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GENTE VIAGGI - Settembre 1992 di RICHARD POISSON (testo
raccolto da: A. Dagnino)
foto: YANN LAYMA (Franca Speranza) - J. Aaronson (Ag. Masi) - B. Simmons
(Ag. Volpe)
1)-Vietnam:
tra passato e futuro - "SUL TRENO PROIBITO"
Ora c'è un «altro» Vietnam da raccontare. È il Vietnam che sta
esorcizzando gli anni di piombo di innumerevoli guerre (contro i cinesi,
i francesi, gli americani, i khmer rossi della Cambogia) con il suo
presente di pace e di ricostruzione.
Chi oggi si reca in questo
Paese di infinita e malinconica bellezza non va a caccia di tragiche
rievocazioni belliche né di atmosfere da
«Apocalypse Now», ma va alla
scoperta della vita e della cultura di un popolo, a noi ancora
sconosciuto. È con questo spirito che un fotoreporter di «Gente Viaggi», Richard Poisson, ha cercato di penetrare nel profondo cuore della realtà
vietnamita facendo quello che, dai giorni della guerra contro gli
americani fino a oggi, non era mai stato concesso a un occidentale:
attraversare il Paese da sud a nord sui convogli della più celebre
strada ferrata del Sudest Asiatico: la «linea
imperiale», meglio conosciuta come «transvietnamita». Il
treno che viaggia su questo binario unico è divenuto, nelle sue epiche
traversate, il simbolo della vita e della miseria, della bellezza e
dell'inferno di tutto un Paese.

Parte ogni tre giorni da Saigon (ribattezzata Ho Chi Minh Ville nel
1976, ma rimasta Saigon nelle insegne e nel linguaggio
comune) per raggiungere, dopo 52 ore di estenuante tragitto e 1729
chilometri di calore e polvere, Hanoi.
I lavori per la costruzione della «linea imperiale», ambiziosa opera
coloniale francese, vennero iniziati dal governatore Paul Doumer nel 1899. Fu stabilito che la strada ferrata corresse
parallela alla «Mandarin Route» (l'attuale strada nazionale A1), la via
che collegava la Cocincina, la regione del delta del Mekong, al
Tonchino, la provincia settentrionale al confine con la Cina.
Fu
un'impresa, per l'epoca, di titaniche dimensioni: milioni di
uomini-formica vennero impiegati per scavare decine di tunnel nel ventre
delle montagne Annamite e costruire oltre seimila ponti sulla complessa
rete fluviale del Paese. La linea, ultimata nel '36, subì in seguito i
sabotaggi dei Viet Minh, i combattenti
per l'indipendenza del Vietnam dai francesi, e i bombardamenti dei
caccia americani.
Alla fine delle ostilità, nel 75 il 60% dei binari era
fuori uso, ma venne ricostruito a tempo di record nel giro di due anni.
Per questo i vietnamiti considerano il «treno della riunificazione»
(così è oggi chiamato ogni convoglio che faccia la spola tra Saigon e Hanoi) un motivo di orgoglio nazionale e un simbolo dell'unità del
Paese.
Per un osservatore occidentale, invece, la transvietnamita, l'unica
strada ferrata di tutto il Paese, è il simbolo del Vietnam che cambia:
una sorta di ferroso cordone ombelicale che congiunge una Saigon vitale e produttiva,
contagiata dagli influssi della modernità e del consumismo di stampo
americano, a una Hanoi burocratica e indolente.
Ironia della sorte, sono
ancora alcune vecchie locomotive diesel di fabbricazione sovietica a
trainare fino alla capitale dei funzionari i germi del rinnovamento e il
vento di un sud più ricco, libero e pragmatico. E lo fanno con un passo
lentissimo, che stride un po' con la velocità con cui Saigon si è
buttata nel vortice del cambiamento. Pur lento, il treno è il simbolo di
una speranza a cui tutti si aggrappano; ma è anche il simbolo del legame che ancora trattiene un
presente in ebollizione a un passato dogmatico e sclerotizzato. Un dato,
forse, è più significativo di mille parole: nell'87 la ferrovia ha
trasportato 12.000 tonnellate di viveri; ma tutte in un'unica direzione,
da Ho Chi Minh-Saigon ad Hanoi.

