Vietnam 30 anni dopo - Il viaggio
 

E' il 30 aprite 1975, e dopo anni di guerra i carri armati dell'esercito nord-vietnamita sfondano i cancelli del Palazzo dell'Indipendenza a Saigon, riunendo il Vietnam sotto un'unica bandiera rossa con una stella gialla al centro. Sono passati trent'anni da quel giorno, tante cose sono cambiate, ma altrettanti sono i segni che anche il tempo fatica a cancellare, segni di una guerra lunga e senza senso.
L'estate scorsa ho visitato il Vietnam. Ho attraversato quella strana "virgola" che sembra chiudere ed arginare un gruppo di Paesi, quasi a volerti proteggere, come un muro, da qualcosa che è stato e che più non sarà, ma che comunque vivrà sempre nei ricordi, negli animi e, soprattutto, negli sguardi di un popolo ancora capace di manifestare una dignità che lascia in colui che vi entra in contatto uno strano ma emblematico senso di gioia mista a malinconia.
Ho viaggiato in treno, in pullman, in motocicletta e in barca, ed ho capito che il Vietnam è stato ed è un po' questo: il luogo della grande battaglia, ma soprattutto il luogo della sua conclusione, e per questo motivo conserva e raccoglie la nostalgia, l'orgoglio, l'infinita vitalità, ma soprattutto le innumerevoli contraddizioni che il "teatro della guerra" porta sempre con sé.
Ho scoperto che oggi è il luogo in cui gli americani sono tornati, ma sotto altre vesti, che accanto al sorriso di uomini e donne, c'è chi è troppo vecchio per dimenticare e chi invece, per la giovane età, riesce a portare con disinvoltura un bandana a stelle e strisce sul volto.
Ho scoperto l'importanza dell'acqua, che in Vietnam è tutto, è ovunque, è lo specchio dell'anima docile e mite di un popolo, è il simbolo del suo nutrimento (il riso) e della sua salvezza: è la magia della vita!
E la magia della vita traspare in ogni angolo di questo Paese, soprattutto negli infiniti sorrisi che il popolo vietnamita sa regalare e induce naturalmente a ricambiare.
E proprio dal desiderio di ricambiare questo preziosissimo dono è nata l'idea di questa mostra. 
(Roberto Ferrario)