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SAIGON -
Ribattezzata Ho Chi Minh Ville dai
Viet Cong, è ancora la città più controversa e vitale della nuova Tigre
asiatica. Antiche pagode, quartieri a luci rosse, alberghi carichi di
storia e grattacieli scintillanti nella notte. Sulle orme di Marguerite
Duras e Tiziano Terzani, sospesi fra sacro e profano.
Tra il campanile della cattedrale di Notre-Dame, gli interni liberty
dell'ufficio postale, la facciata Belle Epoque del Teatro dell'Opera e
le ragazze in ao-dai bianco (la tunica tradizionale
femminile con spacchi per lasciare libere le gambe coperte da pantaloni)
che sciamano all'uscita del Liceo Curie, ci si può abbandonare alla
nostalgia della Saigon coloniale, tra i volti delle studentesse si può
immaginare quello dell'adolescente Marguerite Duras.
Siamo tra le atmosfere rarefatte e gli indirizzi mitici nell'ex
quartiere francese, il distretto uno, la base di partenza di ogni visita
all'ex capitale del Vietnam del Sud.
A lato dell'Opera - ora Teatro Municipale appena restaurato per ospitare
le produzioni del pop vietnamita - c'è l'Hotel Continental
(www.continentalhotel.com.vn), dove a inizio degli anni Cinquanta, in
una grande stanza con pavimenti in legno e finiture in marmo, lo
scrittore inglese Graham Greene scrisse il romanzo "L'americario
tranquillo", una parabola del declino delle potenze coloniali con
alcune scene ambientate nello stesso albergo. Qui Saigon sembra ancora
la capitale dell'Indocina francese. Il boulevard Dong Khoi (significa
"Insurrezione") - quando gli ordini arrivavano da Parigi si chiamava
Catinat - è chiuso dal sipario di Notre-Dame, costruita nel 1883 in
stile neo-romanico. Si trova di fronte al monumentale ufficio postale
progettato nel 1891 da Gustave Eiffel, il suo interno è dominato da una
gigantografia di Ho Chi Minh, il padre della patria: con il suo nome il
Vietnam comunista ha ribattezzato Saigon, la città del peccato, il
"cancro capitalista" abitato da commercianti, prostitute, truffatori,
ladri e fumatori di oppio.
Dalla vittoria dei vietcong nel 1975 è
passato molto tempo, tutto è cambiato, tre vietnamiti su quattro sono nati dopo la guerra, e i vecchi edifici di Dong
Khoi sono assediati da selve di grattacieli di cemento e cristallo,
costruiti in tempo record lavorando ventiquattro ore tutti i giorni
dell'anno, dominati da ciclopiche insegne al neon e da pubblicità delle
multinazionali americane, giapponesi, coreane come di quelle degli
stilisti italiani e francesi.
Alle spalle del teatro si innalzano i nove
piani di luci, marmi e lusso del Park Hyatt (www.saigon.park.hyatt.com):
ritrovo di business-men e yuppie cittadini. L'antico insediamento khmer
da cui nacque la città è diventato il fulcro della nuova tigre asiatica,
di un Paese veloce e dinamico che - nonostante il regime e i suoi
apparati - punta dritto al benessere e alla ricchezza.
Continuando in Dong Khoi verso il fiume Saigon, si trovano ristoranti e boutique. Ed empori che vendono gli ultimi
reperti della guerra. Gli americani sessantenni che li frequentano sono
tutti reduci alla ricerca di cimeli, comprano soprattutto gli accendini
dei marines con il nome inciso, è passato troppo tempo e tutta Saigon sa
che sono falsi, ma i vecchi soldati coltivano l'illusione, qui come tra
i bar delle vie traverse, dove belle e giovanissime ragazze sono sempre
disposte a innamorarsi per una sera di chi ha le tasche farcite di
dollari.