Nella bolgia della terza classe
Il viaggio di iniziazione al sistema Vietnam comincia alle sette
della sera, dopo essersi lasciati alle spalle la piattaforma della stazione di Saigon, i venditori di ventagli di carta e di
sigarette d'altri tempi, come le Tourism, le Ruby Queen o le
Dien Bien
Phu, e il grande ritratto del piccolo padre della rivoluzione, Ho Chi
Minh.
Per uscire dalla città il treno attraversa tutta la periferia,
un'immensa distesa di catapecchie la cui vita ruota lungo la sottile
striscia di terra che corre tra i binari e le case. È qui che, incuranti
del pericolo, i vecchi si riuniscono per una partita a carte, i giovani
per giocare a pallone e i più piccini per accennare i loro primi passi.
All'interno dei tredici vagoni il caldo
è soffocante - la temperatura non scende quasi mai sotto i 35 gradi - ed
è inutile cercare sollievo nella brezza provocata dalla velocità, dal
momento che il treno raramente supera i 25-30 km/h. Gli scompartimenti
di prima classe (sic!) contengono sei cuccette, sei tavole di legno
coperte da un materassino. In seconda e terza classe ci si sistema alla
meglio, dormendo seduti o sdraiandosi tra polli sgozzati e sacchi di
riso. Parlare di viaggio spartano è un eufemismo. Il treno marcia a
singhiozzo, in un continuo arrestarsi e ripartire. Quando frena, i
vagoni si accavallano uno sull'altro
in un assordante strepito di ferraglia e la luce, nel corridoio, si
affievolisce.
Per omaggiare i suoi primi clienti europei il signor Quy,
da 12 anni capocucina della carrozza-ristorante a 7 dollari il mese,
viene personalmente a prendere l'ordinazione. Da offrire ha solo due
portate: minestra e cocomero. E lattine di Saigon Beer, da refrigerare
con cubetti di ghiaccio.
Le luci dell'alba sui campi di riso di Phan Rang (ex Tourcham), a 320
chilometri da Saigon, salutano un nuovo giorno e congedano la prima
notte di viaggio.
È il primo approccio alla sublime bellezza dei paesaggi d'Indocina. Sterminate distese di risaie si
perdono nell'orizzonte, come un patchwork di verdi campi da golf
intervallati da argini, canali e ciuffi di palme. Un mare di smeraldo in
cui si perdono i cappelli a cono dei contadini, intenti a concimare,
fertilizzare e sarchiare (asportare le erbacce) stando immersi
nell'acqua fin quasi alla cintola. Il mare vero, quello blu, che bagna
la costa fino al Golfo del Tonchino, appare ogni tanto in lontananza,
sul lato destro. Sulla sinistra, invece, e inaspettatamente, emergono da
una bassa foschia lattiginosa le schiene
ricurve di colli a panettone: un dolce preludio alla cordigliera
Annamita (Trong Suon).
Alla stazione di Phan Rang avviene quello che si ripeterà a ogni tappa
successiva: metà dei passeggeri scende dal treno e si riversa sul
marciapiede, dove l'attende uno stormo di venditori ambulanti e
calderoni di zuppa fumante. Nel frattempo, negli scompartimenti iniziano
a circolare cartocci di noodles (spaghetti cinesi), riso, fagioli
ricoperti di zucchero, frutta, recipienti per il te e taniche d'acqua.
Molti comprano e mangiano direttamente dal finestrino.

È come se il treno si fosse trasformato in un lungo serpentone, intento a
consumare il suo pasto quotidiano. Ma non c'è tempo per la digestione;
un fischio lungo e improvviso dà il segnale della partenza e la
locomotiva inizia a muoversi, sputando furiosa nuvole di fumo. È un
attimo: gli ultimi commensali salgono a bordo in fretta e furia, mentre
i controllori spingono fuori intrusi e ambulanti. Il viaggio riprende
in una babelica atmosfera; nei vagoni, uomini e cose sono ammassati uno
sull'altro. Ceste, fagotti, cassette e pali di bambù costringono giovani
e meno giovani a sistemarsi in
posizioni acrobatiche.
Eppure, nonostante gli evidenti disagi e il
calore insopportabile, ai passeggeri non passa la voglia di ridere,
scherzare, chiacchierare, giocare a carte, sonnecchiare su amache
improvvisate o leggere fumetti e storie di crimine. Strano ma vero, i
vietnamiti vanno pazzi per il noir, tanto che le autorità governative
hanno dovuto desistere dall'intenzione di bandire il più popolare
settimanale del Paese, «Conq An» (la Polizia).

Questi vagoni-bazar
saranno destinati, durante il tragitto, a trasformarsi in soffocanti
grotte di Ali Babà, perché, man mano, ai sacchi di riso e al vasellame di ogni genere, si aggiungeranno altri
pacchi, altri acquisti e altre masserizie. Alla stazione di Dieu-Tri,
per esempio, molti acquisteranno, a prezzi stracciati, polli e galline
da rivendere sui mercatini di Hanoi, dove tutto costa molto più caro.
Tra languide atmosfere coloniali
Ma ecco avvicinarsi Nha Trang, la
rinomata stazione balneare a 490 chilometri da Saigon, una piccola città
di vacanze dal fascino tropicale e dalle lunghe spiagge di sabbia
finissima.
La stazione, con la sua tettoia di
tegole rosse, sembra essere stata trasportata lì direttamente dalla
Francia rurale. Così come la villetta che ancora oggi ospita lo studio e
il laboratorio del dottor Yersin, probabilmente il francese più amato
dai vietnamiti, nonché scopritore del bacillo della peste bubbonica.
Arrivò in Vietnam nel 1889 dopo aver lavorato a Parigi con Louis Pasteur
e fu il primo a introdurre nel Paese il chinino e l'albero della gomma.
Ancora oggi a Nha Trang, nell'Istituto Pasteur da lui creato nel 1895,
un gruppo di studiosi continua nelle ricerche epidemiologiche e batteriologiche, con un budget
limitatissimo e apparecchiature antiquate,
La cittadina conserva il ritmo rilassato e la languida atmosfera dei
tempi coloniali. Qui si può trovare ristoro dall'arsura e dal sole dei
tropici all'ombra di terrazze sul mare, sotto le palme della «Promenade
des Anglais» o in piccoli caffé all'aperto, dove servono spremute
ghiacciate di «drago verde» (thanh long), un delizioso frutto che si
trova solo in questa regione.
Un cultore di reminiscenze storiche non
può non concedersi un breve soggiorno in una delle cinque
Ville di Bao Dai, l'ultimo imperatore, costruite negli anni Venti su tre
colli a sette chilometri da Nha Trang. Per 35 dollari a notte, le porte
delle sfarzose suite che un tempo accolsero l'elite della società
sudvietnamita, oggi si aprono ad accogliere l'occasionale visitatore.

