Dossier sul conflitto di frontiera tra VietNam e Cambogia

a cura del COMITATO NAZIONALE ITALIA-VIETNAM
(aderente alla Conferenza permanente di Stoccolma per la pace e l'indipendenza dell'Indocina)
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Le notizie che continuano a giungere dal Sud Est asiatico destano sempre maggiori preoccupazioni tra le forze democratiche e i milioni di cittadini che nel mondo e nel nostro paese hanno sostenuto con convinzione la giusta lotta del Vietnam e degli altri popoli dell'Indocina contro l'imperialismo.

Il Comitato Nazionale Italia-Vietnam ha espresso in un suo recente comunicato, a nome di queste forze e di questi cittadini, l'urgente speranza che la ragione prevalga e che le trattative di pace, insistentemente richieste dal Viet Nam sin dai primi giorni del conflitto, si aprano rapidamente: le condizioni di questo necessario sbocco esistono proprio nel riferimento comune dei due popoli e dei due paesi alla lotta solidale del recente passato.

Nella sua ultima dichiarazione del 5 febbraio scorso, il governo della Repubblica Socialista del Vietnam ha ribadito con forza la richiesta che cessino immediatamente tutte le attività militari nella regione di frontiera e che le forze armate si ritirino a cinque chilometri all'interno del proprio paese; che le due parti si incontrino ad Hanoi, a Phnom Penh o in qualsiasi località di frontiera per negoziare e firmare un accordo nel quale ci si impegni a non usare la forza nel presente e nel futuro nei rapporti fra il Vietnam e la Cambogia, a non condurre attività sovversive, a non interferire negli affari interni e a sviluppare dei rapporti di buon vicinato e di amicizia.
Inoltre il Vietnam chiede che le due parti si mettano d'accordo su di una forza appropriata di garanzia e di sorveglianza internazionale per il pieno rispetto dell'accordo stesso.

Il nostro fervido auspicio e che queste proposte possano finalmente essere accolte dalla parte cambogiana e che si metta fine alla propaganda volta a fomentare l'odio tra i due popoli: tutte le azioni tendenti a dividere il popolo vietnamita da quello cambogiano danneggiano gravemente i rapporti di solidarietà esistenti tra questi due popoli che hanno saputo conquistare, con immani sacrifici, la loro indipendenza nazionale.
Riteniamo utile per una più approfondita conoscenza della situazione, riproporre una breve rassegna di giornali italiani e stranieri scelti per il loro carattere di completezza di informazione e serietà di documentazione.

l'astrolabio - 14 gennaio 1978   
VIETNAM e CAMBOGIA, quel che si sa e quel che s'inventa

di Tullio Vinay

l'Unità - 15 gennaio 1978
KHMER e VIETNAMITI: la storia e il conflitto di oggi

di Enrica Collotti Pischel
Lo sviluppo dell'assetto produttivo, l'organizzazione sociale, la cultura, che hanno contrassegnato le diverse fasi della civiltà di Cambogia e Vietnam.
Dalla dominazione coloniale alla formazione della coscienza nazionale. Minoranze etniche e questione dei confini.


VIETNAM E CAMBOGIA: quel che si sa e quel che s'inventa. (di Tullio Vinay)

