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La guerra del Vietnam che continua
Gli effetti a distanza della guerra chimica americana L'«Agente Arancio» non smette di fare vittime innocenti.
Viaggio tra i
bambini vietnamiti la cui vita è distrutta dalla diossina che colpì i
loro nonni.
Nguyen Thi Thanh Van ha 35 anni, anche se ne dimostra dieci di meno; ci
accoglie nella sua casa al centro di Hanoi, una stanza disadorna di pochi
metri quadri, offrendoci una tazza te. Sguardo sereno, voce pacata,
racconta senza drammatizzare la sua dolorosa situazione di madre di Pham
Duc Duy, il figlio di 10 anni gravemente menomato. Duy è sdraiato su
una stuoia che guarda nel vuoto con gli occhi troppo simili a quelli della
mamma. Accenna a un sorriso, o almeno questo è quello che istintivamente
pretendiamo di capire, quando Thanh Van gli si avvicina e lo coccola
sussurrandogli qualche frase. Sorseggia un po' di te, ma con la testa che
scatta improvvisamente a destra e sinistra, il liquido gli cola lungo il
mento e le guance.
Con i tendini delle mani rattrappiti e le gambe ridotte
a due stecchini, Pham Duc Duy è uno delle centinaia di migliaia di
bambini (ottocentomila, due milioni, chi lo sa?) che hanno ereditato le
terribili conseguenze dei Dna resi pazzi dal «2,3,7,8 tetraclorodibenzoparadiossina», comunemente definito come Tcdd, o
diossina.
Un retaggio di guerra, se lo vogliamo vedere in termini «legali» e
cronologici, visto che Duy è discendente di terza generazione di chi ha
direttamente assorbito la molecola nel proprio corpo, suo nonno.
Il Tcdd
era una delle sostanze contenute nell'Agente Arancio, l'erbicida irrorato
dagli Stati uniti tra il 1961 e il 1971 sulle foreste del Vietnam del Sud
e del Nord per snidare i viet cong. La tattica escogitata dai generali del
Pentagono era semplice: il nemico si nasconde sfruttando l'elemento
naturale mimetizzandosi tra la vegetazione della rigogliosa giungla
vietnamita. Ergo, se non riusciamo a portare il nemico allo scoperto,
priviamolo della sua copertura. Una strategia ineccepibile se fosse
rimasta materia d'esame confinata nelle aule di West Point; ma, una volta
applicata sul campo, si rivelò fallimentare.
In dieci anni centinaia di aerei C-130 passarono a setaccio sei milioni di
acri di foreste, di cui 3,5 nel Vietnam del Sud, (l'8,5% della superficie
nazionale) spargendo tra i 77 e i 100 milioni di litri di erbicidi:
l'Agente Bianco, Blu, Viola e, per la maggior parte, Arancio, ognuno
identificato secondo il colore della striscia che distingueva i bidoni da
55 galloni in cui erano contenute le sostanze. Ventimila villaggi e tra i
2 e i 5 milioni di persone vennero contaminati causando danni non solo
economici e fisici, ma anche culturali: «A volte le vittime e le loro
famiglie vengono emarginate perché si pensa che siano state colpite da
maledizioni da parte di spiriti», racconta l'antropologa Le Thi Nham
Tuyet.
A distanza di quarant'anni, nella provincia di Quang Tri, a ridosso della
vecchia Zona Demilitarizzata lungo il 18° parallelo, sono visibili ancora
oggi gli effetti della guerra chimica. L'«erba americana», uno strato
vegetativo povero, contaminato e poco fertile cresciuto stentatamente nel
corso dei decenni, ricopre l'intera area. Qui, al confine tra i due
Vietnam, la guerra ha conosciuto i suoi aspetti peggiori: per evitare il
passaggio delle truppe nordvietnamite e dei rifornimenti ai guerriglieri
del sud, gli aerei dell'US Air Force hanno spruzzato l'Agente Arancio
anche per dieci volte sulla stessa area.
«Solo nella provincia di Quang Tri abbiamo registrato circa 600.000
persone colpite dai sintomi riferibili alla diossina», ci spiega Le Xuan
Tanh, presidente della Croce rossa di Dong Ha, con cui visitiamo il
villaggio di Cam Nghia. Le vittime sono per lo più bambini tra i pochi
mesi e i 20 anni, per i quali la Guerra del Vietnam non è ancora
terminata, pur non avendola mai vista. Bambini, ragazzi, anziani
abbandonati dal mondo, che ha chiuso le porte della propria coscienza alle
10.45 del 30 aprile 1975, quando il carro armato numero 843 dell'Esercito
popolare di liberazione della Repubblica Democratica del Vietnam abbatté
il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon dichiarando conclusa la
seconda guerra d'Indocina.
Ma la guerra non si è conclusa per Nguyen Van Lanh, che girovaga nudo a
quattro zampe in una misera capanna di legno, e neppure per Le Thi Dat,
una ragazza ventenne sulla carrozzina che stringe a sé una bambolina. La
guerra continua per Tran Thi Kien, tredici anni di cecitààe immobilità ; e
per Nguyen Dac Vinh, sedici anni racchiusi in 30 chili di ossa e un volto
incredibilmente vecchio ricoperto da una pelle incartapecorita. Le loro
famiglie ricevono l'equivalente di 2, massimo i 5 dollari al mese come
compenso per il loro dolore, mentre alcune organizzazioni internazionali
come l'Associazione dei veterani americani, l'Association d'amitié
franco-vietnamienne di Montreuil e l'Associazione Italia-Vietnam di
Torino, da tempo collaborano con la Croce Rossa vietnamita per finanziare
progetti e sensibilizzare l'opinione pubblica occidentale.
Ospedali,
centri di riabilitazione fisioterapica e mentale accolgono a turno i
pazienti. «Stando assieme e interagendo, i ragazzi imparano a convivere
tra loro e quando tornano nei villaggi le stesse famiglie si sorprendono
dei miglioramenti ottenuti», dice Thanh Xuan, direttrice del Peace
Village di Hanoi, un centro modello che racchiude scuola, palestra di
fisioterapia e studi medici.
A nulla, invece, fino ad ora sono valsi i ripetuti tentativi di ottenere
da parte del governo statunitense un risarcimento delle vittime vietnamite
dell'Agente Arancio. Questo nonostante nel 1984 sette società chimiche
statunitensi che hanno fabbricato l'Agente Arancio per l'esercito Usa
abbiano accettato di pagare indennizzi per 180 milioni di dollari a
veterani di guerra americani; nonostante il 27 gennaio 2006 la Monsanto e
la Dow Chemical, due tra le maggiori produttrici dell'erbicida, siano
state condannate a pagare ad ognuno dei 6.795 veterani di guerra
sudcoreani colpiti dal Tcdd tra i 6.800 e i 47.500 dollari di
risarcimento. Già , perché il Tcdd, che avrebbe dovuto agire per
combattere il «pericolo rosso», non ha saputo distinguere i «buoni»
dai «cattivi», contaminando così anche 375.000 soldati americani. Danni
collaterali.
Piergiorgio Pescali - il manifesto del 3 Dicembre 2006
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