Nel frattempo il treno ha ripreso la sua lenta corsa attraverso una
campagna di magica bellezza, dove la terra è ocra e la giungla si
alterna a canali solcati da sinuosi sampan. E quando gli scenari
tornano ad aprirsi sui campi coltivati, rispuntano i cappelli a cono e
le sagome di bufali maestosi e tranquilli, cavalcati
da vecchi e bambini. Dove la ferrovia corre parallela alla strada
nazionale si incontrano sciami dì contadini a piedi o, se più fortunati,
in bicicletta, carichi di ortaggi, otri di terracotta e ciuffi di riso
maturo. Ancora una volta, il sole tramonta sull'orizzonte e le tenebre
avvolgono lentamente il serpente di ferro.
La spiaggia dei marines e il colle delle nuvole
È ormai notte inoltrata quando il treno raggiunge la pittoresca Danang
(760 km da Hanoi), passata alla storia come
Tourane durante il periodo di protettorato francese e come la più grande
base militare americana del Sudest Asiatico durante gli anni della
guerra tra gli Usa e il Vietnam del Nord.
Oltre a essere il più
importante porto naturale tra il delta del Mekong e la valle del Fiume
Rosso, Danang è sede del Museo Cham, dove è conservata la più ricca e
affascinante collezione di sculture dell'arte cham del mondo. Popolo di
guerrieri e mercanti affermatosi in questa regione tra il VI e il XIV
secolo, i Cham diedero vita a una splendida civiltà «indianizzata»,
dominata dal culto di Shiva e di
Buddha, e scomparsa poi sotto la nascente potenza militare vietnamita.
Di loro sono rimasti alcuni fregi e bassorilievi, dee celesti in
terracotta e splendide sculture braminiche in pietra.

Ma è appena superata Danang, quando alle prime luci dell'alba il treno
inizia a inerpicarsi su per il Colle delle Nuvole (Hai Van), il passo
che dà accesso alle regioni del Nord, che il paesaggio vietnamita
sfoggia la sua grazia imperiosa. Il treno avanza così lentamente che si
può scendere per sgranchirsi le gambe e trottare al passo con il
convoglio. Una brezza fresca e profumata spettina ciuffi d'erba alta e lo sguardo si abbassa a sud, e 500
metri più sotto, su una costa selvaggia, appena addolcita da
chilometriche lingue di sabbia.
Fra queste c'è anche quella che prende
il nome di China Beach, la spiaggia dove venivano spediti i marines,
per il ristoro del corpo e dello spirito, prima di essere ricacciati al
fronte. Subito a ridosso della spiaggia si ergono le spettacolari
Montagne di Marmo, cinque colli dirupati, un tempo isole circondate dal
mare, ognuno dei quali prende il nome da un elemento naturale: acqua,
fuoco, terra, legno, metallo.
Il ventre marmoreo del più celebre, Thuy Son (l'acqua), è scavato da
profonde grotte, dove nel corso dei secoli sono stati costruiti
suggestivi santuari buddhisti, attivi ancora oggi, e dove i sudditi del
regno Champa nascosero preziosi scrigni induisti.
La stazione della suprema armonia
La discesa lungo l'altro versante del Colle delle Nuvole viene
affrontata con mille precauzioni e decine di brusche interruzioni.Alle
dieci del mattino e
con ancora 450 km da percorrere, il fischio del treno saluta la stazione
di Hue, l'antica capitale imperiale.
La città venne ricostruita dalle
ceneri di secolari distruzioni nel 1802 da Già Long, della dinastia Nguyen. E ancora oggi giace in un immutabile languore, tra tombe regali
e sontuose pagode, sulle rive del Fiume dei Profumi, a 15 chilometri
dalla costa. Non è un caso che proprio qui si svilupparono e trovarono
raffinati motivi ispiratori le lettere, la poesia, la danza, la musica.
Il fulcro dell'ex capitale era e rimane la Cittadella, un recinto dì 10
chilometri di perimetro costruito sul modello della Città Proibita cinese e
come questa protetto da mura invalicabili. Al suo interno si trovano il
Palazzo della Suprema Armonia, il Tempio Dinastico e numerose altre
costruzioni, intervallate da viali alberati, giardini e bacini
artificiali. Il cuore della Cittadella è occupato dalla Città Proibita
Purpurea di Già Long, riservata all'uso esclusivo della famiglia
imperiale; gli unici servi ammessi erano eunuchi, uomini privati del
desiderio di cadere in tentazione con le concubine reali.
La maggior
parte dello splendido recinto venne distrutta durante l'offensiva del Tet, nel 1968, e ora è lasciata in balia della
vegetazione tropicale e delle mimose fiorite.
Le guide invitano a passare almeno un paio di giorni nella preziosa Hue.
Almeno il tempo per andare a visitare la Valle delle Tombe Reali, dove
riposano di un sonno eterno tutti gli imperatori della dinastia Nguyen
insieme ai loro dignitari. Le tombe si trovano a una decina di
chilometri dalla città risalendo il Fiume dei Profumi in sampan. Sono
maestosi sepolcri-gioiello nascosti in boschetti di pini e di frangipani,
con padiglioni per la preghiera, cortili custoditi da elefanti, draghi e cavalli di pietra e da stagni ricoperti da
fiori di loto.
Di nuovo il treno ha ripreso la sua lenta marcia, ma lo scenario
circostante cambia gradatamente. A poco a poco la lussureggiante
vegetazione tropicale lascia il posto a foreste di conifere, macchie di
eucalipti, coltivazioni di erbe medicinali e piantagioni di patate
dolci. Ci sono meno risaie e più mandrie di bestiame al pascolo. Il
convoglio prosegue costeggiando le montagne della Cordigliera Annamita
e a volte scivola sferragliante in corridoi di colline dentellate e
dune di sabbia portate dai venti del mare.
Promontori e picchi nel pieno della notte
Sul treno viaggiano anche due bonzi, due preti buddhisti vestiti con
tuniche arancioni; stanno raccolti nelle loro amache, appesi tra una
carrozza e l'altra del treno. Alla stazione di Vinh intorno ai due si
forma un piccolo crocchio rispettoso, pronto ad ascoltare le parole di
un'antica saggezza.
Per affrontare l'ultima notte di viaggio i
passeggeri comprano canne da zucchero, che i venditori tagliano sul
posto con il macete, arachidi, tamarindo, patate dolci, te,
torte di tapioca e foglie di vo una droga da masticare e che come il
betel macchia le gengive.
Il tramonto del terzo giorno di viaggio cala
sulle rotaie e su un vasto altopiano, interamente rivestito di
piantagioni di te e alberi di banano.
Purtroppo si raggiunge quello che le guide definiscono l'idilliaco
paesaggio di Ninh Binh quando è ormai notte fonda. E degli sbuffanti,
preistorici treni a vapore, che tuttora collegano la capitale a questa
regione ricca di cave e di fornaci per la calce, si può udire solo il
fischio prolungato, ma ancora vivace.
Alle cinque del mattino e dopo 1729
chilometri, il «treno della riunificazione» termina orgoglioso un'altra
corsa. Carico della sua umanità variopinta e stravagante, entra
finalmente nella stazione di Hanoi, che non è più la stessa da quando un
B52 americano, nel '72, si abbatté sulla hall principale. Centinaia di
carrozze malandate attendono di essere smistate nei vari depositi;
intanto, su un binario secondario una vecchia locomotiva a vapore si è
messa in marcia per il suo ultimo viaggio. Destinazione: Gialam, il
cimitero dei mammut di ferro. È il passato che chiude. Il futuro è
ancora da inventare.
 