Si possono leggere tutti i quotidiani, senza distinzione di orientamento politico, e non si ha alcuna variante sulle notizie dell'attuale conflitto fra Vietnam e Cambogia: infatti tutti i verbi sono al condizionale. Quel che è solo certo sono i comunicati ufficiali dei due paesi, uniche fonti di informazione, anche se debbono essere sottomessi alla critica dell'intenzione politica di chi li scrive.Variano solo i titoli più o meno allarmistici a seconda della serietà dei giornali stessi.
Un settimanale, per esempio, che passa per esser serio, già due volte mette dei titoli che non corrispondono al contenuto degli articoli riproducendo addirittura delle fotografie. Ma chi le ha prese se tutte le notizie provengono o da Hong Kong o da Bangkok, cioè da metropoli ben distanti dalla zona di operazioni? Evidentemente son foto di repertorio che si rifanno a chi sa quanti anni or sono.
Per dare un giudizio sulla situazione occorrerebbe rifarsi a dati precisi ma anche questi sono incerti: della Cambogia ognuno sa che dalla fine della guerra non vi sono in loco giornalisti.
Si è molto scritto di massacri ma anche di questi quanto è vero e quanto non lo è?
Vi è di certa l'evacuazione di Phnom Penh e le ben comprensibili sofferenze del popolo che in pochi giorni ha dovuto lasciare, senza mezzi necessari, la grande metropoli.
Vi è di certo l'atteggiamento opposto dei Vietnamiti che hanno saputo perdonare ai loro aguzzini (fatto unico nella storia) e che l'occupazione di Saigon (Ho Chi Minh Ville) non ha dato luogo al benché minimo bagno di sangue.
Per una critica storica seria questi sono i dati positivi, anche se contrastati dai veri nemici del Vietnam, gli integristi religiosi, filo-americani più degli stessi americani. A questo si aggiunga il numero di circa 200.000 rifugiati cambogiani in Vietnam, dove sapevano di trovare una popolazione ed un governo molto più umani.

Problemi di frontiere e di inimicizie storiche
Un secondo elemento di giudizio sta nel fatto che i confini fra le tre nazioni dell'ex Indocina francese non sono precisi
(1) e che le intemperanze di frontiera, con orientamento « umano » così diverso, sono inevitabili, tanto più se si considera l'inimicizia secolare fra i due popoli in questione.
In più è evidente che per ragioni storiche, benché durante la guerra pur ricevendo aiuti dalla Russia e dalla Cina abbia saputo tenersi indipendente dall'una e dall'altra, il Vietnam è ora più vigilante verso la Cina che è alla sua frontiera e colla quale ha avuto nei secoli passati circa mille anni di guerra ed è meno attento, anche se si schiera fra i non allineati, all'influenza della Russia che comunque è molto distante.
La Cambogia, all'opposto, preferisce l'amicizia colla Cina dove del resto è stato rifugiato, durante il conflitto, il suo allegro monarca.
Perché comunque queste operazioni militari? Espansionismo vietnamita? Desiderio di egemonia su tutta l'Indocina? Sarei più prudente nei giudizi.
Il Vietnam, anche se militarmente il più potente, tanto che l'esercito cambogiano è praticamente nulla al suo confronto, è impegnato a fondo nella ricostruzione e non ha di certo desiderio di distogliere alcuna delle sue forze o possibilità da questo intento. Vuole ristabilire buoni rapporti con tutte le nazioni.
I colloqui di Parigi con gli USA ne sono un segno. Meno ancora pensabile una iniziativa cambogiana che sarebbe follia come l'attacco di un gatto contro una tigre.
Ed allora? La spiegazione più plausibile è quella di conflitti di confine e forse — come dichiara Hanoi — eccidi e atrocità dei cambogiani a danno dei vietnamiti confinanti, cioè troppo prolungata guerriglia di frontiera alla quale Hanoi ha voluto, una volta per sempre, metter fine.
Da qui l'attacco fulmineo, l'occupazione del cosiddetto « becco d'anatra » lasciando dietro solo piccoli e trascurabili focolai di resistenza cambogiana e la via aperta su Phnom Penh a 55 chilometri di distanza.

