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Non ne ho mai parlato qui, ma i visitatori del nostro museo sanno che
dal 2001 possediamo un’importantissima collezione di ceramiche antiche,
realizzate in Vietnam nel 1400 e rimaste in fondo al mare per quasi 5
secoli, dopo che la nave che le trasportava affondò al largo della città
di Hoi An, forse a causa di una tempesta. Dal giorno in cui alcuni
pescatori per primi incapparono in una pesca inattesa, ci sono voluti
anni di preparazione, una lunga cooperazione con il governo Vietnamita e
milioni di dollari per recuperare il tesoro di Hoi An e farne arrivare
una piccola parte qui al Museo, dopo 500 anni trascorsi nel profondo
dell’oceano.
La storia inizia nel 1993, quando al largo del villaggio di Hoi An
(Vietnam), nelle reti di alcuni pescatori rimasero impigliate alcune
ceramiche di incredibile rarità e bellezza, risalenti al 1400. A seguito
della scoperta, il governo del Vietnam si impegnò attivamente in
un’operazione di recupero, in collaborazione con l’Università di Oxford
ed una compagnia privata malese (Saga Horizon). Tale campagna si risolse
in quella che è oggi considerata “la più importante scoperta di tutti i
tempi” nel settore delle ceramiche del sud est asiatico. Tra gli oggetti
recuperati spiccano piatti, vasi, giare ed altri pezzi dai colori e dai
decori stupendi, nonché tipologie di oggetti mai viste in precedenza.
L’esame dei pezzi da parte del M.A.R.E. (il dipartimento di archeologia
sottomarina dell’Università di Oxford), confermato dalla datazione al
radiocarbonio del relitto, ha consentito di certificare con precisione
l’epoca di produzione del carico (1440 d.c. + o – 40 anni), e di
localizzarne la provenienza nella aree di Chu Dao e My Xa, nel Vietnam
del Nord.
La scoperta di queste ceramiche vietnamite assunse una tale rilevanza a
livello mondiale, che l’UNESCO, in seguito al ritrovamento, dichiarò
Hoian “Patrimonio dell’umanità”. Del carico recuperato, il 10% fu donato
ai musei del Vietnam, un’altra parte consistente fu acquistata dai
principali musei del mondo, e il resto fu messo all’asta a S. Francisco,
in California, a cura della Butterfields.
La THAIS, con la collaborazione del Dr. Fabrizio Caldara e del Dr.
Alberto Buson, ha partecipato a quest’evento assicurandosi alcuni tra i
migliori esemplari, che sono andati a costituire la magnifica collezione
esposta nella nostra galleria di Villa Orna e sono oggi a disposizione
di collezionisti e appassionati.
1. La Scoperta del Relitto

I pescatori di Hoi An non sanno dire chi fu il primo a trovare il
relitto e quando, ma fu in qualche momento tra il 1993 e il 1994 che,
per qualche allora misteriosa ragione, le reti di una barca si
incagliarono sul fondo. Il primo tesoro emerse presto dal mare. Il
fortunato pescatore cercò di mantenere segreta la scoperta, ma le parole
volano e l’eccitazione spesso origina azioni sconsiderate.
Fu così infatti che le reti vennero gettate ripetutamente nel sito del
ritrovamento, permettendo il recupero dei pochi oggetti che si trovavano
sullo strato più superficiale. Successivamente, le sortite di ‘pesca’
si fecero più aggressive e i tentativi di recuperare con le reti anche i
pezzi affondati nella sabbia causarono la distruzione di un gran numero
di ceramiche. Il danno era comunque considerato ben poca cosa se
confrontato con la possibilità di portare nuovi pezzi sul mercato
dell’antiquariato di Hoi An.
Ben presto venditori professionisti entrarono in gioco e i primi pezzi
comparvero nei mercati di Ho Chi Minh (Saigon), Singapore, Tokio, Hong
Kong e Londra. La gente cominciò a capire che nel mare della Cina del
sud era stata fatta una scoperta archeologica di straordinaria
importanza, ma ben pochi sapevano con esattezza dove, e quei pochi non
ne parlavano di certo.