Raggiunta la riva del fiume, popolata di ristoranti e club galleggianti,
si risale Nguyen Hue Boulevard, dove i cyclo - i risciò locali portati
in tutto il mondo dalle immagini dell'omonimo film ("Cyclo", una
produzione franco vietnamita del 1995) - resistono all'ondata di piena
di auto e soprattutto di scooter che si districano nel traffico a continui colpi di
clacson. Nguyen Hue è chiusa dalla facciata ottocentesca dell'ex Hotel
de Ville, il Municipio ora sede del Comitato Popolare, fronteggiato
dalla statua di Ho Chi Minh, davanti alla quale sono in fila decine di
coppie di giovani sposi (con la donna in abito bianco) per farsi
fotografare.
Il caos diventa totale all'incrocio con Le Loi Boulevard,
dove - tra folla e rumore - si rivela la brulicante città orientale di
oltre dieci milioni di abitanti. Qui c'è il Rex Hotel
(www.rexhotelvietnam.com), il quartier generale dei corrispondenti della
stampa straniera durante la guerra, l'albergo citato più volte da
Tiziano Terzani in "Pelle di leopardo", il suo appassionato libro
reportage sulla guerra in Vietnam e sull'ingresso dei vietcong a Saigon.
Il Rex ha un bel terrazzo panoramico, è l'ideale per andare a bere un
aperitivo godendo il tramonto sulla più pulsante città dell'Indocina.
Dal Rex si imbocca il traffìcatissimo Le Loi Boulevard, disseminato di
negozi e centri commerciali, fino al Ben Thanh, il principale mercato
cittadino. Un bazar coperto con centinaia di banchetti che vendono
frutta, verdura, pesce, fiori, erbe, té, stoffe, paglie, plastica. Tra
le grida dei commercianti si è catturati dal profumo che sale da una
decina di micro ristoranti che servono manicaretti a basso costo.
Sul
lato opposto della rotonda, su cui si apre il mercato di Ben Thanh,
inizia il quartiere dei backpacker, i giovani europei e australiani che
viaggiano a basso costo in Asia. In Le Lai Street i bar rincorrono i
pub, tra musica rock, biliardi, ragazze in minigonna che arrivano in
motoretta e spacciatori di marijuana e di
metanfetamine.
Da qui, tra ristorantini e agenzie
che propongono escursioni sul Delta del Mekong a prezzi stracciati, si
arriva in Pham Ngu Lao e in Bui Vien, strade costellate da decine di
lillipuziane quanto linde pensioni familiari frequentate da chi viaggia
al risparmio. Chi dopo Ben Thanh ha ancora voglia di bazar deve andare
nel borgo cinese di Cho Lon, che non a caso significa "grande mercato".
È la Chinatown di Saigon, un vasto quartiere che include tre distretti
cittadini (Cinque, Sei e Dieci) ed è abitato da circa mezzo milione di
cinesi etnici, gente di lingua e cultura mandarina ma vietnamiti da
molte generazioni. Come l'amante della Duras, il ricco figlio di
mercanti che, nel romanzo,
abitava proprio in una di queste brulicanti strade. Cho Lon è mercato
puro, centro di ogni sorta di traffico, legale e non, sede di migliaia
di negozi che vendono mercé di ogni sorta. Durante la guerra ospitava
numerose fumerie di oppio, ma era anche la base urbana dei vietcong,
oggi ha ancora fumerie nascoste (e protette da poliziotti corrotti), ma
è soprattutto il fulcro del boom economico vietnamita con il trenta per
cento delle imprese private cittadine, aziende famose come "Binh Tien",
"Thai Tuan", "Kinh Do".
A Cho Lon si cammina tra una miriade di negozi e
banchetti all'ombra di suggestivi templi in cui bruciano le campane di
incenso.
Si incontrano ben nove pagode, alcune antiche e altre moderne, ma tutte
incentrate su un mix stilistico e religioso, nell'architettura come
nelle decorazioni al loro interno si mescolano elementi taoisti,
confuciani e buddisti.
La Thien Hau pagoda, nella centrale Nguyen Trai,
fu fatta costruire dalla congregazione cantonese ed è votata alla dea
del Mare. La maggioranza della popolazione del Vietnam meridionale è di
fede buddista. Sono molto numerosi anche i cristiani. E c'è una
minoranza musulmana, in Nguyen Trai vicino al tempio cantonese, si trova
la Moschea di Cho Lon.