Un conflitto che non giova a nessuno
A questo punto l'esercito vietnamita segna il passo e, almeno per il momento, non sembra intenzionato a mettere in ginocchio la nazione rivale, anzi v'è il suo insistente appello a negoziati. Sembra addirittura che abbia fatto appello per questi alla Cina colla quale tiene cortese distanza pel ben comprensibili ragioni.
La frase finale dell'intervista di Phan Van Dong con l'agenzia di stampa vietnamita sembra proprio proporre questa eventualità: « Facciamo appello a tutti i fratelli ed amici perché diano un contributo positivo al consolidamen;o dei rapporti di solidarietà fra Cambogia e Vietnam e perché si astengano da ogni azione che possa danneggiare la tradizionale amicizia fra i due popoli ».
La tradizionale amicizia può solo riferirsi all'aiuto reciproco nella lotta di liberazione senza andar più in là nella storia, però sono anche vere due cose:
la prima che Ho Chi Minh concepiva il sogno di un partito comunista indocinese unico come vero legame tra le tre nazioni;
la seconda, sulla quale son sicuro di non sbagliare — come ho verificato nei fatti — è la grande umanità del popolo vetnamita che è assetato di libertà ed indipendenza quanto di pace e di buone relazioni con tutti i popoli. Lo dicono chiaramente sia la politica governativa sia le espressioni artistiche del popolo, sia infine, il comportamento di tutta la società.
Del resto a chi gioverebbe un conflitto? Non alla Russia, seppure nemica della Cina, perché impegnata comunque nella distensione, non alla Cina, tesa verso il rilancio economico e che non avrebbe alcun vantaggio in una nuova guerra indocinese nella quale, oltre a tutto, rischierebbe il suo prestigio, non ai Cambogiani che avrebbero all'interno una guerra civile per i troppi scontenti per le azioni di rappresaglia subite dai kmer rossi
ed infine neppure al Vietnam il quale, malgrado il suo potentissimo e perfettamente addestrato esercito, ha tutte le convenienze di stabilire rapporti amichevoli con ogni nazione per uscire dall'economia di sopravvivenza nella quale, in conseguenza di una così lunga guerra, si è trovato.
Per conto mio quest'azione di guerra, sia pur deprecata, avrà come risultato una definizione di confini e darà inizio a nuovi rapporti fra i due paesi indocinesi ed a una più durevole pace, e forse collaborazione fra loro. Permettetemi, una volta di più, di guardare con speranza verso il futuro di questi popoli che hanno già sofferto abbastanza.
(T. V.)


(1) Esempio: il Laos ha 3 milioni di abitanti, mentre 6 milioni di laotiani sono in territorio thailandese.