2) - Per capire Saigon
. ALLA VIGILIA DELLA GRANDE SVOLTA
di ROBERTO BONZIO

«Good morning Vietnam!».
Saigon si sveglia all'alba ed è già un brulicare di
umanità che scorre sulle due ruote facendo di necessità virtù in una
città in cui solo i quattro o cinque grandi alberghi hanno energia
elettrica 24 ore su 24.
Saigon, oggi Città di Ho Chi Minh, è il cuore pulsante di un Vietnam che
fatica a vincere la pace. Un Paese .che, nello sfascio del comunismo
mondiale, tenta la carta di una perestrojka alla rovescia:
socialismo e partito unico non si toccano ma largo alla proprietà
privata che la nuova costituzione, approvata lo scorso 15 aprile, mette
al riparo da nazionalizzazioni. E benvenuti i capitali esteri, tenuti
sinora lontani dall'embargo Usa, destinato a cessare a fine anno.

Saigon, ponte con l'Occidente, è alla vigilia della grande svolta. Il
presente è ancora un'austerity feroce sopportata stoicamente. È il
riciclaggio come stile di vita: nell'elmetto da marine che molti
meccanici sui marciapiedi usano come bacinella, nel conto che i
camerieri spesso scrivono sulla mano per risparmiare carta. Gli
stipendi, 10-15 dollari mensili, bastano per un paio di settimane; si
sopravvive solo grazie a doppi lavori. Il passato è ricordo bruciante di
una città elegante, allegra, corrotta e al guinzaglio degli occidentali.
Partiti loro, una metropoli con un commercio mostruosamente gonfiato e
senza più clienti, sovrappopolata a forza per svuotare le campagne da
potenziali vietcong, si è ritrovata libera ma all'anno zero.
«Sì, vinta la guerra abbiamo sbagliato a imporre a Saigon lo stesso
modello di Hanoi. Oggi abbiamo fatto enormi progressi ma c'è ancora
troppa miseria. Prima di giudicarci, però, ricordate che dall'ultimo
conflitto, quello in Cambogia, siamo usciti solo da un paio d'anni»,
avverte Tran Bach Dang, storico e oggi popolare scrittore di spionaggio.
Vent'anni fa era vicino di casa dell'ambasciatore Usa e nessuno
sospettava che fosse lui, con venti identità diverse, il capo del
partito comunista clandestino. Fu proprio lui a organizzare l'assalto
all'ambasciata americana che sconvolse l'opinione pubblica statunitense.
VOGLIA DI BENESSERE
Ed è da quella palazzina bianca, sulla quale ora sventolano panni
stesi ad asciugare, che vai la pena di cominciare il tour di Saigon. Il
ciclo-taxi è il mezzo ideale, ogni conducente sarà orgoglioso di
mostrarvi quell'edificio.
Poco distante è stato allestito il Museo dei crimini della guerra
d'aggressione. Un percorso ritmato da immagini agghiaccianti, ma anche
da messaggi di pace: no, non c'è odio per il popolo americano, malgrado
tutto.
Chi ha la fortuna di poter sfoggiare un paio di Ray Ban si guarda bene
da staccarne il marchio dalla lente. Le coppie di novelli sposi si fanno
fotografare davanti alla statua di «zio Ho» ostentando orgogliosi
un'eleganza yankee fatta di tulle colorati e doppiopetti.
E la moda californiana di divertirsi per ore con una pallina piumata
rimbalza pure tra i ragazzi di quartieri in cui non c'è erba o sabbia ma
solo fango e polvere.
È ancora una piccola élite, invece, quella che può permettersi di sudare
nell'esclusivo tennis club davanti al Rex - solitaria isola di
esclusività - o sostituire scintillanti tutine da aerobica ai colorati
abiti delle danze folcloristiche. Grazie al recente disgelo si è
realizzato anche il sogno di migliaia di «amerasiatici» figli di soldati
Usa. Non se ne vedono più lungo i giardini che costeggiano il fiume
Saigon. Nei mesi scorsi quasi tutti hanno ottenuto il visto d'espatrio.
Un esodo agognato, che diventa quasi favola a lieto fine nella storia di
Kim Chi. Non era più una ragazza quando ebbe un figlio da un soldato di
colore. Alla fine delle ostilità lui tornò in patria e lei non smise di
