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I francesi dicevano di
lui che "è un vulcano ricoperto di neve". Dietro alla freddezza c'è un
uomo geniale, pieno di passioni. Un guerrigliero. Un generale. Un poeta.
Di Vo Nguyen Giap si erano perse le tracce, il vecchio comunista che
aveva sconfitto gli americani in Vietnam, che li aveva sfiancati, che li
aveva costretti alla resa e alla ritirata nel 1975, era scomparso,
inghiottito dai duri e puri del suo regime. Che non potevano tollerare
un personaggio così ingombrante e fuori dagli schemi.
La storia del suo Paese gli deve molto. Gli deve tutto. Il Vietnam
esiste per Ho Chi Minh e per Vo Nguyen Giap. Eppure lo avevano tolto di
mezzo. Ma lo stratega dell'offensiva del Tet, che fu l'inizio della fine
per l'occupazione statunitense nel Sudest asiatico, lo stratega della
resistenza e dell'ultimo attacco a Saigon, lo stratega di Dien Bien Phu
dove l'esercito francese collassò nel 1954, lo stratega è tornato. A 94
anni. Fiero e lucido. Per quella che è una nuova straordinaria
battaglia.
Vo Nguyen Giap era rimasto per un quarto di secolo lontano dalla
politica ufficiale. Emarginato. Cancellato. Il South China Morning Post,
quotidiano di Hong Kong, attraverso il suo corrispondente da Hanoi lo ha
ritrovato pugnace e coraggioso, tagliente e fantasioso come lo era un
tempo. L'anziano generale si è presentato ai giovani del Partito
comunista vietnamita, che proprio in questi giorni celebra il suo decimo
congresso, e li ha catturati con un discorso contro la corruzione dei
funzionari dell'organizzazione e con una esortazione: dibattete,
confrontatevi, non abbiate paura, invocate la democrazia. E così ha
aperto l'ultimo fronte. Il più difficile. Perché questa volta il nemico
non è un invasore straniero. È lì nascosto, dentro, in casa. La mossa
che il generale a quattro stelle Vo Nguyen Giap ha compiuto ha le stesse
caratteristiche che resero famose e tragiche per gli imperialismi
occidentali le sue tattiche militari. "Nulla deve essere convenzionale",
sosteneva già nel 1945 quando a capo delle milizie del Viet Minh, la
Lega per l'indipendenza del Vietnam, combatteva e sconfiggeva le armate
giapponesi. Occorre sorprendere il nemico, è necessario demoralizzarlo,
isolarlo, operare sulla sua psicologia. Quante volte lo ha ripetuto e
quante volte lo ha sperimentato sul campo.
Tokyo. Parigi. Washington. Lo hanno capito quando era ormai troppo
tardi. Anche questa volta Vo Nguyen Giap è passato all'azione senza dare
un segno chiaro che potesse insospettire. Uno che per 25 anni si è
limitato a rievocare le gloriosa gesta dell'esercito di liberazione, uno
che per 25 anni ha preferito ritirarsi e dedicarsi alle lettere — lui
intellettuale raffinato con laurea in storia oltre che militare aveva
una vocazione per l'arte e la cultura poetica — poteva forse preoccupare
i più ortodossi epigoni del marxismo-leninismo? Invece, all'improvviso
il novantaquattrenne eroe del Vietnam, l'ultimo testimone che con Ho Chi
Minh presidente fino al 1969 ha condiviso la nascita della nazione
vietnamita, ha bucato il muro. L'immagine più efficace l'ha offerta al
corrispondente del South China Morning Post un delegato al congresso del
partito comunista: «E stato come un leone in un inverno lungo 25 anni. E
di nuovo ora è primavera».
Più trasparenza nel governo. Più democrazia. Chi si aspettava che
l'attacco partisse proprio dal vecchio generale chiuso nel recinto di un
ritiro obbligato? La sua biografia è un racconto appassionante e
illuminante che spiega le ragioni profonde di un gesto ancora una volta
tatticamente e strategicamente perfetto. Giap, con Ho Chi Minh, ha
fondato il comunismo in Vietnam, ha costruito il movimento nazionalista
di liberazione del quale il Partito comunista era parte egemone, ha
guidato le milizie che hanno reso la vita infernale alle truppe
giapponesi e le hanno cacciate. Poi si è opposto ai francesi che non
riconoscevano l'indipendenza del Vietnam ottenuta nel 1945 e che
scatenarono la guerra d'Indocina. Umiliò Parigi e la legione straniera
sulla piana di Dien Bien Phu. E dopo gli Stati Uniti, convinti a firmare
il cessate il fuoco (nel 1973) e ad abbandonare il terreno (nel 1975).
Spiegò Giap: «Si sosteneva che non potevamo sconfiggere un esercito
tanto potente... ci siamo riusciti con la saggezza, con la tattica...
loro avevano i B52 noi l'intelligenza e il coraggio... ma il fattore
decisivo non sono le armi è la gente, il sentimento della gente, la
determinazione della gente... il fattore umano fa la differenza, non le
armi più sofisticate».
Comunista, sì. Ma romantico. Quando nella vicina Cambogia il feroce Pol
Pot, pure comunista, sterminò milioni di contadini Giap non restò a
guardare e contribuì ad abbatterlo. Nel 1980 si dimise da ministro della
Difesa e due anni più tardi scomparve dalla scena. Una storia, quella
del piccolo Davide che sconfigge Golia, sembrava così essere terminata.
A 94 anni Vo Nguyen Giap è riapparso. Come saltato fuori dai tunnel e
dalle buche che nascondevano i vietcong.
In pensione, da scrittore-poeta, aveva scritto un racconto: «Ancora una
volta vinceremo». La guardia non l'aveva mica abbassata.
PECHINO - Fabio Cavalera |