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ROMA – L’avevano chiamata operazione «Ranch Hand». Ovverosia le mani sulla
campagna. Gli americani pensavano che questo fosse l'unico modo per
battere la resistenza dei vietnamiti e vincere quella sporca guerra che si
trascinava da qualche anno creando già enormi problemi d'immagine per
l'amministrazione Usa e facendo vacillare seriamente nel mondo il mito
della «Nuova frontiera».
Ed allora ecco il «Ranch hand»: la guerra chimica. Bisognava assolutamente
far venire allo scoperto l'esercito vietnamita ed i vietcong. Per gli
americani erano imprendibili. Un vero rompicapo per le teste d'uovo
militari, spedite laggiù in Indocina. Il problema vero era come far
cessare i rifornimenti militari e alimentari dal nord al sud del paese.
Bombardamenti a tappeto; incursioni aeree, rappresaglie, atrocità di ogni
tipo, da Song My a quelle descritte in Apocalypse Now, tentativi di
corruzione: tutto era inutile. La grande foresta equatoriale nascondeva i
sentieri dell'esercito nord-vietnamita e i rifornimenti arrivavano
regolarmente. Il Vietnam resisteva eroicamente, al di là di ogni
aspettativa.
È storia peraltro notissima che ha fatto crescere nuove generazioni di
democratici nel mondo e che ha segnato la fine dell'onnipotenza americana.
E prima Kennedy, poi Johnson e poi ancora Nixon ci vollero provare a
stanare i vietnamiti con le armi chimiche. Così venne dato il via al
«Ranch hand>. In breve si trattava di distruggere tutt'attorno ai sentieri
la foresta equatoriale, in modo da mettere a nudo le carovane vietnamite.
Insomma bisognava irrorare sul Vietnam quel che poi è diventata simbolo di
moderna atrocità: il defoliante.
Questa sostanza, assieme ad altri tipi di erbicidi, era stata già usata
nei primi anni di guerra, dal 1961 ai '65. Ma proprio attorno alla metà
degli anni sessanta fu decisa l'escalation della guerra chimica. E tra il
'65 e il '70 — il dato è di fonte non sospetta: americana — gli USA
gettarono sul Vietnam ben 72 milioni di litri di erbicida.
Distruzione, morte, malformazioni, danni irreversibili sull'uomo e
sull'ambiente erano stati provocati in quantità enorme e solo alla fine
della guerra si cominciò a valutare l'effetto tragico del defoliante. Sono
passati — oggi — quasi dieci anni dalla fine di quel conflitto che scosse
l'umanità intera, ma per il Vietnam la guerra è come se non fosse mai
terminata.
Il defoliante e gli erbicidi ancora fanno, se così si può dire, il loro
corso portando dolore e morte. E proprio per tentare una verifica più
attenta degli effetti a lungo tempo della guerra chimica — nei giorni
scorsi — ad Ho Chi Minh City s'è tenuto un simposio internazionale, a cui
hanno partecipato più di centoventi scienziati di tutto il mondo.
Tossicologi, epidemiologi, chimici, osservatori e rappresentanti della FAO
e dell'Unesco hanno raccolto l'invito delle autorità vietnamite per una
settimana di studio e di ricerca.
Diciamo subito che l'anima di questo convegno era stato Ton That Tung, il
mitico ministro vietnamita della sanità all'epoca della guerra, che
scoprì, forse grazie alle atrocità del conflitto, un metodo assolutamente
rivoluzionario di chirurgia del fegato che solo ora sta prendendo piede in
occidente. Ton That Tung è morto due anni fa, ma il suo lavoro non e
andato perso e se la comunità scientifica internazionale s'è riunita ad Ho
Chi Minh City il merito è tutto suo.