aspettarlo. E appena è stato possibile il padre-soldato è tornato, quasi
vent'anni dopo, per portarla con sé. Una vicina di casa racconta
commossa la loro partenza: Kim Chi ormai vecchia e cieca da un occhio,
quel signore dalla pelle nera che sembrava suo figlio e il loro ragazzo,
cresciuto aspettando di conoscere il padre.
Dal muro di ostilità e diffidenza che si sbriciola, filtra lentamente
una luce nuova anche verso gli Stati Uniti, dove il Vietnam è ancora un
incubo difficile da rimuovere.
«Non più nemici, non ancora amici» (Norton 1991) è per il
Washington Post «il libro che tutti gli americani dovrebbero leggere»: è
la storia autobiografica di una paura che si scioglie pian piano fino a
diventare speranza.
La racconta Frederick Downs, che ha perso il braccio sinistro su una
mina vietcong, e che è ritornato in Vietnam con la Commissione per il
rimpatrio delle spoglie di soldati Usa.
Il viaggio inizia con la paranoia di essere abbattutto da.un missile,
anche se ormai è il 1987. Il libro si conclude nella casa dell'autore in
America. Downs osserva il suo ospite, il direttore vietnamita del
progetto rimpatrio spoglie: il comunista integerrimo nemico d'un tempo
ora è come un nonno per i suoi figlioletti e canta loro delle ninnananne
vietnamite.

I locali dei ricordi
Per chi preferisce rinunciare all'eleganza delle discoteche nei
grandi hotel, da quella tanto decantata del Rex a quella sofisticata del
Floating Hotel, niente di meglio di una «333», la buona birra
vietnamita, con sottofondo musicale.
Un po' pretenzioso l'Honky Tonk Bar, un po' nostalgico l'Hard Rock Ca-fé,
con tanto di biliardo. Ma il bar più celebrato è l'Apocalypse now, una
piacevole ressa vociarne tra alti sgabelli e pareti nere su cui spiccano
i poster del Vietnam in celluloide.
Dietro al bancone, in certi periodi, a servirvi c'è un ragazzone dai
capelli radi e dai baffi spioventi. Si chiama Keith ed era un uomo
d'affari di Cleveland; ora sta trasferendo il suo lavoro a Saigon dove è
approdato per la prima volta in divisa durante la guerra.
Assieme ad alcuni commilitoni di un tempo ha appena finito di costruire
un ospedale per bambini; adesso è impegnato nel progetto «Veterani
in Vietnam: legalmente, con sicurezza e senza difficoltà». «Sono
in tanti a voler tornare nei luoghi in cui hanno fatto il militare»,
spiega Keith, «venire in Vietnam con altri veterani e guide preparate è
un'esperienza importante per scacciare le paure di un tempo e constatare
che non c'è diffidenza verso gli americani che hanno combattuto qui».
Il quartiere cinese
Saigon intanto tenta di rimarginare un'altra ferita che brucia
ancora: il calvario dei boat-people. Da qualche mese i profughi
cominciano a tornare usufruendo di particolari agevolazioni. Molti erano
mercanti cattolici d'origine cinese. Il loro quartiere, tholon, è
apparso di recente sullo sfondo del film di Jean-Jacques Annaud
«L'amante», una delle primissime pellicole girate nel Paese dopo decine
di falsi Vietnam ripresi in Thailandia e nelle Filippine. Il vecchio
quartiere cinese è un mercato di case-bottega in cui affluiscono i
dollari inviati da chi è ancora all'estero. Tra negozi e banchetti che
vendono di tutto si ergono maestose vestigia cinesi; su tutte la Ba
Pagoda, un felice connubio di fregi sfarzosi, rintocchi di gong e nuvole
d'incenso bruciato, che durante le funzioni affollate diventano
autentiche nubi tossiche e provocano svenimenti tra i fedeli.
La Saigon religiosa si scopre nei mille ex voto della quieta cattedrale
cattolica di Notre Dame, nella miriade di tavolette funerarie della
pagoda di Vinh Nghiem, costruita in ricordo dei defunti rimasti senza
eredi, e nella venerazione degli antenati qui abbinata a ogni fede,
dalla cattolica alla buddhista.
«All'uccello il suo nido, all'uomo i suoi antenati», recita un vecchio
adagio locale.