Solo quando due commercianti giapponesi vennero fermati all’aeroporto di
Da Nang con le valige piene di antiche ceramiche, la cosa divenne
finalmente di dominio degli archeologi. Con l’aiuto delle autorità, essi
scoprirono l’origine del materiale recuperato, e poterono inoltre
stabilire che il relitto della nave giaceva ad una profondità tale da
impedirne l’accesso ai pescatori con la semplice apnea.
2. Lo Scavo
La Saga e la VISAL ottennero il permesso dal governo Vietnamita di
condurre uno scavo che permettesse il recupero degli artefatti. La Saga
finanziò e gestì l’intero progetto che comprendeva la sorveglianza e
protezione del sito, e lo scavo archeologico stesso. La Saga si avvalse
della collaborazione della sezione di Archeologia subacquea
dell’Università di Oxford (Oxford MARE) che si occupava del recuperi di
relitti in mare dal 1981 e che era stato il primo gruppo al mondo ad
utilizzare veicoli operanti sui fondali con controllo a distanza e
tecniche di recupero archeologico in acque profonde. Lo stesso direttore
della Saga Horizons, Mr. Ong, aveva una grossa esperienza in operazioni
di questo tipo, la più importante delle quali era avvenuta negli anni
’80 quando venne recuperato il famoso Carico di Nanchino, un prezioso
tesoro di porcellane risalenti al periodo Ming.
La VISAL e la Saga avrebbero provveduto l’equipaggiamento e le navi,
mentre la Oxford MARE avrebbe fornito il know-how archeologico e avrebbe
diretto tutti gli aspetti legati allo scavo. Una serie di collaborazioni
si stabilirono con il Museo Nazionale di Storia e l’Istituto Nazionale
di Archeologia di Hanoi e allo stesso modo con parecchi altri musei e
istituzioni universitarie. Per sovrintendere alle operazioni il Ministro
della Cultura organizzò un Comitato Archeologico presieduto dal Dr. Pham
Quoc Quan, direttore del Museo Nazionale di Storia del Vietnam. Nelle
campagne di scavo che seguirono, tutte le procedure dovettero ottenere
l’approvazione del Comitato.
Con l’aiuto dei pescatori che avevano per primi individuato il sito, la
posizione del relitto venne identificata 22km. al largo di Da Nang;
Vietnam centrale, e una prima indagine fu avviata nell’Agosto del 1997.
Fin dall’inizio il Governo Vietnamita e l’Università di Oxford
insistettero affinché il progetto fosse condotto nel modo proprio ad uno
scavo archeologico. Il vero problema era che si trattava del primo
tentativo di recupero archeologico a tale profondità e che nessuno, me
compreso, era certo delle tecniche subacquee da impiegare e delle
metodologie archeologiche più appropriate.
La prima volta che avevo visto il relitto nel 1997 ero rimasto atterrito
da quello che ci aspettava. Acque gelide, visibilità praticamente a zero
e furiose correnti marine, insieme ad una profondità che non era mai
stata raggiunta in alcun altro scavo archeologico, erano le premesse per
il più difficile e pericoloso recupero mai tentato.
Ovunque puntassi la mia torcia non vedevo altro che ceramiche
frantumate, nascoste in una notte perpetua. Ero preoccupato per la
possibilità che, depredando il sito, i pescatori avessero distrutto
tutto, ma ogni volta che affondavo il mio braccio nella sabbia sentivo
file e file di tazze e piatti uno dentro l’altro, raccolti in maniera
così compatta da impedire l’estrazione anche di un solo campione senza
il rischio di romperlo. Come disse uno di noi più tardi: “era come se
tastassimo delle mele”.
Nel 1997 e 1998, facemmo due tentativi di scavo del relitto, uno dei
quali finì prematuramente quando noi e l’Abex, il nostro barcone da 60
metri, fummo quasi spazzati via da un tifone. Entrambe le spedizioni
dimostrarono l’impossibilità di condurre uno scavo prettamente
archeologico a 60 metri di profondità.
