GOOD   MORNING VIETNAM

Un tempo era lo slogan di risveglio per le truppe USA oltre che un famoso film. Oggi è il saluto a un Paese che lavora a ritmi frenetici e corre incontro al futuro. E gli americani, gli ex nemici, sono diventati i migliori partner.

L'espresso 6.11.2008
Massimo Morello -foto D. Meckel

C'è tanta gente che si trasferisce qui: ci sono soldi da fare, dice Thanh. Con i soldi guadagnati come cameriera a Sa Pa, il più importante centro turistico dell'estremo Nord vietnamita, Than si sta costruendo una casa lungo la nuova strada che da Lao Cai costeggia il fiume Rosso e segna il confine con la Cina. In questo spicchio di mondo, come una volta nel Far West, le città nascono dove arriva la strada. E la strada arriva per collegare nuove industrie.
I segni del progresso, o della disperata corsa allo sviluppo, sono le fabbriche artigianali di mattoni, dove uomini e donne lavorano in una fornace a cielo aperto trasportando carichi di 40 chili a volta. Ma sembrano non avvertire la fatica: in molti si sono trasferiti qui per cercare fortuna e per costruire il loro sogno personale. Seguono l'onda dello sviluppo, lasciandosi alle spalle villaggi che pure stanno cambiando a vista d'occhio: basta osservare il caotico proliferare delle parabole televisive. Sostituiscono gli altoparlanti che trasmettevano programmi di propaganda.
«Supereremo la Thailandia», assicura Trinh, un commerciante di Lao Cai e cita il Paese che è vissuto come il modello da seguire.
Questo Far Viet, da secoli territorio di frontiera e conquista, è una metafora dell'intero Vietnam e dei suoi continui ricorsi storici.Durante la guerra "americana", come qui è chiamata la guerra del Vietnam, fu devastato dai bombardamenti dei B52 in missione tra Hanoi, il Laos e la Cambogia. Nel 1979 fu al centro del conflitto sino-vietnamita, quando i cinesi invasero il Vietnam come ritorsione all'invasione vietnamita della Cambogia (fine 1978) per porre fine al dominio dei khmer rossi.
Oggi, con qualche pausa nell'irresistibile ascesa dovuta al tracollo della finanza mondiale, le previsioni di Trinh si stanno avverando: con una crescita media del prodotto nazionale lordo nell'ultimo decennio pari o superiore al 7 per cento il dragone vietnamita si è trasformato in una nuova e più forte tigre asiatica.
Per la sua capacità di produrre molto e a basso costo, gli investitori esteri hanno definito il Vietnam "China-killer". Per altri è divenuto la base della cosiddetta strategia China-plus-one: un'alternativa per ridurre la dipendenza da un paese dove aumenta il costo della manodopera. Secondo i dati della Foreign Trade Division statunitense il valore degli scambi commerciali tra i due paesi è passato da 1,5 miliardi di dollari nel 2001 a 12,5 miliardi nel 2007.













 


