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"Io, nella giungla con il BOIA dei KHMER ROSSI"

Guidavamo da ore lungo una strada sterrata piena di buche, campi di
riso, improvvise salite, dossi, agglomerati di baracche e rigagnoli
diventati torrenti.
La chiamano Route 10, quel percorso accidentato che
da Battambang punta il confine con la Thailandia, inerpicandosi tra
colline e foresta tropicale. Fino al distretto di Samlot.
Ad un certo
punto svoltammo a sinistra e ci fermammo in uno spiazzo. "Tah Sanh",
dissero gli altri scendendo dalla jeep. Come se quello spiazzo in mezzo
alla giungla, una baracca di legno e decine di profughi accampati sotto
un tendone di plastica, potesse essere un luogo e avere un nome».
«Era
l'8 marzo 1999: cinque anni dopo le elezioni volute e controllate dall'Onu,
a pochi mesi dall'apparente e definitiva resa dei Khmer Rossi. Era il
mio primo giorno libero, dopo settimane di lavoro fotografico al seguito
di C-mag, organizzazione di sminatori impegnata nella regione: loro
erano venuti a raccogliere informazioni dagli ex (ex?) comandanti
dei Khmer Rossi sui campi minati. E io? Da dieci anni giravo la Cambogia
con la macchina fotografica e ogni pretesto possibile, in tasca una
vecchia immagine del "compagno Duch", nome di battaglia del
direttore, e responsabile dei massacri, della prigione di Tuol Sleng, nota come S-21.
Pol Pot era morto l'anno prima, ma tra tutti i leader dei Khmer Rossi
apparentemente spariti nel nulla era lui, Duch, quello che volevo
incontrare. Per provare a capire».
«Ai margini dello spiazzo chiamato Tah Sanh notai un gruppetto di persone: tra loro un ragazzo armato,
seduto su una motocicletta e vestito di nero. Khmer Rossi? Mi stavo
avvicinando per mostrare la foto del "compagno Duch" e chiederne notizie
come avevo già fatto decine di altre volte in altri villaggi, in altri
spiazzi della giungla cambogiana, quando all'improvviso mi venne
incontro un uomo. Pantaloni neri, maglietta bianca con il logo del
Refugee American Committee. Capii subito che era lui. Quell'uomo era la
versione invecchiata della fotografia in bianco e nero che tenevo in
tasca da anni. Ne ero certo, di fronte a me avevo Duch».
Al tempo di questo racconto Nic Dunlop, fotoreporter irlandese
affascinato dal sud est asiatico e dal 1989 stabilitosi a Bangkok, ha
trent'anni. Kaing Guek Eav ne ha invece 56. Nato nel distretto di
Kampong Chen, studente modello (uno dei migliori del paese), laureatosi
a Pnohm Penh, nel 1966 inizia a insegnare matematica in un villaggio
della provincia di Kompong Cham. Entrato nel Partito comunista, tre anni
dopo viene arrestato per "attività sovversiva". Nel 1970 si unisce ai
Khmer Rossi nella zona vicino al confine thailandese e diventa il
"compagno Duch": Capo del servizio di sicurezza del Comitato Centrale,
poi responsabile del carcere M-13, nella foresta di Anlong Ven. Dopo la
presa del potere (e di Pnohm Penh, aprile 1975) guida la polizia
politica e il carcere S-21 (Tuol Sleng).
Dopo la fine del regime, in
seguito all'invasione vietnamita (gennaio 1979), di lui si perdono le
tracce. All'epoca dell'incontro con Dunlop non è ancora ufficialmente
ricercato. «Scambiammo qualche parola, in inglese. Gli chiesi chi era e
cosa faceva lì. Lui, presentatosi come Hang Pin, mi raccontò che
lavorava per un'organizzazione che aiutava i rifugiati in attesa di
dirigere il dipartimento educativo del distretto. Non accennai al suo
nome di battaglia, né al suo passato. Tornai quella sera stessa a Battambang, e da lì a Bangkok. Stampai le foto, confrontai il suo viso
con gli scatti nell'archivio dell'Associated Press: era Duch, non
c'erano dubbi. Un paio di settimane dopo decisi di tornare a Tah Sanh.
Non avevo nessun appuntamento, non sapevo nemmeno dove vivesse
esattamente. La zona era ancora sotto il controllo dei Khmer Rossi,
pochi anni prima (1994, ndr) tre backpackers erano stati rapiti e
uccisi. Presi un taxi da Poipet, l'autista era una delle guardie del
corpo del primo ministro Hun Sen: ritrovai Hang Pin, parlai con lui dei
rifugiati. Lo fotografai. No, nemmeno a quel punto si presentò per chi
era stato, né io gli chiesi conferma. Al momento dì ripartire l'autista
era nervoso, mi accolse con uno sguardo preoccupato: "Quello è... Duch:
bad timed"».