Nel 1999 tornammo con un nuovo vascello da recupero di 70 metri, il
Tropical 388. L’Abex fu attrezzato invece come barca archeologica per lo
stoccaggio, la desalinizzazione e le operazioni archeologiche di
superficie, al quale più tardi si aggiunse anche l’OL Star. Ogni nave
era equipaggiata con una barca appoggio che faceva spola con il porto di
Hoi An e si curava degli approvvigionamenti necessari. La stagione di
ricerca 1999 aveva coinvolto più di 150 persone.
Sopra l’intero relitto venne subito posata una griglia d’acciaio che ne
suddividesse la superficie in quadrati di due metri di lato. Quindi il
vasellame venne fila per fila e strato per strato recuperato e
ridisposto nel medesimo ordine sul ponte della nave.
Una volta terminato lo scavo ci vollero lunghi mesi per completare la
desalinizzazione, le operazioni di conservazione e la registrazione di
tutti i pezzi trovati. Per molte settimane le due navi archeologiche
vennero ormeggiate a Ky Hat, un piccolo porto protetto a sud di Cu Lao
Cham. Terminata la desalinizzazione, gli artefatti vennero impacchettati
e spostati in un enorme magazzino nei pressi di Hoi An, e da qui a Da
Nang dove 60 persone continuarono con la pulitura, la fotografie, il
disegno dei dettagli e la catalogazione di ogni singolo pezzo.
Guardandomi indietro, devo riconoscere che la parte più difficile
dell’intera operazione non fu lo scavo, ma piuttosto la gestione e la
razionalizzazione dell’enorme volume dei dati.
3. Immersione con la tecnica della saturazione
Questa è una tecnica professionale di immersione che permette agli
operatori di sopravvivere in un ambiente ad una determinata pressione
per un periodo di alcune settimane, senza interrompere il lavoro con
lunghe decompressioni. Durante questo tempo, i tessuti vengono saturati
da una combinazione artificiale di vari gas che i subacquei respirano.
Nel mio team ad esempio vennero usati elio e ossigeno (heliox). Le
persone vivevano in camere pressurizzate sul ponte della nave e venivano
portati e recuperati dal sito all’interno di campane pressurizzate. I
gas che respiravano, la corrente elettrica, i cavi video e quelli di
comunicazione, l’acqua calda che circolava nelle mute per evitare il
congelamento, erano tutti trasportati dalla superficie attraverso una
serie di tubi e cavi cablati, che venivano definiti “ombelicali”.
Uno staff di 4 persone monitorava costantemente i sistemi di
sopravvivenza mentre altri 15 tecnici supportavano tutte le loro
attività. Alla fine di questo periodo di “isolamento” ci vollero tre
giorni per riportare le persone alla pressione atmosferica. Utilizzando
due team di subacquei, ognuno operante per 12 ore, potemmo procedere con
il lavoro di scavo ininterrottamente per 24 ore al giorno. Al centro di
controllo sulla nave c’erano gli archeologi che studiavano le strategie
e coordinavano le operazioni. Il contatto con i subacquei era continuo
grazie ai sistemi di comunicazione via cavo e alle telecamere installate
ai caschi delle mute.
4. I pericoli del Mare dei Dragoni
Oltre a tutto l’equipaggiamento specialistico e alle tecniche richieste
per il recupero del carico della Hoi An, le operazioni furono complicate
da quello che i locali chiamano il “Mare dei Dragoni”, un nome che ben
definisce questo luogo così notoriamente inospitale. Violenti tifoni e
la piaga della pirateria rappresentano ironicamente gli stessi pericoli
che affrontarono i marinai di 500 anni fa.
Più della metà dei casi di pirateria nel mondo avvengono nei mari della
Cina del Sud. Nell’ultimo decennio, i pirati hanno catturato centinaia
di navi. Solo nel 1995 ben 188 attacchi sono stati registrati in quest’area.
