata malese (Saga Horizon). Tale campagna si risolse in quella che è oggi considerata “la più importante scoperta di tutti i tempi” nel settore delle ceramiche del sud est asiatico. Tra gli oggetti recuperati spiccano piatti, vasi, giare ed altri pezzi dai colori e dai decori stupendi, nonché tipologie di oggetti mai viste in precedenza. L’esame dei pezzi da parte del M.A.R.E. (il dipartimento di archeologia sottomarina dell’Università di Oxford), confermato dalla datazione al radiocarbonio del relitto, ha consentito di certificare con precisione l’epoca di produzione del carico (1440 d.c. + o – 40 anni), e di localizzarne la provenienza nella aree di Chu Dao e My Xa, nel Vietnam del Nord.

La scoperta di queste ceramiche vietnamite assunse una tale rilevanza a livello mondiale, che l’UNESCO, in seguito al ritrovamento, dichiarò Hoian “Patrimonio dell’umanità”. Del carico recuperato, il 10% fu donato ai musei del Vietnam, un’altra parte consistente fu acquistata dai principali musei del mondo, e il resto fu messo all’asta a S. Francisco, in California, a cura della Butterfields.
La THAIS, con la collaborazione del Dr. Fabrizio Caldara e del Dr. Alberto Buson, ha partecipato a quest’evento assicurandosi alcuni tra i migliori esemplari, che sono andati a costituire la magnifica collezione esposta nella nostra galleria di Villa Orna e sono oggi a disposizione di collezionisti e appassionati.



1. La Scoperta del Relitto

I pescatori di Hoi An non sanno dire chi fu il primo a trovare il relitto e quando, ma fu in qualche momento tra il 1993 e il 1994 che, per qualche allora misteriosa ragione, le reti di una barca si incagliarono sul fondo. Il primo tesoro emerse presto dal mare. Il fortunato pescatore cercò di mantenere segreta la scoperta, ma le parole volano e l’eccitazione spesso origina azioni sconsiderate.

Fu così infatti che le reti vennero gettate ripetutamente nel sito del ritrovamento, permettendo il recupero dei pochi oggetti che si trovavano sullo strato più superficiale. Successivamente, le sortite di ‘pesca’ si fecero più aggressive e i tentativi di recuperare con le reti anche i pezzi affondati nella sabbia causarono la distruzione di un gran numero di ceramiche. Il danno era comunque considerato ben poca cosa se confrontato con la possibilità di portare nuovi pezzi sul mercato dell’antiquariato di Hoi An.

Ben presto venditori professionisti entrarono in gioco e i primi pezzi comparvero nei mercati di Ho Chi Minh (Saigon), Singapore, Tokio, Hong Kong e Londra. La gente cominciò a capire che nel mare della Cina del sud era stata fatta una scoperta archeologica di straordinaria importanza, ma ben pochi sapevano con esattezza dove, e quei pochi non ne parlavano di certo.

Solo quando due commercianti giapponesi vennero fermati all’aeroporto di Da Nang con le valige piene di antiche ceramiche, la cosa divenne finalmente di dominio degli archeologi. Con l’aiuto delle autorità, essi scoprirono l’origine del materiale recuperato, e poterono inoltre stabilire che il relitto della nave giaceva ad una profondità tale da impedirne l’accesso ai pescatori con la semplice apnea.



2. Lo Scavo

La Saga e la VISAL ottennero il permesso dal governo Vietnamita di condurre uno scavo che permettesse il recupero degli artefatti. La Saga finanziò e gestì l’intero progetto che comprendeva la sorveglianza e protezione del sito, e lo scavo archeologico stesso. La Saga si avvalse della collaborazione della sezione di Archeologia subacquea dell’Università di Oxford (Oxford MARE) che si occupava del recuperi di relitti in mare dal 1981 e che era stato il primo gruppo al mondo ad utilizzare veicoli operanti sui fondali con controllo a distanza e tecniche di recupero archeologico in acque profonde. Lo stesso direttore della Saga Horizons, Mr. Ong, aveva una grossa esperienza in operazioni di questo tipo, la più importante delle quali era avvenuta negli anni ’80 quando venne recuperato il famoso Carico di Nanchino, un prezioso tesoro di porcellane risalenti al periodo Ming.