Vietnam e America
Un tempo due Stati in antitesi, oggi nel massimo storico della loro collaborazione. «Sono molto ottimista sul futuro delle nostre relazioni. Anche se abbiamo combattuto una guerra terribile, vogliamo tutti cancellare il passato», ha dichiarato John Negroponte, vicesegretario di Stato americano nella sua recente visita in Vietnam. E lui conosce bene la guerra e deve davvero mettercela tutta: fu assegnato all'ambasciata di Saigon tra il 1964"e il 1968. Dal 1971 al 1973 fu il funzionario del National Security Council (NSC) per la sezione del Vietnam. Fu proprio in quel periodo che l'operazione Phoenix, condotta dalla Cia per eliminare e terrorizzare i comunisti,  raggiunse il suo climax.
Le cose sono talmente cambiate che l'ultimo concorso di Miss Universo si è svolto a Nha Trang, quella che era la principale base aerea USA, e l'orario dello show è stato fissato di mattina per andare in onda in prima serata negli Stati Uniti. È stato aperto dall'ex Spice Girl Mel B al grido di «Good Morning Vietnam!», come nel famoso e omonimo film sul disc-jokey dell'aviazione che così risvegliava dalle onde radio il Paese.
«In un certo senso si potrebbe dire che, alla fine, gli Stati Uniti hanno vinto», ha scritto Robert Buzzanco dell'Università di Houston, riferendosi al buon andamento degli interscambi economici. I viet kieu, i vietnamiti che hanno lasciato il paese nel 1975 per rifugiarsi negli Usa e che sono rientrati, sono tra i principali fautori delle buone relazioni anche culturali. «Il vero cambiamento comincia adesso. Arrivano nuovi investitori da Hong Kong, Usa, Singapore. Si vende tutto, si compra tutto. Si fanno affari da 10 milioni di dollari in dieci minuti», dice Lue Le Jeune, lui francese che è uno degli animatori della rinascita di Saigon, come tutti i viet kieu e i neo-yuppie continuano a chiamare Ho Chi Minh City. È un segno dei tempi che oggi giri più coca che oppio.
La città appare uniformata agli schemi di modernizzazione del Sud-est asiatico e il ricordo di vecchi tempi è solo nei nomi degli alberghi che ospitavano scrittori, inviati, avventurieri: il Caravelle o il Continental, oggi ristrutturati. «Non ci sono più avventurieri», dice Lue: «Ma c'è casino, tanto da divertirsi e molto, molto denaro in giro».
Per qualcuno non è abbastanza. «La tradizione è dura a morire», si lamenta Justine, affascinante viet kieu. La sua affermazione suona strana, visto che rimprovera  ai giovani vietnamiti la perdita dei valori tradizionali. Ma non si riferisce né a Confucio né a Buddha, bensì al comunismo. Non quello che frena la liberalizzazione politica, bensì quello degli apparati di partito che si oppongono al cambiamento e che potrebbe trovare insperata linfa nella recentissima frenata dell'economia che ha prodotto inflazione, aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e proteste di piazza.
Oltre ai problemi globali, avverte Jonathan Pincus, «ci sono problemi molto specifici del Vietnam». Sono determinati da un sistema politico ancora dominato da una cultura di partito ipercentralista, dalla lentezza dell'apparato legislativo e burocratico, dalla corruzione endemica alle strutture statali, e soprattutto dall'opposizione alle riforme economiche da parte delle imprese statali.
In questa situazione sembra a rischio anche la leadership di Nguyen Tan Dung, 59 anni, il più giovane premier nella storia contemporanea del Vietnam. In carica dal 2006, Dung è uno dei più forti sostenitori della politica di liberalizzazione e si è circondato di giovani tecnocrati laureati ad Harvard. Ma ciò ha determinato l'opposizione dei membri più conservatori del partito, primo fra tutti il segretario generale Nong Due Manh.
Per porre rimedio alla crisi, nel giugno scorso Dung ha compiuto una visita negli Stati Uniti, offrendo ulteriori aperture agli investimenti americani in Vienam. Qualcuno ha detto che si è presentato «con il cappello in mano», ma è riuscito a ottenere nuovi accordi senza far particolari concessioni in tema di diritti umani e libertà civili.
Ci è riuscito anche grazie al ruolo strategico attuale del Paese. In questo momento, infatti, il Vietnan è l'unico paese dell'area che sembra immune alla "soft policy" cinese, una politica morbida basata sulla "diplomazia del sorriso" e sull'" offensiva del fascino". Puntando sull'aiuto economico e su sostegno allo sviluppo, la Cina cerca di far rivivere il Regno di Mezzo che estendeva il suo potere dall'Oceano Pacifico all'Indiano.
Per quanto la Cina abbia sostenuto il Vietnam del Nord durante la"guerra americana", infatti, per i vietnamiti rappresenta il nemico storico. Ha occupato il Vietnam per quasi mille anni (sino al 939) ed è stato l'ultimo paese ad atlaccarlo, nella breve invasione del 1975.
Senza contare che la Cina occupa le Paracel Island, un micro arcipelago al centro di una ricchissima zona di pesca rivendicato dal Vietnam.
Il valore strategico del Vietnam nello scacchiere asiatico è stato amplificato con la sua elezione a membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il 2008-9. Posizione che potrebbe rivelarsi utilissima agli Stati Uniti soprattutto nei colloqui con la Corea del Nord, tradizionale alleato del Vietnam, ma anche nei negoziati con la giunta militare birmana.
Ma questi sono giochi geostrategici che contano poco per la nostra Than e per lei migliaia che, come lei, stanno uscendo dalla povertà e sperano di accedere, grazie al sudore della fronte, alla classe media.
Le impalcature, i cantieri edili, i gruppi di gru che sono parte del panorama ovunque sono il segno più visibile del nuovo urlo che scuote il Vietnam. "Good Morning" non annuncia una guerra, ma una nuova giornata per scalare il sogno.