Una spedizione carica di tecnologie e con un tesoro in ceramiche era di
certo un bersaglio interessante. Quando ricevemmo l’avvertimento che i
pirati stavano operando nell’area, la sola difesa in attesa dell’aiuto
da parte delle autorità fu di organizzare un gruppo di sentinelle in
uniforme militare nella speranza che l’illusione facesse da deterrente
ad un eventuale attacco. Fortunatamente i pirati non si avvicinarono mai
a sufficienza per scoprire il trucco e la spedizione non fu mai
seriamente minacciata.
Tuttavia, Madre Natura era ugualmente un problema serio. Gli stessi
venti che rendevano possibili i viaggi commerciali alle navi nel XV e
XVI secolo spesso si trasformavano, e lo fanno tuttora, in fenomeni
potenti e spaventosi, i tifoni tropicali. Ad un certo punto della
spedizione di recupero ogni operazione venne interrotta, ma solo le
tecniche moderne di previsione meteorologica permisero all’equipaggio di
affrontare il tifone con la dovuta preparazione. Ma nonostante ciò, i
forti venti misero comunque a repentaglio la vita dei subacquei e
dell’equipaggio di bordo.
Una uscita in sicurezza dalle camere da immersione richiede un periodo
di decompressione di 3 giorni. Un qualsiasi evento che ne avesse violato
la tenuta stagna avrebbe portato inevitabilmente alla morte gli
occupanti. Un ritorno prematuro alla pressione atmosferica avrebbe
letteralmente portato il corpo ad esplodere. Nel caso poi che la nave
fosse affondata solo l’equipaggio di superficie avrebbe avuto qualche
possibilità di salvezza. Per aumentare le speranze di sopravvivenza dei
nove sommozzatori, in occasione di un forte tifone vennero tutti
raccolti nella campana da immersione, che fu lasciata libera nell’oceano
con 48 ore d’aria disponibile. Un enorme galleggiante e delle ancore
permettevano di mantenere comunque la campana entro un’area non troppo
grande. Alcuni anni prima nelle stesse acque, un altro equipaggio venne
sorpreso da una simile tempesta. La nave affondò con i sommozzatori
nella camera di decompressione. Uno degli occupanti sacrificò la vita
uscendo dalla camera per segnalare con il suo corpo la posizione dei
colleghi intrappolati. Il suo corpo venne ritrovato ma sfortunatamente
non in tempo per salvare i compagni. Fortunatamente per il team della
Hoi An, una volta passato il tifone, la campana da immersione venne
recuperata e l’equipaggio poté ritornare in tutta sicurezza nella camera
di decompressione della nave.
5. L’importanza della scoperta
Il carico di Hoi An è così importante perché aiuta a riempire un grande
vuoto nella nostra conoscenza della storia. Arte e cultura vietnamite
sono sempre state adombrate da un gigantesco vicino, la Cina. La Cina,
anche per tradizione, dominò i commerci di porcellane e ceramiche
dell’Asia, producendo i preziosi lavori che arricchirono le collezioni
dei sultani in medio-oriente e dei reali in Europa. Tuttavia, il carico
di Hoi An ci dimostra che 500 anni fa, i Vietnamiti e non i Cinesi,
stavano producendo molti dei più importanti ed esaltanti prodotti
dell’arte ceramica del sud-est asiatico.
Questo tesoro fornisce un apporto significativo alla nostra conoscenza
della cultura Vietnamita e della storia dell’arte in Asia. Durante il XV
secolo i Vietnamiti riguadagnarono la loro indipendenza dalla Cina, e
contemporaneamente ridiedero vigore alla loro arte e alla loro cultura.
Allo stesso tempo, la Cina dei Ming chiuse le sue porte al resto del
mondo e bloccò le esportazioni.
La varietà e la qualità delle loro merci, ben rappresentate dal carico
di Hoi An, suggeriscono che la produzione Vietnamita ebbe un’espansione
tale da coprire il vuoto lasciato dai Cinesi. Ma anziché imitare forme,
disegni e motivi Cinesi, le ceramiche Vietnamite hanno uno stile
innovativo, pieno di vigore e unico.