Il tempio più prezioso è la Giac Lam pagoda,
costruita nel 1744 è la più antica di Saigon con un sancta santorum
zeppo di figure dorate. Il restauro di inizio Novecento non ne ha
alterato l'atmosfera e gli arredi. Si erge nel distretto di Tan Bihn
(significa 'Pace') a tre chilometri da Cho Lon. È di culto buddista
mahayana (del Grande Veicolo) e - in un ambiente che ricorda più un
museo dell'antiquariato che un santuario -ospita un centinaio di monaci.
A destra della sua porta di ingresso si trova un giardino con le tombe
dei venerandi monaci e un sacro bodhi, un ficus baniano (l'albero sotto
il quale il Buddha pronunciò il suo primo sermone) portato qui da Sri
Lanka. Anche questa pagoda mostra segni di sincretismi estetici e
liturgici con confucianesimo e taoismo.
Simile per l'architettura alla Giac Lam è la Giac Vien pagoda di fine
Settecento, anche qui si ammirano statuette buddiste dorate, un giardino
con le tombe dei monaci e una stanza foderata di tavolette funerarie.
Sono i luoghi più sacri di una città da sempre nota per il carattere
profano.
IL VIETNAM NELLA CIOTOLA Aromatica ma non piccante, la cucina
vietnamita è delicata quanto gustosa e impiega una straordinaria
quantità di ingredienti miscelati tra loro per produrre sapori
originali. Molte ricette sono insaporite da zenzero, aglio, cipolla,
coriandolo, erba cipollina, basilico e menta: una profusione di erbe. Il
peperoncino è invece sempre servito a parte, a discrezione del
commensale.

È una delle gastronomie più raffinate dell'Asia, Alla sua
base ci sono il riso e gli spaghetti di pasta fresca all'uovo cucinati
per lo più in zuppe con - a seconda dei casi - pesce, verdure, carne di
anatra o di maiale. La più famosa si chiama pho, brodo di manzo
profumato con erbe e spezie secondo una ricetta segreta per ogni chef,
al quale sono aggiunti al momento spaghetti di riso, fettine di carne
cruda e zenzero fresco.
I piatti di pesce, come quelli di carne o di
verdura (nel Sud è vegetariano un vietnamita su cinque) sono sempre
accompagnati da salse: a base dì pesce fermentato, di arachidi, di soia,
dì pomodoro o agrodolci.
Deliziosi gli involtini (foto) che, a differenza di quelli cinesi, sono avvolti in una sottile
pasta di riso e vengono cotti a vapore: nel Sud c'è una versione
vegetariana.
Ci sono molte ricette regionali.
Al Nord si mangiano
anguille grigliate con erbette, fonduta di carne e maiale con salsa di
arachidi. Al Sud si gustano il serpente in tutte le salse, spiedini di
paté di gamberi con canna da zucchero, zuppe aromatizzate con frutti
tropicali e un'infinità di ortaggi.
Si pasteggia con l'ottima birra
locale. Un generale clima di pulizia permette di mangiare senza rischi
anche nei ristorantini più economici che affollano le vie di tutte le
città. Il te è ovunque un must.
HOI AN - HUE
Gioielli del passato. Incluse
dai grandi viaggiatori nella lista delle mete da vedere almeno una volta
nella vita, conservano intatti lo splendore e la grazia del
Vietnam di un tempo, sospese a mezza strada tra Hanoi e Saigon.
Appese a porte, finestre, travi e grondaie, nelle notti
di luna piena le lanterne di carta illuminano le stradine di Hoi An, il
gioiello più prezioso del Vietnam. Situata sulle rive del fiume Thu Bon,
trenta chilometri a sud di Danang, in una regione abitata da più di
duemila anni, Hoi An fu - tra il Cinquecento e l'Ottocento - un
importante porto commerciale e il centro più cosmopolita del Paese.
