Diossina
: i morti viventi.
di JORN RUBY
 


Mentre il mondo accusa l'Irak per l'uso dei gas tossici, un giornalista danese ha visitato le regioni vietnamite bombardate con la diossina. Tutta una generazione ne subisce ancora le conseguenze. Ecco come.

Città Ho Chi Minh (Saigon). Thanh Thanh Dong ha 14 anni e almeno da quando ne aveva cinque è ospite dell'Orfanotrofio n. 6 di Città Ho Chi Minh. Quando l'ho visto si teneva seduto su una stuoia sostenendosi con due esili braccia deformi, mentre la sua gamba sinitra, piegata in modo innaturale, passava sotto il suo corpo. Thanh è sordo e muto. Dietro di lui, sdraiate alla peggio sulla stessa stuoia, stavano le sue sorelle gemelle Tarn e Nga. Tutti e tre sono nati nella provincia di Tay Ninh, nel Vietnam meridionale, presso la frontiera cambogiana, una regione che durante la «guerra americana», come si dice qui, è stata abbondantemente irrorata con il defoliante noto come "agente arancione" che contiene una buona parte di diossina.

Thanh, Tarn e Nga fanno parte di una generazione di "morti viventi", eredità terribile di una guerra che tutti vogliono dimenticare.

Biologi, medici ed ecologisti di tutto il mondo stanno oggi cercando di capire quali possono essere gli effetti a lungo termine dei 72 milioni di litri di erbicidi che sono stati versati su più di tre milioni e mezzo di ettari di foresta, di piantagioni, di frutteti e di risaie del Sud Vietnam.

Le forze aeree degli Stati Uniti usavano per queste missioni il nome in codice di «Operation Ranch Hand», cioè «Operazione bracciante agricolo», ma qualche bello spirito del Pentagono le ribattezzò «Operazioni Inferno».

L'uso dei defolianti ebbe inizio prima su piccola scala poi via via in dimensioni sempre maggiori, dal 1961 per applicare le teorie del generale britannico Sir Robert G.K. Thompson che aveva represso con successo la guerriglia in Malesia nel secondo dopoguerra. Sir Robert Thompson è colui che disse: «Se il guerrigliero è un pesce nell'acqua, bisogna levare l'acqua e il pesce morirà». Gli americani applicarono alla lettera questa massima tentando di trasformare le foreste del Sud Vietnam in un deserto.

Nel 1970 le missioni "Farm Hand" vennero bloccate per le pressioni di gruppi di ecologisti e anche di una potente lobby di agricoltori statunitensi preoccupati per la rarefazione degli erbicidi sul mercato interno. «Ma in realtà cessò solo la documentazione ufficiale, perché le operazioni con gli erbicidi continuarono con aerei fomiti da Australia e Thailandia al regime di Nguyen Van Thieu», dice la dottoressa Nguyen Thi Ngoc Phuong, dell'ospedale Tu Du di Città Ho Chi Minh. La dottoressa, una dei maggiori esperti vietnamiti nel campo dei tumori, lavora all'ospedale Tu Du dal 1962 e attualmente ne è vicedirettrice. Il suo contributo alla storia della guerra del Vietnam è una diligente raccolta di informazioni comparate tra le condizioni di salute delle persone che vivevano in regioni fortemente irrorate con defolianti e quelle che vivevano in zone sicure.

Quando finalmente gli americani posero veramente fine alle operazioni con i defolianti, il Congresso di Washington costituì un comitato per esaminare «gli effetti degli erbicidi nel Vietnam meridionale». Mentre la guerra si avvicinava alla fine il comitato cercava di raccogliere informazioni in loco per valutare l'ampiezza delle distruzioni dell'ambiente e verificare la teoria secondo la quale tra le popolazioni delle zone irrorate si riscontravano con maggiori frequenze malformazioni nei feti, aborti spontanei ed irregolarità cromosomiche.

Già nel 1970 il professor Ton That Tung, recentemente scomparso ad Hanoi, aveva segnalato in una conferenza scientifica in Francia che nelle zone irrorate del Sud Vietnam i casi di cancro al fegato si erano moltiplicati per cinque. Ton That Tung avanzò anche l'ipotesi che la diossina contenuta nei defolianti provocasse aberrazioni cromosomiche e potesse avere effetti negativi sulla capacità riproduttiva.

La questione rimase in sospeso perché «i piani per la raccolta di informazioni scientifiche attendibili furono frustrati dall'offensiva nordvietnamita della primavera del 1972» come scrisse il comitato istituito dal Congresso americano nel suo rapporto finale del 1974. Ma la dottoressa Phuong, anche dopo la guerra, ha continuato a raccogliere dati. In particolare ha concentrato la sua ricerca sul villaggio di Thanh Phong, nel delta del Mekong, il cui territorio fu abbondantemente irrorato, confrontando le condizioni dei suoi abitanti con un gruppo di cittadini di Saigon che non erano stati a contatto con i defolianti. La scienziata è giunta alla conclusione che «vi sono buoni motivi di pensare che i defolianti abbiano effetti nocivi non soltanto per la generazione presente, ma anche per le generazioni future».

I tre principali prodotti chimici usati nell'operazione "Farm Hand" furono l' "agente bianco", l'"agente blu" e l'"agente arancione"; quest'ultimo contiene tracce di diossina come impurità. Il biologo americano Arthur H. Westinghouse calcola che durante la guerra sono stati versati sulle campagne del Vietnam meridionale almeno 57 milioni di chilogrammi di "agente arancione" che secondo un suo calcolo prudenziale contenevano 170 chilogrammi di diossina. E, secondo il dottor Barry Commoner, direttore del Centro per la biologia dei sistemi naturali dell'università di Washington, basterebbero 85 grammi di diossina immessi nella rete idrica di New York per uccidere tutta la popolazione della città. Il dottor Commoner definisce la diossina «la più tossica tra le sostanze fabbricate dall'uomo».

Basta visitare li gabinetto della dottoressa Phuong per renderci conto degli orrori della guerra chimica che oggi ritorna d'attualità dopo l'uso dei gas da parte degli irakeni nella 'Guerra del Golfo". Dentro recipienti di vetro si possono vedere, conservati sotto alcool, feti deformi, mostruosità fantascientifiche, tra le quali spicca la figura allucinante di un rugoso bimbo-ciclope. Su un altro scaffale la dottoressa Phuong conserva una serie di recipienti che mostrano l'evoluzione di una gravidanza anormale nota nel linguaggio medico come "mole vescicolare": non si sviluppa un feto, ma una massa di cisti «simili ad un grappolo d'uva». E, afferma la dottoressa Phuong, «su quattro di queste gravidanze anormali una si trasforma in tumore all'utero». La "mole vescicolare" è cento volte più frequente nelle zone irrorate con diossina. Ora la scienziata sta per avviare una ricerca per studiare l influenza della diossina sul sistema nervoso centrale e sui cromosomi.

Intanto Thanh, le sue sorelle, migliaia di altri vietnamiti vivono una vita vegetativa, ignari che sulla loro sorte nei tribunali americani si sono ingaggiate complesse battaglie legali per ottenere che il governo degli Stati Uniti risarcisca in parte le sue vittime.



JORN RUBY -  L'ESPRESSO - 8 APRILE 1984