6 – La tradizione della ceramica in Vietnam
Il cuore del Vietnam del Nord, con Hanoi al centro, lungo il corso del
Fiume Rosso è ricco di antichi siti per la produzione di ceramica. Dal
XII fino al XVI secolo, i ceramisti Vietnamiti svilupparono una
tradizione locale di forme e decori particolarmente sofisticata che
attirò commercianti dalla Cina, dal Sud-Est Asiatico, dal mondo Islamico
e dall’Europa.
Insieme a questo sviluppo, alcune delle forme richieste dai commercianti
stranieri entrarono a far parte del patrimonio locale. Trasportate lungo
il Fiume Rosso verso il mare, le ceramiche, con altri prodotti tipici
del Vietnam venivano poi caricate sulle navi straniere presso Van Don,
per iniziare il viaggio verso la loro destinazione finale, attraverso il
Mar della Cina. Le ceramiche del carico di Hoi An forniscono una
quantità di materiale senza precedenti risalente al tardo XV secolo. Si
ritiene che i forni nei quali queste ceramiche vennero cotte si trovino
a Chu Dau nella provincia di Hai Hung vicino ad Hanoi.
La datazione del relitto di Hoi An non è precisa. Tuttavia, i test al
radiocarbonio indicano che la maggior parte del carico risale al 1449,
con un margine di errore di 50 anni. I pochi pezzi di porcellana Cinese
trovati tra le stoviglie di bordo risalgono al periodo di Interregno
(1436-1464) e non sembra che, all’epoca dell’affondamento, fossero
particolarmente vecchie. Ulteriori studi, nuove scoperte sulla
terraferma, l’evoluzione della scienza e forse un giorno un ritorno al
sito, potrebbero migliorare la comprensione della cronologia di questa
importante scoperta
7. La nave
Gli archeologi che condussero lo scavo erano interessati alla nave e
alla vita che vi si conduceva a bordo almeno quanto al carico. La parte
inferiore dello scafo è arrivata fino a noi, anche se purtroppo molto
deteriorata. Si stima che la lunghezza totale della base fosse 29.75
metri.
Lo scafo era diviso in 18 compartimenti di carico. I piatti furono
caricati per primi, in pile compatte e allineate da prua a poppa, con le
paratie dei compartimenti che fungevano da spalla. I vuoti lasciati
furono quindi riempiti da file di oggetti più piccoli. Ogni spazio fu
occupato senza ordine con piccole giare, scatoline, versatoi e altri
oggetti minuti. Di questi oggetti erano anche riempite le giare più
grandi. Gli oggetti più delicati, come i kendi e le brocche, erano
alloggiati nella parte alta dello scafo. Alcuni pezzi di legno erano
usati come cunei, e non ci sono evidenze di scatole o altro materiale da
imballaggio.
La maggior parte degli oggetti recuperati faceva parte del carico;
c’erano ben pochi oggetti che dessero un qualche indizio sul modo di
vivere all’interno della nave. Il teschio di una donna rinvenuto insieme
a varie ossa di bambini o neonati, non ci permette di capire se si
trattasse di passeggeri o della famiglia del capitano.
La nazionalità della nave non è ancora stata definita, tuttavia alcuni
indizi fanno pensare che fosse thailandese. I teschi umani ritrovati non
erano né di origine cinese, né vietnamita, e il legno usato per la
costruzione del vascello (teak) non si trovava in quei paesi al tempo
dell’affondamento. Le ipotesi più probabili sia sui teschi che sulla
disponibilità del teak fanno appunto pensare alla Thailandia. Inoltre,
due pezzi delle stoviglie usate in cambusa erano thailandesi, e si sa
che le navi Thai frequentavano spesso il nord del Vietnam.