La VISAL e la Saga avrebbero provveduto l’equipaggiamento e le navi, mentre la Oxford MARE avrebbe fornito il know-how archeologico e avrebbe diretto tutti gli aspetti legati allo scavo. Una serie di collaborazioni si stabilirono con il Museo Nazionale di Storia e l’Istituto Nazionale di Archeologia di Hanoi e allo stesso modo con parecchi altri musei e istituzioni universitarie. Per sovrintendere alle operazioni il Ministro della Cultura organizzò un Comitato Archeologico presieduto dal Dr. Pham Quoc Quan, direttore del Museo Nazionale di Storia del Vietnam. Nelle campagne di scavo che seguirono, tutte le procedure dovettero ottenere l’approvazione del Comitato.

Con l’aiuto dei pescatori che avevano per primi individuato il sito, la posizione del relitto venne identificata 22km. al largo di Da Nang; Vietnam centrale, e una prima indagine fu avviata nell’Agosto del 1997. Fin dall’inizio il Governo Vietnamita e l’Università di Oxford insistettero affinché il progetto fosse condotto nel modo proprio ad uno scavo archeologico. Il vero problema era che si trattava del primo tentativo di recupero archeologico a tale profondità e che nessuno, me compreso, era certo delle tecniche subacquee da impiegare e delle metodologie archeologiche più appropriate.

La prima volta che avevo visto il relitto nel 1997 ero rimasto atterrito da quello che ci aspettava. Acque gelide, visibilità praticamente a zero e furiose correnti marine, insieme ad una profondità che non era mai stata raggiunta in alcun altro scavo archeologico, erano le premesse per il più difficile e pericoloso recupero mai tentato.

Ovunque puntassi la mia torcia non vedevo altro che ceramiche frantumate, nascoste in una notte perpetua. Ero preoccupato per la possibilità che, depredando il sito, i pescatori avessero distrutto tutto, ma ogni volta che affondavo il mio braccio nella sabbia sentivo file e file di tazze e piatti uno dentro l’altro, raccolti in maniera così compatta da impedire l’estrazione anche di un solo campione senza il rischio di romperlo. Come disse uno di noi più tardi: “era come se tastassimo delle mele”.

Nel 1997 e 1998, facemmo due tentativi di scavo del relitto, uno dei quali finì prematuramente quando noi e l’Abex, il nostro barcone da 60 metri, fummo quasi spazzati via da un tifone. Entrambe le spedizioni dimostrarono l’impossibilità di condurre uno scavo prettamente archeologico a 60 metri di profondità.

Nel 1999 tornammo con un nuovo vascello da recupero di 70 metri, il Tropical 388. L’Abex fu attrezzato invece come barca archeologica per lo stoccaggio, la desalinizzazione e le operazioni archeologiche di superficie, al quale più tardi si aggiunse anche l’OL Star. Ogni nave era equipaggiata con una barca appoggio che faceva spola con il porto di Hoi An e si curava degli approvvigionamenti necessari. La stagione di ricerca 1999 aveva coinvolto più di 150 persone.

Sopra l’intero relitto venne subito posata una griglia d’acciaio che ne suddividesse la superficie in quadrati di due metri di lato. Quindi il vasellame venne fila per fila e strato per strato recuperato e ridisposto nel medesimo ordine sul ponte della nave.

Una volta terminato lo scavo ci vollero lunghi mesi per completare la desalinizzazione, le operazioni di conservazione e la registrazione di tutti i pezzi trovati. Per molte settimane le due navi archeologiche vennero ormeggiate a Ky Hat, un piccolo porto protetto a sud di Cu Lao Cham. Terminata la desalinizzazione, gli artefatti vennero impacchettati e spostati in un enorme magazzino nei pressi di Hoi An, e da qui a Da Nang dove 60 persone continuarono con la pulitura, la fotografie, il disegno dei dettagli e la catalogazione di ogni singolo pezzo. Guardandomi indietro, devo riconoscere che la parte più difficile dell’intera operazione non fu lo scavo, ma piuttosto la gestione e la razionalizzazione dell’enorme volume dei dati.



