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Essere intellettuali di grande spessore
come lo è stata Enrica Collotti Pischel, esercitando nel contempo
con molta dedizione, come lei ha saputo svolgere, il ruolo di
militante politica e di educatrice, è una somma virtù che appartiene
ad una ristretta elite di marxisti del 20° secolo.
Non starò a ricordare le varie tappe della sua brillante carriera
accademica. Altri lo hanno fatto con competenze e conoscenze ben
maggiori delle mie. Mi piace invece ricordare che i suoi studi e le
sue ricerche li ha compiuti senza mai rinunciare ad esporsi in prima
persona ai rischi dell'impegno politico, assumendo uno stile di
vita che ha saputo unire il rigore della ricerca storica e teorica
ad un'eccezionale capacità formativa nei confronti dei giovani
studenti, ai quali ha saputo trasmettere il messaggio che la cultura
diventa forza di trasformazione solo se accetti il rischio di
metterti in gioco nell'agone politico. Ruolo che lei decise di
svolgere, dopo una breve permanenza nella FGCI e nel PCI, fuori dai
vincoli di partito, ma sempre e dovunque da comunista.
Il suo primo biglietto da visita lo
presenta, ventinovenne, nel 1959, col suo primo libro sulla Cina: “Le
origini ideologiche della rivoluzione cinese”. Era,
sostanzialmente, la sua tesi di laurea pubblicata da Einaudi, grande
scopritore di talenti, che, non a caso, affidò poco dopo ad Enrica
(su suggerimento dello stesso autore) la traduzione del capolavoro
del grande giornalista americano Edgar Snow, “Stella rossa
sulla Cina”. Un libro che varrebbe la pena di ristampare.
Fu così che Enrica entrò nel vertice internazionale di studiosi che
hanno consacrato il loro lavoro al pianeta Cina in una fase
particolare della congiuntura internazionale. Il campo socialista
aveva raggiunto in quegli anni i livelli più alti della sua spinta
propulsiva e, dopo la conclusione vittoriosa della lunga marcia,
anche quelli della sua espansione geopolitica.
Nello spazio immenso tra il fiume Elba, il Pacifico orientale ed il
Mar Cinese meridionale, i partiti comunisti avevano sconfitto i
vecchi regimi ed erano diventati protagonisti indiscussi della
politica mondiale.
L'inizio della guerra fredda aveva alzato
pericolosamente la soglia del pericolo che lo scontro tra
imperialismo e socialismo sfociasse in una terza guerra mondiale
che, per il suo carattere nucleare, non avrebbe lasciato né vinti né
vincitori. Quel pericolo era ovviamente carico di implicazioni
tattiche e strategiche per il movimento comunista internazionale, e
significava che la lotta per la pace, la coesistenza pacifica e l'autocontenimento
transitorio della rivoluzione, assunto dall'URSS e dai partiti
comunisti, diventava priorità assoluta di tutto il movimento operaio
in coerenza col compromesso di Yalta ed una lettura non velleitaria
dei rapporti di forza su scala mondiale tra socialismo ed
imperialismo. Deroghe a questa sorta di status quo simili a quelle
compiute da Cina, Vietnam, Corea e, più tardi, da Cuba, erano quindi
seguite con preoccupazione e scetticismo.
Il comunismo cinese era stato per lungo
tempo un oggetto misterioso apparso improvvisamente sulla scena
mondiale, ma osservato ancora con cautela e, forse, con una certa
apprensione a causa della sua potenziale forza dirompente sugli
equilibri geopolitici mondiali. Ma anche con molti dubbi sulla piena
coincidenza tra le linee guida del maoismo e quelle sostenute dal
movimento comunista in Occidente.
Ma, oltre alla Cina, anche in Vietnam la liberazione e la
rivoluzione stavano rompendo gli argini. Ricordo un curioso
episodio. Il 17 maggio 1954 era in corso al cinema Anteo di Milano
una grande assemblea di comunisti di quella federazione. Al tavolo
della presidenza sedeva il compagno Togliatti. Mentre stavo
svolgendo il mio intervento alla tribuna, un giovane compagno che
lavorava all'Unità mi mette in mano un comunicato della France
Presse che annunciava che quel che restava della guarnigione
francese a Dien Bien Phu si era arreso alle prime ore del mattino ai
soldati vietnamiti di Giap. Un boato di applausi accoglie
l'annuncio. Tutti i compagni in piedi sfogano il loro entusiasmo per
questa vittoria percepita come la fine di un'epoca, quella dei
vecchi imperi coloniali. Notai che Togliatti mi osservava pressoché
impassibile, con l'aria sorniona di chi vuol farti capire che tutto
quell'entusiasmo era forse un po' esagerato con il mondo sospeso
sull'orlo di un conflitto nucleare. Raccontai più tardi ad Enrica
l'atteggiamento di Togliatti. Mi rispose col solito suo tono
serafico: vedrai che riusciremo a fargli cambiare idea, Cina e
Vietnam sono grandi rivoluzioni contadine e non c'è nessuna Yalta
che le possa fermare.