Migliaia di ritratti in bianco e nero. Una sfilata di volti
-uomini, donne, bambini - accompagna io sguardo attraverso le stanze dei
piccoli edifici affacciati sul cortile alla periferia di Pnohm Penh.
Devi arrivare fin qui, in quella che era stata una scuola e oggi è un
museo, per provare a comprendere cosa accadde nella prigione diretta dal
"compagno Duch". S-21: l'orrore. Deportazioni, interrogatori, torture, esecuzioni.
Tutto moltiplicato per quelle migliaia di volti
fotografati, schedati: una dozzina di sopravvissuti (oggi rimasti in
tre) e più di 16mila morti accertati in quattro anni di deriva paranoica
e genocida dei Khmer Rossi. A spiegare la follia ha provato David P.
Chandler, uno dei più prolifici autori di libri su quell'area e quel
periodo: «Anche le persone comuni possono commettere atti demoniaci, il
potenziale di tutto questo è dentro ognuno di noi».
A Tuol Sleng, come e
più che nel resto della Cambogia, è successo. E si chiama genocidio. «A
Pnohm Penh incontrai un responsabile delta missione ONU, gli mostrai le
immagini per avere ulteriore conferma della sua identità, poi presi il
primo volo per Bangkok e contattai Nate Thayer, ultimo giornalista ad
aver intervistato Pol Pot. Decidemmo di proporre insieme l'esclusiva al
Far Eastern Economie Review. Poi tornammo da Hang Pin. Continuava a
negare di essere Duch, nonostante le nostre insistenze. A un certo
punto, riferendosi a Nate, mi disse: "Credo sia quello che ha
intervistato Pol Pot".
E da quel momento rispose a tutte le nostre
domande. Parlò di S-21 e della catena di comando dei Khmer Rossi, di
come aveva voluto soltanto essere un buon comunista che ubbidiva agli
ordini che riceveva. Ma parlò anche del suo rimorso. Dopo la morte della
moglie, uccisa nel 1992 durante un attacco nella zona di Sisophon dove
Duch lavorava come insegnante sotto mentite spoglie, si era convertito
al cristianesimo. Raccontò di essere poi finito in un campo profughi
oltre il confine thailandese e in seguito rientrato in Cambogia: a Tah
Sanh progettava di costruire una casa e una chiesa. Credo che si fosse
dedicato alla conversione cristiana con lo stesso zelo con cui era diventato comunista. E che interpretasse quell'incontro con me e Nate come occasione per liberarsi. Redimersi, in
qualche modo.
Non posso dire se fosse ancora in qualche modo coinvolto
in ciò che restava dei Khmer Rossi, ma l'intero distretto di Samlot era
da loro controllato: ci vivevano due importanti generali, uno oggi è
nell'esercito cambogiano, l'altro invece è rimasto lì. E all'epoca credo
che Duch contasse sulla loro protezione.
Alla fine dell'intervista gli
chiedemmo se poteva garantire per la nostra sicurezza, ma lui fu
evasivo. Decidemmo allora di andarcene immediatamente, prima del buio.
Nate rientrò a Battanbang, io proseguii per Bangkok per inviare le foto
al
giornale. Duch venne poi arrestato, prelevato in elicottero e portato a
Pnohm Penh. Decise di confessare, diventando così i primo leader dei Khmer Rossi a parlare.
Apparentemente, il governo cambogiano conosceva
identità, occupazione e nascondiglio di Duch da due anni: a trovarlo non
furono però le forze speciali, né l'esercito, ma un fotoreporter di nome
Nic Dunlop. Il 27 luglio scorso, all'età di 67 anni, Kaing Guek Eav è
stato ritenuto colpevole dei crimini commessi nei centro di detenzione
noto come Tuoi Sleng (S21) e condannato a 35 anni di reclusione dal
Tribunale internazionale di Pnohm Penh. Pena ridotta di 5 anni per il
periodo di detenzione illegale a cui fu sottoposto in seguito
all'arresto del 1999 e di altri 11 perché già scontati. Gli restano da
trascorrere 19 anni in carcere.