3. Immersione con la tecnica della saturazione

Questa è una tecnica professionale di immersione che permette agli operatori di sopravvivere in un ambiente ad una determinata pressione per un periodo di alcune settimane, senza interrompere il lavoro con lunghe decompressioni. Durante questo tempo, i tessuti vengono saturati da una combinazione artificiale di vari gas che i subacquei respirano. Nel mio team ad esempio vennero usati elio e ossigeno (heliox). Le persone vivevano in camere pressurizzate sul ponte della nave e venivano portati e recuperati dal sito all’interno di campane pressurizzate. I gas che respiravano, la corrente elettrica, i cavi video e quelli di comunicazione, l’acqua calda che circolava nelle mute per evitare il congelamento, erano tutti trasportati dalla superficie attraverso una serie di tubi e cavi cablati, che venivano definiti “ombelicali”.

Uno staff di 4 persone monitorava costantemente i sistemi di sopravvivenza mentre altri 15 tecnici supportavano tutte le loro attività. Alla fine di questo periodo di “isolamento” ci vollero tre giorni per riportare le persone alla pressione atmosferica. Utilizzando due team di subacquei, ognuno operante per 12 ore, potemmo procedere con il lavoro di scavo ininterrottamente per 24 ore al giorno. Al centro di controllo sulla nave c’erano gli archeologi che studiavano le strategie e coordinavano le operazioni. Il contatto con i subacquei era continuo grazie ai sistemi di comunicazione via cavo e alle telecamere installate ai caschi delle mute.



4. I pericoli del Mare dei Dragoni

Oltre a tutto l’equipaggiamento specialistico e alle tecniche richieste per il recupero del carico della Hoi An, le operazioni furono complicate da quello che i locali chiamano il “Mare dei Dragoni”, un nome che ben definisce questo luogo così notoriamente inospitale. Violenti tifoni e la piaga della pirateria rappresentano ironicamente gli stessi pericoli che affrontarono i marinai di 500 anni fa.

Più della metà dei casi di pirateria nel mondo avvengono nei mari della Cina del Sud. Nell’ultimo decennio, i pirati hanno catturato centinaia di navi. Solo nel 1995 ben 188 attacchi sono stati registrati in quest’area. Una spedizione carica di tecnologie e con un tesoro in ceramiche era di certo un bersaglio interessante. Quando ricevemmo l’avvertimento che i pirati stavano operando nell’area, la sola difesa in attesa dell’aiuto da parte delle autorità fu di organizzare un gruppo di sentinelle in uniforme militare nella speranza che l’illusione facesse da deterrente ad un eventuale attacco. Fortunatamente i pirati non si avvicinarono mai a sufficienza per scoprire il trucco e la spedizione non fu mai seriamente minacciata.

Tuttavia, Madre Natura era ugualmente un problema serio. Gli stessi venti che rendevano possibili i viaggi commerciali alle navi nel XV e XVI secolo spesso si trasformavano, e lo fanno tuttora, in fenomeni potenti e spaventosi, i tifoni tropicali. Ad un certo punto della spedizione di recupero ogni operazione venne interrotta, ma solo le tecniche moderne di previsione meteorologica permisero all’equipaggio di affrontare il tifone con la dovuta preparazione. Ma nonostante ciò, i forti venti misero comunque a repentaglio la vita dei subacquei e dell’equipaggio di bordo.

Una uscita in sicurezza dalle camere da immersione richiede un periodo di decompressione di 3 giorni. Un qualsiasi evento che ne avesse violato la tenuta stagna avrebbe portato inevitabilmente alla morte gli occupanti. Un ritorno prematuro alla pressione atmosferica avrebbe letteralmente portato il corpo ad esplodere. Nel caso poi che la nave fosse affondata solo l’equipaggio di superficie avrebbe avuto qualche possibilità di salvezza. Per aumentare le speranze di sopravvivenza dei nove sommozzatori, in occasione di un forte tifone vennero tutti raccolti nella campana da immersione, che fu lasciata libera nell’oceano con 48 ore d’aria disponibile. Un enorme galleggiante e delle ancore permettevano di mantenere comunque la campana entro un’area non troppo grande. Alcuni anni prima nelle stesse acque, un altro equipaggio venne sorpreso da una simile tempesta. La nave affondò con i sommozzatori nella camera di decompressione. Uno degli occupanti sacrificò la vita uscendo dalla camera per segnalare con il suo corpo la posizione dei colleghi intrappolati. Il suo corpo venne ritrovato ma sfortunatamente non in tempo per salvare i compagni. Fortunatamente per il team della Hoi An, una volta passato il tifone, la campana da immersione venne recuperata e l’equipaggio poté ritornare in tutta sicurezza nella camera di decompressione della nave.