Il dramma e la grazia
Attorno all'arena di periferia dove due galli si fronteggiano
esausti come vecchi pugili (non si uccidono, la vittoria è lo sfinimento
dell'avversario), la folla eccitata dalla violenza è la stessa che
faceva da cornice alla terribile roulette russa nel film «Il
cacciatore».
Per strada la grazia di liceali in tunica bianca e ragazze dai lunghi
guanti (per evitare l'abbronzatura che è segno di degrado) si affianca
all'orrore di giovani mutilati da mine o bimbi con terribili
malformazioni, vittime tardive della
guerra chimica vissuta dalle loro madri.
Saigon, una metropoli ufficialmente di quattro milioni d'abitanti (ma
forse sono sei) sfida il turista, che cerca d'intuirne il passato
frivolo e crudele. E che nello stesso tempo tenta di immaginarne il
futuro, di cui saranno protagonisti anche gli uomini d'affari di
Giappone, Hong Kong, Singapore e di tutto l'Occidente, che oggi
affollano le hall dell'hotel Rex, pronti a contendersi un mercato quasi
vergine.

RITORNO A SAIGON
È stata costretta a lasciare la
sua città quando era una bambina: allora c'era il coprifuoco e i camion
pieni di marines si dirigevano al nord. A Parigi prima e a Milano poi è
diventata un'affermata donna d'affari. E quest'estate ha deciso di
ritornare a Saigon, che non vedeva dal 1968. Ecco il suo diario.
Sono
tornata alla grande casa al 152 di Cong Ly. Adesso la via ha un altro
nome, non l'ho neppure guardato: si chiamerà viale della Rivoluzione, o
qualcosa di simile. Non potevo non passarci davanti: Gong Ly è la grande
arteria che unisce l'aeroporto col centro di Saigon, all'inizio una via
povera, quasi rurale, che diventa sempre più ricca man mano che ci si
avvicina al centro. Il 152 è proprio davanti a quello che fu il palazzo
del Governatore francese, poi era diventato quello del Presidente della
Repubblica: l'ultimo che ricordo era Van Thieu. Adesso è un museo. Al
tassista ho chiesto di fermarsi, per favore. Ma lui non ha detto una
parola e ha continuato dritto. Quella è stata la casa della mia infanzia
e dell'adolescenza. Non la vedevo dal 1968.
È stato allora, quasi 25 anni fa, che ho lasciato il Vietnam insieme con
la mia famiglia per trasferirmi a Parigi. Non c'era altra scelta. La mia
discende da una famiglia di Mandarini. Mio padre era il rappresentante
di una grande multinazionale a Saigon. Mio nonno materno era
proprietario di vaste risaie e Amministratore della provincia di Ben
Tre, nel Sud, a 110 chilometri dalla capitale: è stato ucciso durante la
seconda guerra mondiale. Mio nonno paterno era il presidente dell'Ordine
degli avvocati vietnamiti; si tolse la vita per non rivelare i segreti
di Stato di cui era a conoscenza agli occupanti giapponesi.
Nel 1968 iniziò la grande offensiva del Têt: venne stretta d'assedio Huè,
l'antica capitale imperiale. La situazione stava precipitando. Lasciammo
il Paese.
Il giorno dopo il mio arrivo a Saigon, era domenica, sono tornata al 152
di Gong Ly. La grande casa è in rovina. Il tetto probabilmente perde:
l'hanno ricoperto con l'ondulux per fermare le piogge dei monsoni. Dove
c'era la veranda adesso c'è una costruzione piccola e brutta dove vivono
stipate chissà quante persone. Non ce l'ho fatta a superare il cancello:
pensavo che la casa, almeno quella, si fosse salvata. Lo avevo pensato
vedendo al cinema «L'amante», il film di Jean Jacques Annaud ambientato
a Saigon. C'è una scena nella quale la protagonista, la scrittrice
Marguerite Duras giovane, esce di scuola. Quella scuola la ricordo bene:
era il liceo Chasseloup-Laubat, e ci andava mio fratello. Poi l'attrice
segue giocherellando -una cancellata: è quella del Palazzo
presidenziale. Ho pensato: «Ecco, ancora pochi passi e si vedrà la mia
casa». E invece la macchina da presa si è fermata qualche metro prima. A
Saigon ho saputo che la facciata del liceo era così in ordine perché la
produzione aveva pagato la ristrutturazione, perché venisse bene in
quella scena del film. La mia casa, invece, non l'hanno inquadrata, e
dunque non l'hanno ristrutturata. Mio padre è entrato, ha parlato con
alcune delle persone che ci vivono adesso. Saranno almeno 15 famiglie,
per lo più quadri del Partito comunista, funzionari giunti dal Nord dopo
la guerra. A loro sono toccate le case requisite e molte delle terre dei
latifondisti distribuite ai contadini alla fine del conflitto: il
governo sostiene infatti che erano abbandonate e dunque le ha date in
usufrutto. Ma anche per questo i vietnamiti del Sud ce l'hanno tanto con
quelli del Nord. Questione di odi antichi, ma non solo.
La città, nella sua struttura, è rimasta quella che io ricordavo. Solo
più fatiscente. In questi anni hanno costruito poco: qualche piccolo
hotel a due piani edificato da cinesi di Taiwan o dai coreani. E spesso,
mi viene detto, sono locali equivoci. Un «grattacielo» di vetro aperto
sei mesi fa. Nient'altro.. Tutto è più sbiadito, anche il giallo delle
facciate tipico di Saigon. E come il mio vietnamita, una lingua che
credevo madre. All'inizio è «grippato», lo capisco ma fatico a parlarlo.
Anche lui si è sbiadito.
Passo in Dong Khoi (in italiano, Insurrezione), una via che 25 anni fa
