|
C'è tanta gente che si trasferisce
qui: ci sono soldi da fare, dice Thanh. Con i soldi guadagnati come
cameriera a Sa Pa, il più importante centro turistico dell'estremo Nord
vietnamita, Than si sta costruendo una casa lungo la nuova strada che da
Lao Cai costeggia il fiume Rosso e segna il confine con la Cina. In
questo spicchio di mondo, come una volta nel Far West, le città nascono
dove arriva la strada. E la strada arriva per collegare nuove industrie.
I segni del progresso, o della disperata corsa allo sviluppo, sono le
fabbriche artigianali di mattoni, dove uomini e donne lavorano in una
fornace a cielo aperto trasportando carichi di 40 chili a volta. Ma
sembrano non avvertire la fatica: in molti si sono trasferiti qui per
cercare fortuna e per costruire il loro sogno personale. Seguono l'onda
dello sviluppo, lasciandosi alle spalle villaggi che pure stanno
cambiando a vista d'occhio: basta osservare il caotico proliferare delle
parabole televisive. Sostituiscono gli altoparlanti che trasmettevano
programmi di propaganda.
«Supereremo la Thailandia», assicura Trinh, un commerciante di Lao Cai e
cita il Paese che è vissuto come il modello da seguire.
Questo Far Viet, da secoli territorio di frontiera e conquista, è una
metafora dell'intero Vietnam e dei suoi continui ricorsi storici.Durante
la guerra "americana", come qui è chiamata la guerra del Vietnam, fu
devastato dai bombardamenti dei B52 in missione tra Hanoi, il Laos e la
Cambogia. Nel 1979 fu al centro del conflitto sino-vietnamita, quando i
cinesi invasero il Vietnam come ritorsione all'invasione vietnamita
della Cambogia (fine 1978) per porre fine al dominio dei khmer rossi.
Oggi, con qualche pausa nell'irresistibile ascesa dovuta al tracollo
della finanza mondiale, le previsioni di Trinh si stanno avverando: con
una crescita media del prodotto nazionale lordo nell'ultimo decennio
pari o superiore al 7 per cento il dragone vietnamita si è trasformato
in una nuova e più forte tigre asiatica.
Per la sua capacità di produrre molto e a basso costo, gli investitori
esteri hanno definito il Vietnam "China-killer". Per altri è divenuto la
base della cosiddetta strategia China-plus-one: un'alternativa per
ridurre la dipendenza da un paese dove aumenta il costo della
manodopera. Secondo i dati della Foreign Trade Division statunitense il
valore degli scambi commerciali tra i due paesi è passato da 1,5
miliardi di dollari nel 2001 a 12,5 miliardi nel 2007.

Vietnam e America
Un tempo due Stati
in antitesi, oggi nel massimo storico della loro collaborazione. «Sono
molto ottimista sul futuro delle nostre relazioni. Anche se abbiamo
combattuto una guerra terribile, vogliamo tutti cancellare il passato»,
ha dichiarato John Negroponte, vicesegretario di Stato americano nella
sua recente visita in Vietnam. E lui conosce bene la guerra e deve
davvero mettercela tutta: fu assegnato all'ambasciata di Saigon tra il
1964"e il 1968. Dal 1971 al 1973 fu il funzionario del National Security
Council (NSC) per la sezione del Vietnam. Fu proprio in quel periodo che
l'operazione Phoenix, condotta dalla Cia per eliminare e terrorizzare i
comunisti, raggiunse il suo climax.
Le cose sono talmente cambiate che l'ultimo concorso di Miss Universo si
è svolto a Nha Trang, quella che era la principale base aerea USA, e
l'orario dello show è stato fissato di mattina per andare in onda in
prima serata negli Stati Uniti. È stato aperto dall'ex Spice Girl Mel B
al grido di «Good Morning Vietnam!», come nel famoso e omonimo film sul
disc-jokey dell'aviazione che così risvegliava dalle onde radio il
Paese.
«In un certo senso si potrebbe dire che, alla fine, gli Stati Uniti
hanno vinto», ha scritto Robert Buzzanco dell'Università di Houston,
riferendosi al buon andamento degli interscambi economici. I viet kieu,
i vietnamiti che hanno lasciato il paese nel 1975 per rifugiarsi negli
Usa e che sono rientrati, sono tra i principali fautori delle buone
relazioni anche culturali. «Il vero cambiamento comincia adesso.