5. L’importanza della scoperta

Il carico di Hoi An è così importante perché aiuta a riempire un grande vuoto nella nostra conoscenza della storia. Arte e cultura vietnamite sono sempre state adombrate da un gigantesco vicino, la Cina. La Cina, anche per tradizione, dominò i commerci di porcellane e ceramiche dell’Asia, producendo i preziosi lavori che arricchirono le collezioni dei sultani in medio-oriente e dei reali in Europa. Tuttavia, il carico di Hoi An ci dimostra che 500 anni fa, i Vietnamiti e non i Cinesi, stavano producendo molti dei più importanti ed esaltanti prodotti dell’arte ceramica del sud-est asiatico.

Questo tesoro fornisce un apporto significativo alla nostra conoscenza della cultura Vietnamita e della storia dell’arte in Asia. Durante il XV secolo i Vietnamiti riguadagnarono la loro indipendenza dalla Cina, e contemporaneamente ridiedero vigore alla loro arte e alla loro cultura. Allo stesso tempo, la Cina dei Ming chiuse le sue porte al resto del mondo e bloccò le esportazioni.

La varietà e la qualità delle loro merci, ben rappresentate dal carico di Hoi An, suggeriscono che la produzione Vietnamita ebbe un’espansione tale da coprire il vuoto lasciato dai Cinesi. Ma anziché imitare forme, disegni e motivi Cinesi, le ceramiche Vietnamite hanno uno stile innovativo, pieno di vigore e unico.



6 – La tradizione della ceramica in Vietnam

Il cuore del Vietnam del Nord, con Hanoi al centro, lungo il corso del Fiume Rosso è ricco di antichi siti per la produzione di ceramica. Dal XII fino al XVI secolo, i ceramisti Vietnamiti svilupparono una tradizione locale di forme e decori particolarmente sofisticata che attirò commercianti dalla Cina, dal Sud-Est Asiatico, dal mondo Islamico e dall’Europa.

Insieme a questo sviluppo, alcune delle forme richieste dai commercianti stranieri entrarono a far parte del patrimonio locale. Trasportate lungo il Fiume Rosso verso il mare, le ceramiche, con altri prodotti tipici del Vietnam venivano poi caricate sulle navi straniere presso Van Don, per iniziare il viaggio verso la loro destinazione finale, attraverso il Mar della Cina. Le ceramiche del carico di Hoi An forniscono una quantità di materiale senza precedenti risalente al tardo XV secolo. Si ritiene che i forni nei quali queste ceramiche vennero cotte si trovino a Chu Dau nella provincia di Hai Hung vicino ad Hanoi.

La datazione del relitto di Hoi An non è precisa. Tuttavia, i test al radiocarbonio indicano che la maggior parte del carico risale al 1449, con un margine di errore di 50 anni. I pochi pezzi di porcellana Cinese trovati tra le stoviglie di bordo risalgono al periodo di Interregno (1436-1464) e non sembra che, all’epoca dell’affondamento, fossero particolarmente vecchie. Ulteriori studi, nuove scoperte sulla terraferma, l’evoluzione della scienza e forse un giorno un ritorno al sito, potrebbero migliorare la comprensione della cronologia di questa importante scoperta



7. La nave

Gli archeologi che condussero lo scavo erano interessati alla nave e alla vita che vi si conduceva a bordo almeno quanto al carico. La parte inferiore dello scafo è arrivata fino a noi, anche se purtroppo molto deteriorata. Si stima che la lunghezza totale della base fosse 29.75 metri.

Lo scafo era diviso in 18 compartimenti di carico. I piatti furono caricati per primi, in pile compatte e allineate da prua a poppa, con le paratie dei compartimenti che fungevano da spalla. I vuoti lasciati furono quindi riempiti da file di oggetti più piccoli. Ogni spazio fu occupato senza ordine con piccole giare, scatoline, versatoi e altri oggetti minuti. Di questi oggetti erano anche riempite le giare più grandi. Gli oggetti più delicati, come i kendi e le brocche, erano alloggiati nella parte alta dello scafo. Alcuni pezzi di legno erano usati come cunei, e non ci sono evidenze di scatole o altro materiale da imballaggio.