era Tu Do, Libertà, ma che noi chiamavamo ancora col vecchio nome
francese: rue Catinat. Ed era la nostra Montenapoleone. Adesso è una
fila di poveri negozi fatiscenti e poco puliti.
Talvolta le immagini reali e quelle del ricordo sembrano invece
sovrapporsi e combaciare. A Dalat, per esempio, 300 km a nord di Saigon,
in quella che era la stazione climatica più chic del Vietnam, c'è ancora
la stazione ferroviaria che i francesi avevano voluto costruire come una
copia perfetta di quella di Deauville. Solo che adesso il treno non ci
arriva più.
Identico è l'Hotel Continental, il famoso albergo costruito dai francesi
nel cuore della capitale., il mitico quartier generale dei giornalisti
che hanno seguito le guerre d'Indocina. Qui scendevano anche le troupe
cinematografiche e i registi che venivano a girare a Saigon. Non c'è più
la grande terrazza che dava sulla strada, ma quella è stata smantellata
tanti anni fa. Tutto è uguale, perfetto. Solo nelle camere non ci sono
più i grandi ventilatori al soffitto, sostituiti dall'aria condizionata.
E l'arredamento, una volta sontuoso, adesso è poco più che modesto. Ho
abitato lì durante il mio soggiorno a Saigon, insieme con qualche
turista e diversi uomini d'affari logorati dai tempi lunghi della
burocrazia.
Ho ritrovato gli odori e i sapori della mia infanzia: quello della canna
da zucchero ricoperta di gamberi tritati e cotta sul fuoco. I dolci di
riso, di soia, che la mamma mi portava a mangiare sulla Rivière, il
lungofiume della capitale. Tante piccole leccornie di quando era bambina
e che nessun ristorante vietnamita all'estero potrà mai servire. Piatti
poveri, da strada. Fantastici.
Sono andata a sud, nel delta del Mekong che ho attraversato sulla barca
di un vecchio traghettatore col Cai Non, il cappello di paglia appuntito
e con le tese larghe. Ho rivisto il grande delta dove l'acqua, il cielo
e la terra si confondono; i bufali pascolano tra le palme da cocco e si
possono scorgere i delfini che dal mare risalgono l'immenso fiume. E poi
le risaie, che sembrano non finire. Mi sono stupita davanti a mille
piccole tombe che segnano i confini dei tanti minuscoli campi dati da
coltivare ai contadini, là dove una volta c'era solo latifondo: mio
padre, ricordo, veniva qui a cacciare le anatre. Era un grande
cacciatore: nelle foreste intorno a Dalat organizzava le battute alla
tigre, con gli elefanti. Una volta mi portò con sé.
Ho ritrovato soprattutto la gente, cordiale e allegra come tutte le
genti del Sud: i nordvietnamiti sono più chiusi, di carattere, ma
perfino nel linguaggio.
Non ho visto disperazione, nemmeno quella dei ricordi. Eppure, se a me
la guerra ha portato via entrambi i nonni, devo considerarmi una
fortunata. A quasi tutte le altre famiglie è andata peggio. Non può che
essere così in un Paese che dall'inizio della seconda guerra mondiale
fino a pochi anni fa, quando l'esercito vietnamita ha abbandonato la
Cambogia, non ha praticamente mai conosciuto la pace, se non per un
breve periodo di sei anni. E che poi ha vissuto la tragedia dei
«boat-people».
La gente, a Saigon, mantiene una grande dignità. Non parla della propria
miseria, che pure è grande, non racconta mai storie della guerra. Ma
parla dei tentativi di fuggire, della volta che erano riusciti a salire
su un traghetto, la notte, e poi il comandante li ha buttati in mare
perché c'era troppa gente a bordo. Di come hanno raggiunto la riva a
nuoto. Ti fa vedere un permesso di espatrio vecchio di cinque anni, e ti
dice, convinta, che questo sarà sicuramente l'anno buono.
Saigon rimane la città libera e infedele che conoscevo, che si è
prestata a tanti padroni ma non si è mai data del tutto a nessuno. Nella
gente rimane, fortissima, la voglia di vivere, che non è stata piegata
neppure dall'infinito succedersi delle guerre e dalla povertà: tutte le
risorse, infatti, erano destinate allo sforzo bellico. Così una mia
parente, che aveva scelto di restare al Nord durante la guerra, mi ha
raccontato che per anni hanno vissuto con un unico ago in tutto il
villaggio, e che le donne se lo passavano per rammendare. Adesso che la
situazione è migliorata, ha aperto una parte della sua casa e l'ha
trasformata in una scuola per i ragazzi che non hanno soldi per gli
studi.
È per questa voglia di vivere e di fare, per questo spirito di
intraprendenza nonostante tutto, che sono tornata in Europa convinta che
il Vietnam ce la farà, che potrà diventare la Singapore del Duemila. È
stata questa convinzione, insieme alla fortissima nostalgia, che mi ha
fatto sognare, in certi particolari momenti, di tornare in Vietnam,
magari per trascorrerci un giorno la vecchiaia. E se così fosse, mi
piacerebbe tornare nella grande casa al 152 di Cong Ly. Per questo siamo
andati a trovare un vecchio conoscente di quando vivevamo a Saigon,
quasi un amico di famiglia: adesso è un anziano signore molto potente
nella gerarchla del partito. Ha accolto me e la mia famiglia con
cortesia, ha posato con noi per le foto. Ma le sue parole mi sono
sembrate più quelle di un responsabile politico che quelle di un amico.
(testo raccolto da Gianluca
Beltrame)
HANOI: la capitale dei guerrieri/contadini. L'altra anima del Vietnam
di ROBERTO BONZIO