Seguendo il corso navigabile del fiume, per secoli vi attraccarono navi
provenienti da tutto il mondo. Vi sbarcarono commercianti cinesi,
giapponesi, olandesi, portoghesi, inglesi, filippini, indonesiani,
tailandesi e indiani. Divenne uno dei maggiori porti del Sud-Est
Asiatico, la base in cui si acquistavano le sete pregiate prodotte nella
regione, ma anche porcellane, carta, té, zucchero, melassa, cera,
avorio, medicine cinesi, madreperla, oro, piombo, zolfo, perle e spezie.
Numerosi uomini di affari stranieri si stabilirono in città. E facoltosi
mercanti asiatici e europei costruirono sulle rive del Thu Bon
magazzini, botteghe, templi e ricche dimore: svilupparono una città che
- per atmosfera, estetica e cultura - non ha confronti nel Paese. Più di
tre secoli di splendore. Ma a fine Ottocento, quando le navi mercantili
non riuscirono più a solcare il fiume Thu Bon che la collegava al mare,
l'apogeo cedette il passo alla decadenza.
Su Hoi An cadde l'oblio per oltre un secolo. La cittadina conservò però
i suoi tesori. Nonostante i decenni di guerra che hanno travagliato e
distrutto gran parte del Vietnam, Hoi An conta ancora 844 edifici di
interesse storico e artistico. Pagode, templi, tombe, ponti, negozi,
case private e sale delle congregazioni cinesi. Una eredità culturale
unica che, già nel 1985, le ha valso l'iscrizione nella lista dei siti
protetti dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. Scelta che a fine
anni Ottanta, quando il Paese si aprì al turismo, mise subito la
cittadina del Vietnam centro-meridionale sulla mappa delle destinazioni
da non perdere. Anche perché un detto indocinese suggerisce che "chi
non ha visto Hoi An non conosce il Vietnam".
Il
suo monumento più prezioso è il ponte coperto giapponese, costruito in
pietra nel 1593 con botteghe e cappelle votive: un Ponte Vecchio
d'Oriente, perfettamente conservato e attraversato ogni giorno da
centinaia di donne con il cappello a cono e i cesti portati su una
spalla con il bilanciere. Una leggenda vuole che il ponte sia stato
alzato, per collegare i quartieri cinese e giapponese, nel punto dove
spirò il crudele mostro Cu. Draghi ed esseri sovrannaturali sono cari
alla mitologia cinese. Le pagode come i palazzi che si allineano lungo
la centrale Tran Phu, sono decorate con sculture e bassorilievi di
onnipresenti draghi.
Tra i monumenti di maggiore rilievo ci sono le sale delle congregazioni
cinesi di Canton, Fuji e Hainan. Sono aperti al pubblico anche case (a
pagamento) e negozi. E merita una visita il quartiere francese, in Phan
Boi Chau Street, per ammirare le case coloniali logorate dal tempo.
Al fascino di Hoi An, oltre al patrimonio architettonico, contribuisce
l'atmosfera. Il ritmo delle sue vie è scandito dal ticchettare delle
tessere del
Mah
Jong (popolare gioco cinese) sui tavoli: nel tedio delle ore più afose
sembra essere la principale occupazione degli uomini. Mentre le banchine
del Thu Bon sono percorse, dall'alba al tramonto, da un'attività
febbrile. Sedersi in uno dei caffè in riva al fiume è come andare al
cinema. I pescatori manovrano le grandi reti a bilanciere. I portatori
caricano e scaricano merci dalle barche. Le donne tornano dal mercato
con i cesti colmi di ortaggi. E gli uomini su scooter trasportano gabbie
piene di anatre.
Il mercato rivierasco è un animato caravanserraglio con ogni sorta di
prodotto della terra, animali vivi, ristoranti, utensileria e tessuti.
Perdendosi tra i suoi vicoli si trovano le casupole degli indovini (per
un euro un traduttore aiuta gli stranieri che vogliono interrogare il
destino) e la via delle estetiste che depilano le donne con la tecnica
del filo a strappo e massaggiano il viso con crema di tamarindo.
Dopo Saigon, Hoi An è la miglioredestinazione per lo shopping. I negozi
vendono blue china (porcellane), bussole geomantiche per il feng shui,
oggetti in avorio, osso e argento, e una vasta gamma di lanterne di
carta.