La maggior parte degli oggetti recuperati faceva parte del carico; c’erano ben pochi oggetti che dessero un qualche indizio sul modo di vivere all’interno della nave. Il teschio di una donna rinvenuto insieme a varie ossa di bambini o neonati, non ci permette di capire se si trattasse di passeggeri o della famiglia del capitano.

La nazionalità della nave non è ancora stata definita, tuttavia alcuni indizi fanno pensare che fosse thailandese. I teschi umani ritrovati non erano né di origine cinese, né vietnamita, e il legno usato per la costruzione del vascello (teak) non si trovava in quei paesi al tempo dell’affondamento. Le ipotesi più probabili sia sui teschi che sulla disponibilità del teak fanno appunto pensare alla Thailandia. Inoltre, due pezzi delle stoviglie usate in cambusa erano thailandesi, e si sa che le navi Thai frequentavano spesso il nord del Vietnam.

L’origine del carico tuttavia non presenta alcun dubbio. Le ceramiche furono prodotte nell’area di Chu Dau, un villaggio nei pressi del fiume Thai Binh sul delta del Fiume Rosso, 6 chilometri a nord-ovest della città di Hai Duong. Benché si possa supporre che la nave possa aver risalito il fiume fino a Chu Dau per ricevere il suo carico, è più probabile che le ceramiche siano state prima trasportate a Van Don, Pho Hien o qualche altro punto di ingresso sul Golfo di Tonchino. Da qui potevano poi essere immagazzinate dai mercanti o trasportate direttamente alle navi oceaniche come appunto la nave di Hoi An.

Dal Golfo di Tonchino la nostra nave si era poi diretta a sud. Ceramiche del tipo prodotto a Chu Dau sono state trovate verso est fino in Giappone e verso ovest fino a Zanzibar e in Egitto. Ma il mercato che accoglieva la maggior quantità di vasellame erano le isole del sud est asiatico. Numerosi oggetti sono stati ritrovati a Sumatra, Giava, nel Borneo, a Sulawesi e nelle Filippine.

Appena fuori dal centro del Vietnam, non lontano da Hoi An, la nave affondò. Fu colpa di una barriera corallina? Non ce ne sono nella zona. Attaccata dai pirati? Le monete recuperate e un anello d’oro suggeriscono di no. E nemmeno il fuoco può esserne stato la causa. La frutta deperibile ritrovata a bordo fu raccolta a stagione avanzata il che indica una partenza ritardata in un periodo poco sicuro. Potrebbe quindi essere stata colpita da un tifone, ma questo probabilmente non lo sapremo mai con certezza.




8. Caratteristiche delle ceramiche vietnamite

Il carico della nave di Hoi An offre una splendida introduzione alle ceramiche del Vietnam del tardo XV secolo, rivelando ricchezza di forme e immaginazione, grazia e anche sottile umorismo. La maggior parte delle ceramiche trovate sul relitto sono del tipo chiamato “blu e bianco sottocoperta”, che furono prodotte in quantità a scopo commerciale in Vietnam durante il XV secolo, molto probabilmente per capitalizzare la lunga assenza dai mercati della Cina.

E’ inevitabile il confronto delle merci vietnamite con quelle blu e bianche della tradizione cinese. La ceramica vietnamita di quel periodo possiede infatti forti analogie con le ceramiche cinesi prodotte 100 anni prima, durante la dinastia Yuan e quella Ming iniziale. Questo specialmente per quanto riguarda i motivi e i disegni usati per i decori. Tuttavia, se è vero che le ceramiche vietnamite erano chiaramente ispirate da precedenti prototipi cinesi, esse mostrano un vigore così fresco e spontaneo tale da superare spesso il design più formale di quelle cinesi.

Le ceramiche vietnamite produssero forme estremamente originali e inventive, come ad esempio le coppe a pappagallo, che furono trovate unicamente sul carico di Hoi An. Allo stesso tempo, gli artisti ceramici vietnamiti acquisirono una confidenza e un’energia veramente peculiari nel rappresentare il mondo naturale, come nei vasi ad uccelli e in altri popolari disegni, come il dragone che salta tra i flutti a caccia di pesci. I superbi disegni di creature mitiche e maestose accennati con semplici linee si accompagnano a quelli di eleganti peonie e fiori di loto. Tutti gli elementi erano catturati con una combinazione di tocchi leggeri, gradazioni di colore attente e linee precise per elaborare dettagli ed effetti originali.