Manciate di caramelle e qualche lattina. Una vetrinetta poco più grande
di un frigorifero, poggiata su alcuni mattoni. Tutto lì il duty-free
dell'aeroporto di Hanoi, un biglietto da visita eloquente.
Una giornata grigia e umida, via dal caldo torrido di Saigon. Le casette
in costruzione che costellano i 30 km sino alla città sono un segnale:
chi avrebbe pensato solo un paio d'anni fa di investire così i propri
magri risparmi? Anche Hanoi si schiude timidamente al disgelo
economico. Ma i caschi grigioverdi indossati da moltissimi uomini
ricordano che questa è la capitale di un Vietnam contadino e guerriero.
Dalla Cina vengono i venti freddi e umidi che sferzano la città. Dalla
Cina, oggi a un quarto d'ora d'aereo, per secoli sono venute minacce e
aggressioni che hanno temprato Hanoi (francesi e americani ne sanno
qualcosa), facendo dei vietnamiti un popolo in periodica migrazione
verso sud.
Hanoi è l'altra anima del Paese: grigia, burocratica, rigorosa. Sotto il
cielo plumbeo risaltano i colori degli edifici
coloniali, eredità dei francesi, che assieme a laghetti e pagode
impreziosiscono la capitale. Le splendide ville delle ambasciate, poco
distante dagli hotel Hoa Binh e Metropole, evocano ricordi di un passato
elegante. Ma sono pure il simbolo di un'ennesima dominazione subita; non
deve perciò stupire se per molti vietnamiti ha più fascino il micidiale
Palazzo dell'amicizia Vietnam-Urss.
I fasti del regime si mescolano
all'umiltà e alla tenacia, doti nazionali di cui andar fieri. Così il
monumentale mausoleo di Ho Chi Minh sorge a due passi dalla casetta sul
parco in cui «zio
Ho» ha vissuto i suoi ultimi anni chiacchierando in veranda nel tempo
libero con i bambini. E il celebrativo parco Lenin, a sud del lago Thieu
Quang, è palestra ideale per gli sportivi di tutte le età che nelle prime
ore del mattino vi praticano ginnastica e arti marziali.

Il tempo sembra essersi fermato, sulle rive del piccolo dolce Lago della
Spada Restituita, nel silenzioso tempio sull'isolotto collegato alla
terraferma da un ponticello. Pochi passi più in là si è già nel
quartiere vecchio, attorno ad Hang Dao, «la strada della seta», con il
suo mercato così diverso da quelli di
Saigon. Qui le vie prendono i nomi dalle diverse corporazioni (strada
degli orafi, strada degli oggetti votivi) e i commercianti sono molto
meno smaliziati dei colleghi del sud, qualche volta persine un po'
sprovveduti. Fra banconi odorosi di spezie, vecchi orologi e ingenui
abiti da dì di festa val la pena qualche volta alzare gli occhi ai piani
che sovrastano le botteghe, per scoprire schegge di architettura
coloniale in terrazze e arcate.
C'è sempre una coda ininterrotta sul
ponte che attraversa il Fiume Rosso: uno sciame di biciclette (qui al
nord pochi possono permettersi uno scooter) su
cui spesso ondeggiano metri cubi di ceste. Per i vietnamiti la «due
ruote» è un simbolo: la più celebre, una preziosa reliquia da museo, è
quella che portò 300 kg di artiglieria su per i ripidi sentieri
montagnosi che dominano Dien Bien Phu.
Mai i francesi si sarebbero sognati di dover subire un cannoneggiamento
dall'alto reso possibile da questo rudimentale mezzo di locomozione.
Così, per tutti, la bicicletta è ormai divenuta la metafora di
un'umanità abituata a superare ostacoli immani contando solo sulle
proprie forze, pedalando lungo secoli di storia tutta in salita.

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