Questa è stata la prima sentenza emessa
dal Tribunale internazionale nei confronti dei responsabili del regime
al potere in Cambogia tra il 1975 e 1979: in quel periodo si stima che
un milione e 700mila cambogiani (più del 20% della popolazione) siano
morti in seguito a malattie, stenti, fame, torture ed esecuzioni. Altri
quattro ex leader dei Khmer Rossi sono attualmente in prigione, in
attesa del prossimo processo (previsto per il 2011): Nuon Chea, numero 2
del regime; Khieu Samphan, all'epoca Capo di stato; leng Sary, già
ministro degli Esteri; e sua moglie leng Thirith, ministro degli Affari
sociali.
«Non ho idea del perché non mi abbiano fatto testimoniare al processo.
Inizialmente ero stato chiamato, poi non se ne è più fatto nulla.
Comunque sia, il lavoro di questo tribunale è importante, soprattutto
per le giovani generazioni - e la Cambogia è un paese giovanissimo - che
poco sanno di quanto è accaduto 40 anni fa. E ci sono responsabilità
internazionali, riguardano Thailandia, Stati Uniti, Regno Unito,
Francia, Cina, Vietnam, Singapore, Malesia: tutti in qualche modo e a un
certo punto della storia sono stati complici dei Khmer Rossi.
Duch?
Troppo facile dire che è un mostro. Certo, è colpevole di migliaia di
torture e uccisioni, ma credo sia necessario provare a capire cosa
succede nella mente di un uomo. A suo modo lui era un fondamentalista,
come lo erano i Khmer Rossi che vedevano il mondo diviso in due: giusto
o sbagliato. Estreme conseguenze della Guerra fredda: se non c'erano
nemici li dovevi creare, anche all'interno di uno stesso paese. Ma non è
una logica così lontana da quel che accade oggi con la cosiddetta
"guerra al terrore". Il fondamentalismo è purtroppo universale:
politico, religioso oppure economico.
Nic Dunlop nel novembre scorso è
tornato in Cambogia per assistere al processo e ha rivisto Duch, che nel
frattempo si era rifiutato di incontrarlo. «Come fotoreporter sono
interessato alle catastrofi politiche, più che a quelle naturali, perché
in queste ultime quello che puoi sviluppare attraverso la fotografia è
soltanto la compassione. Mentre nel caso di quelle politiche puoi
imparare molto sulle estreme conseguenze del genere umano e
possibilmente comunicare qualcosa di prezioso e utile agli altri. Il mio
lavoro, dopo la Cambogia, si è concentrato su un altro paese dove da
anni si consumano crimini orribili, nel quasi generale disinteresse
internazionale: la Birmania».
(Foto dell'agenzia Panos/LUZPhoto)
NIC, IL LIBRO E POL POT
«La Cambogia per me rappresentava l'esempio di tutto quanto di sbagliato
ci fosse al mondo. E volevo capire come un uomo semplice, erudito,
potesse essersi trasformato in uno dei peggiori sterminatori del
Ventesimo secolo».
Nic Dunlop, fotoreporter nato nel 1969, quando gli
Stati Uniti bombardavano segretamente la Cambogia durante la guerra del
Vietnam, spiega così le motivazioni della sua lunga ricerca sul campo.
«Non sono un fotografo da news lavoro sui tempi lunghi, mi piace
studiare, prendere le cose da lontano. La dimensione del mio lavoro fotogiornalistico si realizza al meglio nella forma libre Lo scoop
dell'incontro con Duch è infatti diventato un volume - The Lost
Executioner (Bloomsbury, 2006) - pubblicato in Inghilterra «e in
Cambogia, dove è stato tradotto in khmer per un'edizione super
economica: credo sia importante che questa storia possa essere fetta
proprio lì».
Ma presto potrebbe uscire anche in Italia.
Sarebbe importante
e necessario, perché si tratta di un libro speciale. La scrittura di Dunlop è semplice, intensa e finanche poetica, laddove coinvolge la
fotografia, tramite indispensabile per il suo coinvolgimento nella
vicenda. Senza lieto fine, nonostante il processo. «Quando incontrai Duch la prima volta non avevo davvero idea che potesse finire davanti a
un tribunale». Ciò che The Lost Executioner descrive non è la fine
politica o giudiziaria dei crimini commessi dai Khmer Rossi. Ma l'orrore.
«Ho visto una delle ultime interviste a Pol Pot: non è tanto la sua
prevedibile negazione dei massacri commessi a colpirmi», scrive Dunlop,
«quanto il fatto che mentre parlava sul tavolo c'era un tubo di Pringles. Il male assoluto non appare alla fine di un qualche fiume nascosto dalla
giungla primordiale e malarica. No. Ai macellai cambogiani piacevano le Pringles: uno stupido dettaglio che avvicinava Po! Pot e tutta quella
storia tragica a noi».
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