Altre qualità che sono caratteristiche delle ceramiche vietnamite di questo periodo sono:

Disegni
I disegni blu cobalto visti sulle ceramiche vietnamite devono molto alla tradizione bianco-blu della Cina. I motivi floreali, i petali di fiore di loto stilizzati che si possono vedere sugli oggetti di Hoi An, tutti hanno un loro prototipo in ceramiche cinesi precedenti. Tuttavia, l’artista vietnamita li interpretava comunemente con una pennellata più libera.

Materiali
Le ceramiche vietnamite di quel periodo erano fatte di gres, una ceramica cotta ad alta temperatura più densa e pesante della porcellana. Diversamente dalla porcellana che diventa bianca e translucida quando è cotta, il gres può variare di colore da un crema ad un tono di colore tendente al grigio, come si può ben vedere nel carico della Hoi An.

Cobalto
Il cobalto è il minerale che veniva utilizzato per dipingere le ceramiche prima di coprire tutto con un ultimo strato di vetro trasparente. Il colore può variare dal blu brillante a un color liquirizia quasi nero, che dipendeva dal tipo di cobalto usato e dalle condizioni di cottura nei forni.

Base bruno-cioccolato
La base delle ceramiche vietnamite di questo periodo era spesso colorata con un bagno di ossido di ferro color bruno-cioccolato.


9. La collezione di Galleria Thais

Una volta terminato il lavoro di catalogazione e ricostruzione filologica, il 10% del carico di preziose ceramiche venne trattenuto dal governo vietnamita, il quale ha esposto i pezzi più importanti nel museo nazionale di Ho Chi Min City. La maggior parte degli esemplari più preziosi e raffinati venne comprato dai maggiori musei mondiali; oggi i pezzi più belli si possono ammirare in esposizione nelle grandi capitali: New Yor, Londra e Tokyo, per fare un esempio.

Il resto del carico venne messo all’asta nel 2001 attraverso la Butterfields, una famosa casa d’aste di Chicago. Fu così che parte del "Tesoro della Hoian Hoard" arricchì le esposizioni dei più grossi collezionisti d’arte a livello internazionale. Quando la notizia dell’asta si sparse per il Web, la Galleria Thais non si lasciò scappare l’occasione, e dopo una lunga trattativa d’acquisto, si arricchì di una imponente collezione: circa cinquecento esemplari delle famose ceramiche.

In particolare, l’operazione fu possibile grazie al paziente lavoro del Dott. Fabrizio Caldara e del Dott. Alberto Buson, due informatici padovani, esperti conoscitori dell’arte ceramica orientale, che al tempo collaboravano con la Galleria in qualità di consulenti. Quando qui alla Thais ci si rese conto del valore della scoperta, l’entusiasmo salì alle stelle, e dopo parecchie notti passate davanti ai monitor dei computer per individuare e selezionare i pezzi più belli, le abilità informatiche di Caldara e Buson, permisero l’acquisto di molti tra i più preziosi esemplari disponibili nel mercato dei collezionisti d’arte mondiali.

Piatti, vasi, bottiglie, o piccole scatoline, ampolle per profumi e altri manufatti in gres invetriato, finemente decorati con dipinti blu, acquistati uno per uno tramite asta online, costituiscono una tra le più importanti e numerose collezioni in Europa relative al carico della “Hoian Hoard”. Oggi, nei saloni della Galleria, è possibile ammirare e acquistare una parte di quella scoperta archeologica che fece diventare Hoi An uno dei siti che l’UNESCO considera “Patrimonio Culturale Mondiale” e che viene tuttora chiamata “La scoperta del Secolo” dagli esperti del settore archeologico internazionale.

Dopo la nascita del Museo d’Arte Orientale Obrietan nel 2005, una parte importante della collezione è stata musealizzata e si può ammirare presso l’apposita sezione dedicata, nei locali di Villa Orna

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A 500 mt dall’ Autostrada A4 (Uscita Montecchio Maggiore)
Tel: 0444 490413 - Numero verde 800 189 502  -  E-mail: info@museobrietan.org

Orari di apertura e prezzi:
Dal martedì al sabato, con orario 10 - 12.30 e 16 - 19 - Biglietto intero € 5,00 - Biglietto ridotto € 3,00