Di lì a poco il movimento comunista, che
sembrava un monolito inossidabile, cominciò a mostrare i segni di
una divisione interna che col passare degli anni divenne sempre più
acuta. Tra il 1956 e il 1961 si consuma la rottura definitiva tra
Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese.
La pubblicazione nel 1959 di quel libro
di Enrica sulle origini della rivoluzione cinese coincide col
divampare di una polemica durissima tra URSS e Cina. La schiacciante
maggioranza dei partiti comunisti è schierata con Mosca contro
Pechino. Ma Enrica non si lascia scoraggiare. Quel suo primo libro è
il primo tentativo di una intellettuale marxista, comunista a pieno
titolo, di sollevare lo sguardo oltre le motivazioni contingenti
della polemica esplosa tra i due giganti del comunismo mondiale
(condivisione delle armi nucleari, ritiro dei tecnici dalla Cina,
coesistenza e movimento di liberazione). Ed Enrica si sobbarcò il
compito, non facile e controcorrente, di sollevare il sipario su un
mondo misterioso e sconosciuto, percepito anche dal popolo di
sinistra più in chiave esotica che non attraverso i suoi reali
passaggi storici.
Il suo lavoro ha saputo spalancarci una finestra su quel mondo,
sfondando barriere di pregiudizi e luoghi comuni presenti a quel
tempo anche nel movimento comunista.
Esso ha rappresentato il punto di superamento di una lettura dei
processi rivoluzionari del '900 in chiave eurocentrica, aiutandoci a
capire le diversità, sovente sottovalutate, tra i progetti
rivoluzionari aventi come soggetto centrale la classe operaia, e
come teatro dello scontro i grandi centri urbani, e quelli che
invece, benché in nome dello stesso fine, hanno dovuto cimentarsi
con società contadine arcaiche, precapitalistiche, da terzo mondo
coloniale ed in assenza pressoché totale di sviluppo industriale.
Una diversità, beninteso, che l'autrice non colloca mai fuori ma
dentro l'ondata rivoluzionaria innescata dall'Ottobre sovietico e
dal leninismo, un propellente poderoso associato al patrimonio
plurimillenario delle culture orientali che hanno alimentato, e non
solo in Cina, i grandi movimenti di liberazione del secolo
ventesimo. Liberazioni che, diversamente da quanto sosteneva Trotsky
nel Komintern degli anni venti, sono state soprattutto delle grandi
rivoluzioni contadine e anticoloniali prima ancora che socialiste.
Il patto di Bandung segna la nascita del
fronte dei paesi non allineati. Tra i soci fondatori ci sono due
giganti dell'Asia: Cina ed India. Enrica Collotti Pischel ha speso
molte energie e scritto molte pagine a sostegno di quel nuovo,
potente soggetto delle politica mondiale composto dai paesi del
Terzo mondo, molti dei quali hanno già imboccato per autonoma
decisione la strada della lotta armata antimperialista. Nel 1964,
nel suo Memoriale di Yalta, Togliatti dichiara apertamente che
bisogna porre fine ad una disputa insensata e propone, con la
formula dell’unità nella diversità, di riconoscere piena
legittimità ai processi di liberazione che nelle loro varie
articolazioni hanno già di fatto intaccato lo schema di Yalta e la
gestione bipolare del mondo.
Il Vietnam incalza e i grandi accademici
(americani in prima fila) si schierano contro la sporca guerra. Ma
Enrica, tra le animatrici del movimento, non è soddisfatta. Nel PCI
del dopo Togliatti, benché formalmente solidale con Hanoi,
ricompaiono, sicuramente ispirate da Mosca, ma anche dalle emergenti
posizioni terzomondiste di Olof Palme e Willy Brandi , esitazioni e
distinguo che, nero su bianco, vengono chiaramente espresse nelle
tesi dell'XI Congresso del Partito, nelle quali, dopo le canoniche
espressioni di solidarietà col popolo aggredito, le priorità della
guerra antiamericana indicate da Ho Chi Minh nell'ordine
indipendenza, pace, libertà, vengono, non casualmente, invertite: al
primo posto viene messa la pace, poi la libertà, infine
l'indipendenza. La nostra battaglia emendataria, sostenuta da
Enrica, chiede il ripristino delle priorità scelte dai comunisti
vietnamiti, ma siamo sconfitti. Non sarà l'ultima volta.