L’origine del carico tuttavia non presenta alcun dubbio. Le ceramiche
furono prodotte nell’area di Chu Dau, un villaggio nei pressi del fiume
Thai Binh sul delta del Fiume Rosso, 6 chilometri a nord-ovest della
città di Hai Duong. Benché si possa supporre che la nave possa aver
risalito il fiume fino a Chu Dau per ricevere il suo carico, è più
probabile che le ceramiche siano state prima trasportate a Van Don, Pho
Hien o qualche altro punto di ingresso sul Golfo di Tonchino. Da qui
potevano poi essere immagazzinate dai mercanti o trasportate
direttamente alle navi oceaniche come appunto la nave di Hoi An.
Dal Golfo di Tonchino la nostra nave si era poi diretta a sud. Ceramiche
del tipo prodotto a Chu Dau sono state trovate verso est fino in
Giappone e verso ovest fino a Zanzibar e in Egitto. Ma il mercato che
accoglieva la maggior quantità di vasellame erano le isole del sud est
asiatico. Numerosi oggetti sono stati ritrovati a Sumatra, Giava, nel
Borneo, a Sulawesi e nelle Filippine.
Appena fuori dal centro del Vietnam, non lontano da Hoi An, la nave
affondò. Fu colpa di una barriera corallina? Non ce ne sono nella zona.
Attaccata dai pirati? Le monete recuperate e un anello d’oro
suggeriscono di no. E nemmeno il fuoco può esserne stato la causa. La
frutta deperibile ritrovata a bordo fu raccolta a stagione avanzata il
che indica una partenza ritardata in un periodo poco sicuro. Potrebbe
quindi essere stata colpita da un tifone, ma questo probabilmente non lo
sapremo mai con certezza.
8. Caratteristiche delle ceramiche vietnamite
Il carico della nave di Hoi An offre una splendida introduzione alle
ceramiche del Vietnam del tardo XV secolo, rivelando ricchezza di forme
e immaginazione, grazia e anche sottile umorismo. La maggior parte delle
ceramiche trovate sul relitto sono del tipo chiamato “blu e bianco
sottocoperta”, che furono prodotte in quantità a scopo commerciale in
Vietnam durante il XV secolo, molto probabilmente per capitalizzare la
lunga assenza dai mercati della Cina.
E’ inevitabile il confronto delle merci vietnamite con quelle blu e
bianche della tradizione cinese. La ceramica vietnamita di quel periodo
possiede infatti forti analogie con le ceramiche cinesi prodotte 100
anni prima, durante la dinastia Yuan e quella Ming iniziale. Questo
specialmente per quanto riguarda i motivi e i disegni usati per i
decori. Tuttavia, se è vero che le ceramiche vietnamite erano
chiaramente ispirate da precedenti prototipi cinesi, esse mostrano un
vigore così fresco e spontaneo tale da superare spesso il design più
formale di quelle cinesi.
Le ceramiche vietnamite produssero forme estremamente originali e
inventive, come ad esempio le coppe a pappagallo, che furono trovate
unicamente sul carico di Hoi An. Allo stesso tempo, gli artisti ceramici
vietnamiti acquisirono una confidenza e un’energia veramente peculiari
nel rappresentare il mondo naturale, come nei vasi ad uccelli e in altri
popolari disegni, come il dragone che salta tra i flutti a caccia di
pesci. I superbi disegni di creature mitiche e maestose accennati con
semplici linee si accompagnano a quelli di eleganti peonie e fiori di
loto. Tutti gli elementi erano catturati con una combinazione di tocchi
leggeri, gradazioni di colore attente e linee precise per elaborare
dettagli ed effetti originali.
Altre qualità che sono caratteristiche delle ceramiche vietnamite di
questo periodo sono:
Disegni
I disegni blu cobalto visti sulle ceramiche vietnamite devono molto alla
tradizione bianco-blu della Cina. I motivi floreali, i petali di fiore
di loto stilizzati che si possono vedere sugli oggetti di Hoi An, tutti
hanno un loro prototipo in ceramiche cinesi precedenti. Tuttavia,
l’artista vietnamita li interpretava comunemente con una pennellata più
libera.