KHMER e VIETNAMITI: la storia e il conflitto di oggi (di Enrica Collotti Pischel)
È possibile che su quanto è accaduto (e sfortunatamente potrebbe anche continuare ad accadere) ai confini tra Vietnam e Cambogia in questo inizio del 1978 si dovrà discutere a lungo: e non tanto sulle origini, i motivi e le conseguenze dei fatti, ma anche proprio sulla loro realtà ed entità.
Non ci si sente infatti di escludere che — al disotto di fatti reali e indubbiamente e comunque gravi — vi sia stata anche un'operazione di propaganda, in termini volgari una montatura: e questo da parte cambogiana. In questo caso sarebbe prima di tutto necessario veaere per quali motivi interni ed in quale contesto politico il regime cambogiano che, nonostante certi suoi atteggiamenti difficilmente condividibili, ha portato le caratteristiche di un potere nato da una profonda esperienza rivoluzionaria e popolare, si sia lasciato prendere dalla tentazione di una manovra che è tipica dei più fragili regimi nazionalisti fondati sulla demagogia.
A formulare quest'ipotesi si è tentati dal susseguirsi di notizie emanate da Phnom Penh ora catastrofiche, ora esultanti, appoggiate in qualche caso da fonti note in Thailandia e in genere nell'Asia sudorientale per la loro scarsa credibilità e la loro  precedente identificazione  con operazioni provocatorie, ma accolte con scetticismo perfino da altre sedi non certo favorevoli alla lotta e alle sorti dei popoli dell'Asia, ma comunque dotate di migliori mezzi di informazione in quest'area quali le fonti americane, che tra l'altro possono disporre — non è un mistero per nessuno — di mezzi di osservazione spaziali tuttora impegnati nell'opera di spionaggio sull'Indocina.
In poche parole, che vi siano stati scontri e dolorose conseguenze umane al confine cambogiano-vietnamita, anche operazioni militari di qualche portata è assai probabile: che vi sia stata quella che i cambogiani hanno presentato come un'invasione in forza da parte vietnamita, poi respinta dai cambogiani in battaglia campale appare in definitiva abbastanza improbabile.
Posto anche che il Vietnam socialista avesse motivi per un'invasione massiccia della Cambogia (e i cambogiani hanno attribuito ai vietnamiti almeno tre ordini di motivazioni diverse: la volontà di saccheggiare riso, l'intenzione di cambiare il governo cambogiano e l'obiettivo di forzare la Cambogia ad entrare in una federazione indocinese controllata dal Vietnam), non si vede perché dovrebbe un esercito di 600 mila uomini, fortemente armato se non altro per la possibilità di disporre delle armi abbandonate dalle forze di Thieu fermarsi di fronte ad 80 mila uomini cambogiani senza che nessuno abbia potuto rilevare i segni di una battaglia campale. L'ipotesi che a Phnom Penh si sentisse per qualche ragione l'esigenza di dare al popolo cambogiano motivazioni politiche e morali che nei quasi tre anni dal momento della vittoria sugli americani potrebbero essersi erose, è quella che viene più facilmente alla mente.
Nonostante ciò, bisogna tuttavia anche tener preaente che il problema del confine con il Viet Nam si può prestare facilmente ad una tale operazione, proprio per le difficoltà oggettive che esso pone.
Cerchiamo di vederle.
Prima di tutto bisogna ricordare che il popolo cambogiano (i khmer) e i vietnamiti non sono popoli affini per stirpe, civiltà e cultura: i khmer appartengono alle popolazioni originarie preistoriche dell'Indocina meridionale, i vietnamiti si sono formati invece nel Vietnam settentrionale per una fusione tra genti indigene e genti affluite dalla Cina.
La civiltà vietnamita si è evoluta in modo originale, ma con uno scambio continuo di influenze e di apporti con la civiltà cinese, la civiltà khmer ha avuto invece il suo rapporto soprattutto con la civiltà indiana.  Ciò non ha un'importanza puramente culturale, o se si vuole < spirituale », bensì propriamente materiale ed economica, se si vuole ecologica.
I vietnamiti infatti hanno portato all'estremo perfezionamento le pratiche (tipiche di tutte le civiltà dell'area cinese) della coltura intensiva del riso e dell'irrigazione, cioè il rapporto tra un popolo di coltivatori, l'acqua e la terra.
Questo tipo di civiltà agricola vietnamita, nato nel Vietnam settentrionale agli albori della storia, si è poi gradualmente esteso alle terre piane di tutta l'area che costituisce oggi il Vietnam attraverso un processo graduale e continuo di < marcia verso il Sud ».
Il Vietnam meridionale, e in particolare la parte occidentale del Vietnam meridionale (quella cioè che confina con la Cambogia) è la zona del Vietnam nella quale il modo vietnamita di lavorare la terra e di organizzare i villaggi si è insediato in epoca relativamente più recente, cioè da circa due secoli o poco più.