Ma qual è, diciamo, la «notizia» che viene fuori dal simposio
internazionale? “Il fatto è che il Vietnam è alle prese oggi con la
diossina”, risponde l'epidemiologo prof. Luigi Bisanti, un giovane
ricercatore dell'Istituto superiore di sanità, l'unico italiano che ha
partecipato ai lavori del convegno. Con la diossina? «Sì, certo. Anzi
possiamo dire —prosegue Bisanti — che purtroppo il Vietnam è il più grosso
laboratorio mondiale per studiare gli effetti della diossina».
E perché proprio la diossina? «La micidiale sostanza non è che venisse
gettata direttamente dagli americani. Ma si creava dalla miscela di acido
triclorofenossiacetico e diclorofenossiacetico. Questi due acidi
costituivano gli ingredienti dell’Agent Orange, il defoliante più usato in
Vietnam».
Bisanti di diossina è uno che se ne intende. È, infatti, uno dei
pochissimi esperti italiani in materia e non per caso ha passato cinque
anni della sua vita a Seveso per capire e studiare la tragedia dell'Icmesa.
Nella cittadina brianzola s’è appurato che di diossina ne fuoriuscì da
qualche etto a due chili. In Vietnam la diossina «creata» dai due acidi è
stata di ben 500 chilogrammi, che unitamente all'Agente Orange è riuscita
a distruggere il 40 per cento del territorio agricolo-forestale del
Vietnam del sud.
Il simposio s'è diviso in otto gruppi di lavoro: 4 sull'ambiente e 4
sull'uomo che alla fine del congresso si sono fusi in un unico rapporto.
“Dal convegno — dice il prof. Bisanti — è emerso con grande nettezza il
danno, che è così grande da non essere nemmeno quantificabile in termini
economici o di perdita di vite umane, causato dalla guerra chimica che va
ad aggiungersi a quello della guerra tout court e in ultima analisi a
sovraordinarsi rispetto all'economia di un paese già poverissimo in
partenza”
Facciamo capire meglio con qualche esempio concreto. “Partiamo dal danno
economico. Tutt'attorno ai sentieri — precisa Bisanti - naturalmente non
c'è più nulla. C'è la morte della vegetazione. Al posto degli alberi ad
alto fusto da cui i vietnamiti estraevano dei legni pregiatissimi e che
vendevano all'estero, s'è installata una sorte di bassa vegetazione che
impedisce il ritorno della foresta equatoriale. Ma anche i guasti
faunistici sono immensi. Essendo stato distrutto l'habitat naturale tutta
una serie di razze d'animali sono in via di estinzione. Così è per specie
già molto rare di bufali e di rinoceronti ma così è lo stesso per
l'amatissimo "Panda" che adesso è stato preso a simbolo mondiale per la
salvaguardia della natura.
Ma per restare sempre in tema d'ambiente non è tutto. All'inizio della
guerra, infatti, gli americani irrorarono di defoliante anche le
sterminate risaie vietnamite, una delle pochissime ricchezze del paese.
Ebbene ancora oggi la qualità di questo riso è scadentissima, senza dire
che durante il conflitto ben due milioni di vietnamiti morirono di fame a
causa dell'avvelenamento del riso e di altre coltivazionii”
Tutti questi guasti ecologici naturalmente sono sotto gli occhi di tutti.
Per quanto riguarda invece il danno sull'uomo, ancorché ingentissimo,
mancano purtroppo delle misure oggettive di rilevamento. Quante persone
sono state esposte alla diossina? Per quanto tempo? Qui la ricerca si fa —
ovviamente — più complessa.
“Ma è certo — aggiunge Bisanti — che i tumori del fegato in Vietnam
conoscono uno sviluppo incredibile ed è pure accertata l'alterazione
genetica che la diossina crea. Quante donne in questi anni hanno dato alla
luce bimbi deformati o malformati? Tantissime. Si sa pure di un caso
eccezionale: di una donna del nord.- che quindi non era stata esposta alla
diossina - che ha partorito un figlio deforme perché il concepimento era
avvenuto con il marito tornato dal sud dalla guerra, e presumibilmente
dall’inquinamento da diossina. E che la contaminazione fosse
trasmettibile, per l'appunto, è cosa assolutamente nuova per la casistica
clinica ed epidemiologica”.