Arrivano nuovi investitori da Hong Kong, Usa, Singapore. Si vende tutto,
si compra tutto. Si fanno affari da 10 milioni di dollari in dieci
minuti», dice Lue Le Jeune, lui francese che è uno degli animatori della
rinascita di Saigon, come tutti i viet kieu e i neo-yuppie continuano a
chiamare Ho Chi Minh City. È un segno dei tempi che oggi giri più coca
che oppio.
La città appare uniformata agli schemi di modernizzazione del Sud-est
asiatico e il ricordo di vecchi tempi è solo nei nomi degli alberghi che
ospitavano scrittori, inviati, avventurieri: il Caravelle o il
Continental, oggi ristrutturati. «Non ci sono più avventurieri», dice
Lue: «Ma c'è casino, tanto da divertirsi e molto, molto denaro in giro».
Per qualcuno non è abbastanza. «La tradizione è dura a morire», si
lamenta Justine, affascinante viet kieu. La sua affermazione suona
strana, visto che rimprovera ai giovani vietnamiti la perdita dei
valori tradizionali. Ma non si riferisce né a Confucio né a Buddha,
bensì al comunismo. Non quello che frena la liberalizzazione politica,
bensì quello degli apparati di partito che si oppongono al cambiamento e
che potrebbe trovare insperata linfa nella recentissima frenata
dell'economia che ha prodotto inflazione, aumento dei prezzi dei generi
di prima necessità e proteste di piazza.
Oltre ai problemi globali, avverte Jonathan Pincus, «ci sono problemi
molto specifici del Vietnam». Sono determinati da un sistema politico
ancora dominato da una cultura di partito ipercentralista, dalla
lentezza dell'apparato legislativo e burocratico, dalla corruzione
endemica alle strutture statali, e soprattutto dall'opposizione alle
riforme economiche da parte delle imprese statali.
In questa situazione sembra a rischio anche la leadership di Nguyen Tan
Dung, 59 anni, il più giovane premier nella storia contemporanea del
Vietnam. In carica dal 2006, Dung è uno dei più forti sostenitori della
politica di liberalizzazione e si è circondato di giovani tecnocrati
laureati ad Harvard. Ma ciò ha determinato l'opposizione dei membri più
conservatori del partito, primo fra tutti il segretario generale Nong
Due Manh.
Per porre rimedio alla crisi, nel giugno scorso Dung ha compiuto una
visita negli Stati Uniti, offrendo ulteriori aperture agli investimenti
americani in Vienam. Qualcuno ha detto che si è presentato «con il
cappello in mano», ma è riuscito a ottenere nuovi accordi senza far
particolari concessioni in tema di diritti umani e libertà civili.
Ci è riuscito anche grazie al ruolo strategico attuale del Paese. In
questo momento, infatti, il Vietnan è l'unico paese dell'area che sembra
immune alla "soft policy" cinese, una politica morbida basata sulla
"diplomazia del sorriso" e sull'" offensiva del fascino". Puntando
sull'aiuto economico e su sostegno allo sviluppo, la Cina cerca di far
rivivere il Regno di Mezzo che estendeva il suo potere dall'Oceano
Pacifico all'Indiano.
Per quanto la Cina abbia sostenuto il Vietnam del Nord durante la"guerra
americana", infatti, per i vietnamiti rappresenta il nemico storico. Ha
occupato il Vietnam per quasi mille anni (sino al 939) ed è stato
l'ultimo paese ad atlaccarlo, nella breve invasione del 1975.
Senza contare che la Cina occupa le Paracel Island, un micro arcipelago
al centro di una ricchissima zona di pesca rivendicato dal Vietnam.
Il valore strategico del Vietnam nello scacchiere asiatico è stato
amplificato con la sua elezione a membro non permanente del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite per il 2008-9. Posizione che potrebbe
rivelarsi utilissima agli Stati Uniti soprattutto nei colloqui con la
Corea del Nord, tradizionale alleato del Vietnam, ma anche nei negoziati
con la giunta militare birmana.
Ma questi sono giochi geostrategici che contano poco per la nostra Than
e per lei migliaia che, come lei, stanno uscendo dalla povertà e sperano
di accedere, grazie al sudore della fronte, alla classe media.
Le impalcature, i cantieri edili, i gruppi di gru che sono parte del
panorama ovunque sono il segno più visibile del nuovo urlo che scuote il
Vietnam. "Good Morning" non annuncia una guerra, ma una nuova giornata
per scalare il sogno. |