Per contro la civiltà khmer non ha mai avuto l'organizzazione agricola e di villaggio del Vietnam: benché avesse avuto alcuni periodi di grande splendore, tra il nono e il tredicesimo secolo della nostra era, con lo sviluppo di una grande civiltà culturale e anche di una notevole ricchezza agricola, non ebbe la solidità delle strutture politiche del Vietnam e inoltre sottopose i contadini — anche più di quanto avvenisse nella civiltà cinese e vietnamita — ad oneri e corvées per la costruzione di splendide opere d'arte e di prestigio, che tolsero energie all'agricoltura.
La decadenza della civiltà khmer a partire dal periodo che corrisponde cronologicamente al nostro rinascimento fu dovuta soprattutto all'abbandooo delle opere idriche e dei canali, alla conseguente diminuzione della produzione agricola e della popolazione, proprio in concomitanza con i periodi di più intenso sviluppo del Vietnam e di più rapida evoluzione della <marcia verso Sud> della civiltà e dello stato vietnamiti.
In questa situazione la pianura del delta  del Mekong, che era stata un tempo zona di generica influenza khmer, passò facilmente sotto il controllo, non generico ma sostenuto da precisi sistemi di trasformazione agricola e di insediamento umano, dello stato vietnamita: e questo dal 1600 in poi, circa.
Non occorre molto per comprendere i motivi per i quali tradizionalmente vietnamiti e cambogiani avevano forti motivi di risentimento reciproci.
Alla metà del secolo scarso i francesi intervennero in Indocina, sottoponendo lo stato vietnamita alla colonizzazione con una conquista che fu in ogni momento violentemente contrastata dalle masse contadine, soprattutto nel Sud, e in una certa misura combattuta anche dalla classe dirigente vietnamita; in quella situazione i sovrani cambogiani, che avevano motivo di temere che il loro territorio, residuo del vasto impero di un tempo, venisse assorbito dallo stato vietnamita a oriente e da quello thailandese a occidente, accettarono di buon grado la colonizzazione francese che venne presentata loro in forma di < protettorato».
In effetti la dominazione francese sulla Cambogia tu meno dura che sul Vietnam se non altro perché il Vietnam interessava di più ai francesi per motivi strategici e perché sui vietnamiti si abbatté senza posa la repressione francese contro la continua resistenza sia dei contadini sia degli intellettuali.
Lo sfruttamento fiscale sul Vietnam fu più gravoso e provocò una presa di coscienza anticoloniale più profonda e rapida, anche perché il grado di unità nazionale del Vietnam prima della colonizzazione era molto più elevato che in Cambogia.
La colonizzazione francese in Cambogia fu più che altro gravosa per il mancato sviluppo di potenziali ricchezze e per la situazione di sottosviluppo nella quale la Cambogia fu mantenuta.
La colonizzazione ha tuttavia creato alcune delle cause specifiche dell'attuale tensione. I francesi stabilirono tra la loro colonia diretta del Vietnam meridionale (la cosiddetta < Cocincina») e il protettorato della Cambogia una linea di confine che sanciva le conquiste dello stato vietnamita e gli insediamenti agricoli vietnamiti, lasciando dalla parte vietnamita del confine una minoranza di origine khmer (i khmer <krom ») che oggi conta circa 600 mila abitanti e che è la seconda minoranza del Vietnam.
Nel Vietnam infatti i vietnamiti veri e propri costituiscono l'85 per cento della popolazione ed esiste una struttura multinazionale: i khmer krom sono l'unica minoranza che sia affine alla popolazione di uno stato confinante, le altre sono costituite da genti che sono rimaste diverse dai vietnamiti per ragioni ambientali.
Questa linea è ora la linea di confine tra Vietnam e Cambogia anche se il dirigente cambogiano Pol Pot nel settembre scorso in un discorso ha messo in luce quanto sia profondo il risentimento del nuovo, regime rivoluzionario cambogiano per le perdite territoriali che gli furono imposte dalla colonizzazione e che ammontano a molte migliaia di chilometri quadrati di territorio, sia nelle zone pianeggianti del Vietnam meridionale sia negli altopiani del Vietnam centrale.
Queste terre tuttavia sono ora abitate prevalentemente da contadini vietnamiti e sono state tra i principali teatri della resistenza contro gli americani: anzi nella provincia di Tay Ninh che sarebbe ora stata teatro di scorrerie dei cambogiani, iniziò la resistenza contro l'occupazione americana del Sud.
La colonizzazione tuttavia ebbe anche un'altra conseguenza. I francesi crearono nelle zone al confine tra Vietnam e Cambogia le più vaste piantagioni di gomma.
In tutta l'Indocina l'elemento proletario fu costituito sempre e soltanto da vietnamiti, in parte lavoratori « liberi », ma per lo più lavoratori coatti o semicoatti reclutati con i appalti mafiosi di manodopera o attraverso condanne ai lavori forzati. Di conseguenza la popolazione insediata nelle piantagioni di gomma era tutta compattamente vietnamita e particolarmente combattiva contro il colonialismo per ovvie ragioni di classe, sia al di qua sia al di là della frontiera cambogiana.
Nella zona del cosiddetto < Becco d'anitra » era particolarmente intenso l'insediamento proletario vietnamita e non a caso la