È anche la città dei sarti. Tra le vie del centro c'è un "Cloth Market"
con decine di operose botteghe,
dove gli artigiani lavorano su decrepite macchine da cucire. Vendono
borse e sciarpe. E in ventiquattrore confezionano su misura abiti,
gonne, pantaloni e camicie. Si sceglie il tessuto: cotone, seta cruda o
broccata. La qualità è garantita e i prezzi sono stracciati. E
noleggiando una bicicletta, si raggiunge in venti minuti una spiaggia
lunga dieci chilometri.
Qui per chi vuole alloggiare in riva al mare c'è il Victoria Hoi An
Beach Resort, una replica dello stile coloniale con camere comfort, spa
e ottimo ristorante: l'unico lusso possibile nella regione.
La città proibita di
Hue
Barche con la prua a forma di drago scivolano sul fiume dei Profumi,
fino alle tombe degli imperatori della dinastia Nguyen, la prima
attrazione di Hue. Diversi per storia e importanza artistica, i cenotafi
hanno un'analoga struttura architettonica composta di cinque elementi.
Padiglione della stele, con vita e testamento del sovrano incisi su
pareti di marmo. Tempio. Sepolcro. Cortile d'onore ornato di sculture. E
stagno dei fiori di loto, circondato da pini e frangipani.
La tomba più bella è quella del leggendario Tu Duc (1864): aveva
centoquattro mogli e cinquanta cuochi che cucinavano ogni giorno
cinquanta piatti serviti da altrettanti domestici.
Oltre il muro di cinta ottagonale, si è ricevuti da una guardia d'onore
di mandarini, cavalli ed elefanti in pietra. E il testamento di Tu Duc è
inciso su una stele in marmo di venti tonnellate.
Notevoli anche le tombe Minh Mang (1841) e di Khai Dinh (1931).
La barca sosta alla Thien Mu Pagoda (1844), un tempio alto 21 metri a
base ottagonale.
Terza città del Vietnam, Hue fu la capitale imperiale tra 1802 e 1945.
Lo testimoniano i resti della Cittadella, una fortezza con muri alti sei
metri su un perimetro di dieci chilometri interrotto da altrettante
porte. Fu costruita nel 1804 dall'imperatore Già Long, in un luogo
propizio al feng shui: la teoria orientale per indirizzare la sorte. Non
ebbe però fortuna: nel 1885 fu saccheggiata dai francesi che bruciarono
la biblioteca. E nel 1968 fu bombardata dagli americani per stanare i
vietcong che vi si erano asserragliati.
La Cittadella di Hue, insieme alle tombe imperiali, è stata dichiarata
patrimonio dell'umanità dall'Unesco, che ha avviato un piano di restauro
dei monumenti. Si visitano diversi dei suoi edifici. Il Palazzo della
Pace Suprema, ornato da quaranta colonne laccate. La Città Proibita di
Porpora, dove vivevano le concubine: qui è stata ripristinata la
biblioteca e il Museo Imperiale con i muri decorati da versi ed
esposizioni di ceramiche.

Il TRENO della RIUNIFICAZIONE
Da Saigon, come da Hanoi, si può raggiungere l'antica capitale
imperiale di Hue con il TRENO DELLA RIUNIFICAZIONE. Una linea inaugurata
nel dicembre del 1976 per collegare il Nord e il Sud del Paese separati
da decenni di guerra.
Un convoglio che che viaggia a 40 km. di media oraria e percorre con la
lentezza di un fil neorealista i 1279 chilometri, 1334 ponti e 27 tunnel
che dividono le due città. Raggiunge Hue in 16 ore da Hanoi e 32 da
Saigon.
Oltre che un mezzo di trasporto è uno straordinario spaccato di vita
vietnamita, assediato come è da portatori, famiglie, venditori e
contadini con galline e anatre vive in gabbia.
Dai suoi finestrini il Vietnam scorre come un film con fotogrammi di
infinite risaie, di donne che lavorano i campi, di bufali, di stormi di
biciclette, di studentesse in candidi Ao Dai.
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