La rivoluzione cinese, come sappiamo, ha
sollevato grandi entusiasmi e grandi delusioni. Il passaggio dai
giudizi apologetici a quelli diffamatori non ha risparmiato
praticamente nessuno dei suoi estimatori. Ma da grande studiosa
quale è stata, Enrica ha sempre stroncato con disprezzo gli
atteggiamenti voltagabbana di coloro che, dopo essere stati gli aedi
farneticanti del pensiero di Mao, ne sono diventati i più accaniti
diffamatori.
Enrica, che non aveva esitato a criticare
con durezza la Cina per l'intervento armato contro il Vietnam, il
suo sostegno ai kmer rossi di Pol Pot in Cambogia, i fatti della
Tienammen, considerava nondimeno demenziale incasellare la Cina
popolare tra i fallimenti delle rivoluzioni del novecento. Negli
ultimi anni era diventata molto pungente soprattutto verso alcuni ex
sessantottini che, dopo aver agitato per alcuni anni la chiave
inglese e il libretto di Mao, sono stati risucchiati dal sistema e
riciclati entro gratificanti carriere politiche, medianiche e
parlamentari, dopo essere diventati, beninteso, acerrimi nemici e
critici da salotto di tutta l'esperienza storica della rivoluzione
cinese: chi in nome di un anticomunismo viscerale, chi con la
pretesa incompatibilità tra comunismo e mercato.
Contraria a sterili dispute ideologiche e
salottiere, Enrica ha continuamente richiamato i critici della
sinistra a valutare, prima di ogni altra cosa, il tonnellaggio e le
dimensioni della gigantesca sfida vinta dai comunisti cinesi nel
corso di mezzo secolo, come abbiano potuto risolvere problemi
enormi, primo fra tutti come nutrire un miliardo e 250 milioni di
persone e come far uscire dalla fame endemica e dalle devastanti
carestie il 22% della popolazione mondiale disponendo solo del 7%
delle terre coltivabili. Poi come istruirli, curarli, dare loro una
casa, un televisore, un frigorifero. Suggeriamo a tutti gli amici
(ed anche ai nemici) della Cina di leggersi i tanti libri sull'Asia
che Enrica ci lascia, quello scritto dopo il suo ultimo viaggio in
Cina nel 1999, il cui titolo è già di per sé emblematico sulla
posizione assunta dalla Cina nel quadro della politica mondiale: “Cina,
la politica estera di uno Stato sovrano”.
Il filo conduttore di questo libro è
stato in qualche modo anticipato nel passaggio di un suo articolo
pubblicato nel numero 6 de l'ernesto 1999: "Non bisogna mai
dimenticare che negli Stati Uniti esiste un partito della guerra
all'Asia, trasversale rispetto agli schieramenti parlamentari e
anche di classe (ad esempio trova il consenso di molti sindacalisti,
tendenzialmente dei repubblicani quando si tratta di strategia
mondiale, dei democratici quando si tratta della violazione dei
diritti umani, per motivi di politica secolare). Si tratta di gente
varia che ritiene che, poiché è destino manifesto degli Stati Uniti
avere di fronte un nemico, gli indiani o un impero del male, prima o
poi con i diabolici asiatici, che producono tanto, spesso bene e a
bassi prezzi, e comunque violano i principi teorici sui quali è
fondata la cultura americana, bisognerà fare i conti".
Ricordo che ritornato dall'India, in anni
recenti, dopo aver partecipato al Congresso del PC indiano
(marxista) , scrissi un lungo resoconto sulla situazione politica
del paese e, prima di pubblicarlo, lo diedi da leggere ad Enrica.
Beffarda come sempre ad imprecisioni grossolane, mi segnalò due
errori: uno concernente la data di fondazione del Partito del
Congresso Indiano, il secondo riguardante la mia ignoranza
sull'importanza dalla noce di cocco nell'economia del Kerala, uno
stato indiano governato da decenni dai comunisti, diventato prospero
grazie a quel prodotto senza bisogno dell'industria pesante e di
quella elettronica. Era una evidente forzatura polemica la sua, ma
tutt'altro che banale. Voleva semplicemente ricordare che il vecchio
schema del passaggio al socialismo attraverso i piani quinquennali
era superato, e che i primi a capirlo erano stati i comunisti
asiatici. E che, non a caso, è in quel continente che si va
riformando la massa critica per una nuova possibile marcia in avanti
per il superamento del capitalismo.
Sergio Ricaldone – “l’ernesto
“ – Maggio/Giugno 2003 |