Un paese povero, dunque, il Vietnam, che non solo ha conosciuto le
atrocità della guerra moderna — prima con i francesi poi con gli americani
— ma che adesso deve fare i conti con i problemi immensi di ricostruzione
e di salvezza creati dall'uso della «modernità».
Non ce n'è abbastanza per dire un'altra volta no ad ogni guerra, chimica,
batteriologica o nucleare che sia?
Mauro Montali l’Unità 11 marzo 1983
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Notizie tratte da
"NAM" Cronaca della Guerra in Vietnam 1965-1975 -
Pubblicazione a fascicoli edita da
ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI - 1988
OPERAZIONE RANCH HAND
Nel 1961 il presidente sud vietnamita Diem chiese agli Stati Uniti di
eseguire delle irrorazioni aeree con erbicidi nel suo paese. In agosto,
l'aviazione sud vietnamita iniziò le operazioni con l'aiuto americano.
La richiesta di Diem scatenò tuttavia polemiche nella amministrazione
degli Stati Uniti. Alcuni ritenevano i defolianti un mezzo efficace per
togliere ai viet cong il cibo e la protezione della giungla, ma altri
nutrivano dubbi sulla loro efficacia ed erano preoccupati perché
sapevano che avrebbero esposto gli Stati Uniti all'accusa di aver fatto
ricorso alla guerra chimica.
Nel novembre 1961, il presidente Kennedy approvò l'uso degli erbicidi
come esperimento limitato, dopo aver ottenuto l'approvazione
dell'ambasciata USA, del Comando per l'assistenza militare al Vietnam, e
del governo di Saigon.
L'operazione Ranch Hand cominciò nel gennaio 1962. Gradualmente le
limitazioni vennero superate e l'irrorazione divenne pratica sempre più
frequente e su aree sempre più grandi.
Nel novembre 1962 cominciò la distruzione su vasta scala dei raccolti.
Quando l'operazione Ranch Hand terminò (9 anni dopo) circa 80 000 000 di
litri di prodotti chimici (soprattutto Agente Arancione, Blu e Bianco)
erano stati sparsi sul 20% della giungla sud vietnamita, compreso il 36%
delle foreste di mangrovia, su un'aerea complessiva di 2,5 milioni di
ettari.
ERA LECITO USARE L'AGENT GRANGE?
Nel 1966 l'Agente Arancione stava piovendo dal cielo su tutto il
Vietnam. I chimici avevano assicurato che non era pericoloso, ma
parecchie personalità governative USA si erano opposte al suo impiego,
perché temevano che l'America si esponesse all'accusa di ricorrere alla
guerra chimica.
L'uso di erbicidi per far cadere le foglie dagli alberi sembrava
abbastanza innocuo rispetto ad altre pratiche ben più atroci della
storia militare.
Ma era lecito?
La convenzione dell'Aja del 1907 proibiva l'uso di "veleni ed armi
avvelenate" e il Protocollo di Ginevra del 1925 aveva messo fuori legge,
oltre ai gas velenosi, anche "tutti i liquidi, materiali ed ordigni
analoghi".
L'avvelenamento degli alberi e dei raccolti rappresentava quindi una
violazione dello spirito e della lettera di questi due pilastri del
diritto internazionale, anche prima di scoprire che la diossina,
presente nell'Agente Arancione, provocava il cancro e malformazioni
genetiche. La posizione americana era invece che il Protocollo di
Ginevra non si applicava agli erbicidi e agli altri prodotti chimici che
venivano usati normalmente in molti paesi (tra cui gli Stati Uniti e
l'URSS) per controllare l'eccesso di vegetazione. Le Nazioni Unite non
erano d'accordo: e nel 1969, l'assemblea generale adottò una risoluzione
che ribadiva la validità del Protocollo per tutte le armi chimiche.