zona fu una delle prime zone liberate durante la resistenza contro i francesi e poi una piazzaforte quasi imprendibile della resistenza vietnamita contro gli americani.
Uno dei motivi delle pressioni americane sul capo dello stato cambogiano Norodom Sihanouk negli anni tra il 1960 e il 1970 consisteva proprio nella richiesta di eliminare la resistenza vietnamita, nella zona a cavallo del confine tra Vietnam meridionale e Cambogia.
Del resto nel 1970 subito dopo il colpo di stato contro Sihanouk in Cambogia gli americani invasero in forza queste zone, senza riuscire tuttavia a sterminarvi la resistenza vietnamita.
Ma ci sono e c'erano altri vietnamiti in Cambogia: proprio per le caratteristiche della manodopera proletaria nel periodo coloniale, gran parte dei lavoratori manuali di Phnom Penh e dei maggiori centri cambogiani era vietnamita; anche una parte del piccolo ceto medio commerciale era vietnamita (il resto era cinese, quali mai cambogiano).
Contro questi vietnamiti si era scatenata nel 1970 la violenta repressione del governo reazionario nato dopo il golpe contro Norodom Sihanouk.
È facile quindi comprendere che nella resistenza cambogiana agli Stati Uniti una parte della lotta fu condotta dai vietnamiti, soprattutto nelle zone orientali. In poche parole in Cambogia ci fu una resistenza antiamericana vietnamita e una resistenza khmer, che fu successiva nel tempo anche se finì con l'essere decisiva nelle vaste aree della Cambogia che non erano al confine con il Vietnam ed ebbe naturalmente la direzione politica del paese al momento della vittoria.
Resta il fatto tuttavia che nella parte orientale del paese vi era una zona controllata dalla resistenza vietnamita che ebbe sempre caratteristiche sociali e politiche abbastanza diverse da quelle della resistenza cambogiana.
All'indomani della liberazione nel 1975 il governo rivoluzionario cambogiano, trovandosi a governare un paese che era stato mostruosamente distrutto dalla guerra, come il Vietnam — ma che più del Vietnam era un paese sottosviluppato, povero di infrastrutture tecnologiche e di comunicazioni e anche carente di sovrastrutture politiche e amministrative che non fossero nelle mani delle forze reazionarie — ritenne di compiere la scelta di trasferire la quasi totalità della popolazione urbana e i milioni di rifugiati, al lavoro agricolo e di costruzione di canali.
E' probabile che questa scelta sia stata indispensabile ma fu certamente gravosa: se le notizie di massacri di massa furono probabilmente frutto della propaganda reazionaria, certamente vi furono tensioni e risentimenti ed è possibile che i vietnamiti in Cambogia si siano trovati anch'essi in condizioni difficili.
Da vaghe informazioni (il regime rivoluzionario cambogiano ha attuato una chiusura del paese ai contatti esterni quasi totale, con la conseguenza che le uniche testimonianze sono quelle infide dei profughi reazionari) sembra che la politica di trasferimento della popolazione in campagna abbia consentito di raggiungere una certa autosufficienza alimentare, ma certamente essa ha lasciato aperti e forse creato grossi problemi politici e sociali nel complesso del paese.
In questa situazione la presenza di una minoranza «ufficiale > di mezzo milione di vietnamiti e di un numero non noto di vietnamiti nelle zone orientali rimasti nelle aree delle piantagioni e della resistenza può divenire facilmente un motivo di tensione oggettiva, ed ancor più di strumentalizzazione politica per scaricare altre tensioni.
Tra l'altro i vietnamiti in Cambogia sono molti rispetto ad una popolazione di circa 8 milioni, mentre le minoranze etniche in Vietnam pesano meno su una popolazione di circa SO milioni e in una struttura politica particolarmente solida e matura.
Questi sono i motivi che stanno alle spalle di questa tragica vicenda e anche le ragioni del ben diverso comportamento delle due parti: la sistematica offerta di soluzioni negoziate da parte Vietnamita, la ricerca della drammatizzazione da parte cambogiana.
Il problema naturalmente esiste e non sarà di facile soluzione come tutti i problemi confinari che sono sempre anche problemi sociali.
È sbagliato considerare i Problemi delle minoranze e dei confini come problemi puramente < borghesi»: essi sono reali e non banali anche per i paesi socialisti e possono acutizzarsi con l'indipendenza, lo sviluppo, l'innesto di grandi trasformazioni sociali.
Tuttavia non si può non avvertire l'impressione che, almeno nella fase attuale, i dirigenti cambogiani invece di intraprendere la via lunga e cauta di difficili trattative abbiano cercato di risolvere il problema decidendo di infamare il prestigio del Vietnam nel mondo e ciò che esso ha significato e significa. E' dubbio che con ciò facilitino la soluzione del problema concreto dei confini, e resta comunque la domanda antica « a chi giova? », la loro iniziativa. (Enrica Collotti Pischel)