Materiali
Le ceramiche vietnamite di quel periodo erano fatte di gres, una
ceramica cotta ad alta temperatura più densa e pesante della porcellana.
Diversamente dalla porcellana che diventa bianca e translucida quando è
cotta, il gres può variare di colore da un crema ad un tono di colore
tendente al grigio, come si può ben vedere nel carico della Hoi An.
Cobalto
Il cobalto è il minerale che veniva utilizzato per dipingere le
ceramiche prima di coprire tutto con un ultimo strato di vetro
trasparente. Il colore può variare dal blu brillante a un color
liquirizia quasi nero, che dipendeva dal tipo di cobalto usato e dalle
condizioni di cottura nei forni.
Base bruno-cioccolato
La base delle ceramiche vietnamite di questo periodo era spesso colorata
con un bagno di ossido di ferro color bruno-cioccolato.

9. La collezione di Galleria Thais
Una volta terminato il lavoro di catalogazione e ricostruzione
filologica, il 10% del carico di preziose ceramiche venne trattenuto dal
governo vietnamita, il quale ha esposto i pezzi più importanti nel museo
nazionale di Ho Chi Min City. La maggior parte degli esemplari più
preziosi e raffinati venne comprato dai maggiori musei mondiali; oggi i
pezzi più belli si possono ammirare in esposizione nelle grandi
capitali: New Yor, Londra e Tokyo, per fare un esempio.
Il resto del carico venne messo all’asta nel 2001 attraverso la
Butterfields, una famosa casa d’aste di Chicago. Fu così che parte del
"Tesoro della Hoian Hoard" arricchì le esposizioni dei più grossi
collezionisti d’arte a livello internazionale. Quando la notizia
dell’asta si sparse per il Web, la Galleria Thais non si lasciò scappare
l’occasione, e dopo una lunga trattativa d’acquisto, si arricchì di una
imponente collezione: circa cinquecento esemplari delle famose
ceramiche.
In particolare, l’operazione fu possibile grazie al paziente lavoro del
Dott. Fabrizio Caldara e del Dott. Alberto Buson, due informatici
padovani, esperti conoscitori dell’arte ceramica orientale, che al tempo
collaboravano con la Galleria in qualità di consulenti. Quando qui alla
Thais ci si rese conto del valore della scoperta, l’entusiasmo salì alle
stelle, e dopo parecchie notti passate davanti ai monitor dei computer
per individuare e selezionare i pezzi più belli, le abilità informatiche
di Caldara e Buson, permisero l’acquisto di molti tra i più preziosi
esemplari disponibili nel mercato dei collezionisti d’arte mondiali.
Piatti, vasi, bottiglie, o piccole scatoline, ampolle per profumi e
altri manufatti in gres invetriato, finemente decorati con dipinti blu,
acquistati uno per uno tramite asta online, costituiscono una tra le più
importanti e numerose collezioni in Europa relative al carico della
“Hoian Hoard”. Oggi, nei saloni della Galleria, è possibile ammirare e
acquistare una parte di quella scoperta archeologica che fece diventare
Hoi An uno dei siti che l’UNESCO considera “Patrimonio Culturale
Mondiale” e che viene tuttora chiamata “La scoperta del Secolo” dagli
esperti del settore archeologico internazionale.
Dopo la nascita del Museo d’Arte Orientale Obrietan nel 2005, una parte
importante della collezione è stata musealizzata e si può ammirare
presso l’apposita sezione dedicata, nei locali di Villa Orna
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Villa Orna Obrietan - Via Einaudi 24,
Brendola (VI) - Italy
A 500 mt dall’ Autostrada A4 (Uscita Montecchio Maggiore)
Tel: 0444 490413 - Numero verde 800 189 502 - E-mail: info@museobrietan.org
Orari di apertura e prezzi:
Dal martedì al sabato, con orario 10 - 12.30 e 16 - 19 - Biglietto
intero € 5,00 - Biglietto ridotto € 3,00
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