Era lecito portare la desolazione su circa 1/7 della superficie di un
paese alleato (oltre 10 000 000 di ettari), usando armi ì cui effetti a
lungo termine non erano prevedibili? Dieci anni dopo la fine delle
irrorazioni, molte aree della giungla vietnamita sono ancora ricoperte
da cespugli di bambù che rendono difficile la crescita della foresta. In
altre, il fuoco e l'erosione hanno trasformato il suolo in roccia dove
la vegetazione non potrà attecchire mai più. Circa il 36% delle foreste
costiere di mangrovia (uno dei pilastri dell'economia vietnamita), è
stato distrutto. Ne è derivato anche un insabbiamento che ha modificato
la linea di costa, fatto strage dei molluschi, portato all'estinzione
diverse specie e messo in crisi l'industria locale della pesca.
Oltre a tutto questo, 1.500.000 ettari di terreno fertile è stato
spianato dai Rome Plows: enormi trattori Caterpillar muniti di un vomere
pesante 2,5 t e protetti da 14 t. di corazzatura. Altre zone della
foresta sono state distrutte dalle bombe incendiarie. È stimato che
esistono ancora oltre 20 000 000 di crateri nelle campagne vietnamite,
prodotti dalle bombe e dai proiettili di artiglieria, per un'estensione
di 700.000 ettari in totale.
Questi crateri, grandi fino a 12 m e profondi fino a 6, si sono riempiti
d'acqua piovana diventando un mortale brodo di coltura per i germi della
malaria e di altre febbri tropicali.
Nelle zone dove si svolsero i combattimenti più intensi, i frammenti
metallici e i proiettili inesplosi sono così frequenti che molti campi
hanno dovuto essere abbandonati. Anche nelle foreste molti alberi sono
marciti a causa delle schegge di bombe, che hanno reso impossibile anche
la triturazione della polpa. Ma la guerra è per sua natura distruzione,
e nessuno ha mai proposto la messa al bando dei proiettili e delle bombe
a causa del loro effetto sull'equilibrio ecologico.
La guerra chimica, tuttavia, è una cosa diversa. Era lecito ricorrere
alla distruzione dei raccolti per allontanare la popolazione civile da
villaggi che avevano occupato per intere generazioni? Dapprincipio il
governo degli Stati Uniti ritenne che la distruzione dei raccolti
dovesse limitarsi alle zone remote occupate dai viet cong; e che si
dovessero irrorare solamente i raccolti presumibilmente destinati ad
essere consumati dal nemico.
Donald Horning, consigliere scientifico del presidente Johnson, ha però
ammesso in seguito: «Tutto fu preordinato sin dall'inizio per far
spostare la popolazione».
In base al diritto internazionale, la distruzione del cibo è lecita
solamente se è direttamente destinato all'uso del nemico, o se i
vantaggi militari sono preponderanti rispetto al danno che ne può
derivare ai civili. La distruzione del raccolto danneggiava
indubbiamente gli abitanti dei villaggi, costringendoli a lasciare la
loro terra.
Ma i viet cong non erano colpiti, perché continuavano a prelevare tutto
il riso di cui avevano bisogno da un villaggio o dall'altro senza tener
conto della distruzione dei raccolti. L'irrorazione aveva invece dato
alla guerriglia un vantaggio psicologico, provocando inoltre un maggiore
afflusso di reclute a causa del crescente odio fra i contadini nei
confronti dell'invasore straniero.

Dopo un rapporto sugli effetti residui dell'operazione Ranch Hand, il
presidente dell'Associazione nazionale delle scienze americana (NAS)
concluse: «A conti fatti, i deleteri effetti del programma defoliante
sulla salute del popolo sud vietnamita sembrano essere stati minori di
quanto si poteva temere». I ricercatori della NAS sostennero di non
essere riusciti a rintracciare prove conclusive di danni alla salute
della popolazione provocati dagli erbicidi.
Oggi — a 20 anni di distanza — il Pentagono ha nei suoi archivi 32 000
richieste di invalidità a causa dell'Agente Arancione presentate dai
reduci del Vietnam. Fino ad ora però l'amministrazione della difesa non
ne ha accolta nemmeno una.
L'Agente Arancione fa ancora notizia: la copertina di
VETERAN del dicembre 1986. Il titolo della 'cover-story' è
«La guerra
arriva a casa tua. L'Agente Arancione scende sulle fattorie».
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I
primi a lanciare l'allarme sono stati i medici di Hanoi: nel Vietnam
meridionale il numero dei casi di epatocarcinoma, malformazioni congenite
e aborti spontanei è aumentato negli ultimi anni in modo vertiginoso. La
gente parla di maledizioni e di sorte avversa, ma l'ambiente scientifico
della capitale non sembra avere dubbi: la colpa è della 2, 3, 7, 8.
tetraclorodibenzoparadiossina -(TCDD), ai più nota semplicemente come
diossina. Tra il 1966 e il 1971 l'aviazione americana ne sparse
tonnellate, soprattutto al Sud. Allora si parlò genericamente di
defolianti, del tutto innocui per l'uomo.
Dice il professor Ton Due Lang dell'Ospedale Vit Due di Hanoi: « Noi
riteniamo che la diossina abbia provocato direttamente o indirettamente
gravi malformazioni nei nascituri. Non è facile provarlo. Se non ci
riusciremo noi, toccherà alle prossime generazioni ». È di poco tempo fa
la notizia di un villaggio vietnamita dell'altopiano centrale dove, su
duecento bambini nati dopo che il piccolo insediamento era stato
abbondantemente innaffiato con la diossina, si contano 30 casi di
paralisi, 15 di sordità, 12 di gravi deformazioni, 8 di cecità e 16 di
mutismo.
“Purtroppo
— conclude il professor Ton Duc Lang — i rischi continuano anche per
coloro che devono ancora nascere. Non è sufficiente essere scampati alla
pioggia velenosa per sentirsi sicuri. Infatti, a causa della bassa
solubilità in acqua e al facile assorbimento del terreno il processo di
degradazione avviene molto lentamente. Così intere aree di foresta, a
distanza di dieci anni e più, conservano ancora tracce della diossina.
come pure le nostre terre coltivate, le piante e gli animali. E questo, la
gente non lo sa”.
Il problema non è solo indocinese. All'incirca 40000 bambini nati negli
Stati Uniti da soldati americani esposti ai defolianti nel corso della
guerra hanno gravi malformazioni congenite.
A questo proposito è in corso una vertenza legale tra 17 000 veterani e le
cinque ditte statunitensi che hanno fornito il TCDD alle forze armate.
Ci fu poi, nel 1976, il famoso caso che ha interessato l'Italia (e poi
mezza Europa quando, mesi fa, si è trattato di far sparire le scorie): i)
caso di Seveso. Appena 2 kg di diossina su un'area di 90 ettari, una
popolazione interessata di 736 persone, più un numero imprecisato di
animali: quel tragico evento ebbe quanto meno il merito di stimolare
finalmente una serie di indagini sulla pericolosità di un tale prodotto.
Oggi però, dopo anni, alcuni settori della ricerca scientifica occidentale
sembrano aver dimenticato l'ipotesi di una tossicità della diossina: si
giunge ad affermare che, cloracne a parte, nessuna correlazione esiste con
aborti spontanei, malformazioni, tumori.
Per esempio, l'editoriale a firma P.H. Abelson apparso sull'autorevole
Science (24 giugno 1983) sembra chiaro: il TCDD è tossico solo se lo si
ingerisce o se si mangiano i prodotti della terra inquinata. Ma se non c'è
pericolo per Seveso, c'è falso allarme anche per il Vietnam? •
(Fonte e autore non identificabili)
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