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DIEN BIEN PHU - 50° ANNIVERSARIO
L'ultima battaglia antica (Bernardo Valli - la
Repubblica - Mercoledì 5 maggio 2004)
Cinquant'anni fa a Dien Bien Phu i vietnamiti sconfissero la grandeur
della Francia. Cinquant'anni fa, nel cuore dell'Asia, in un punto
strategico del Tonchino settentrionale, sul territorio vietnamita ma a
ridosso del Laos e a una certa distanza dal confine con la Cina, si svolse
l'ultima battaglia antica dell'epoca moderna. Il suo nome mitico, Dien
Bien Phu, tradotto alla lettera diventa burocratico. Dien in vietnamita
significa grande, Bien frontiera, Phu è un capologuogo amministrativo.
Dien Bien Phu vuol dunque dire Grande Centro Amministrativo di Frontiera.
La battaglia, in quella località battezzata da mandarini senza fantasia e
abitata da pacifici coltivatori d'oppio, durò cinquantasei giorni, tra
metà marzo e i primi di maggio del 1954: e se non cambiò subito,
direttamente, la storia del mondo, come altre battaglie rimaste nella
memoria, essa annunciò, con un enorme spargimento di sangue e un
altrettanto disperato coraggio da entrambe le parti, i mutamenti che nel
mondo si sarebbero prodotti in un futuro non tanto lontano. I vietnamiti
abbrviano il nome, non dicono Dien Bien Phu, ma Dien Bien: e così lo
rendono più romantico: Grande Frontiera. I soldati francesi, che vi
lasciarono tanti morti e vi subirono una sconfitta entrata nella storia,
chiamavano Dien Bien Phu il «pitale», perché è una conca molto estesa,
circondata da montagne rocciose e boscose. Le montagne in cui
l'artiglieria vietnamita si interrò rendendosi invulnerabile ai tiri
nemici, e agli attacchi aerei. La mattina del 7 maggio di mezzo secolo fa,
il campo trincerato di Dien Bien Phu, arato dall'artiglieria, cosparso di
cadaveri impastati di fango, di automezzi dilaniati, di armi pesanti e
leggere sabotate dai vinti per non lasciarle intatte nelle mani dei
vincitori, fu sommerso dai soldati vietnamiti del generale Vo Nguyen Giap.
Uno di loro, calzato di sandali ricavati da vecchi pneumatici, spinse con
la punta del mitra la porta del bunker in cui c'era il comando francese e
si trovò davanti il generale di brigata Christian-Marie-Ferdinand de la
Croix de Castries. Il più alto ufficiale di una guarnigione che il 13
marzo, giorno in cui era cominciata la battaglia, contava dodicimila
uomini; e che due mesi dopo aveva meno di tremila combattenti; nonostante
i quattro battaglioni di rinforzo, paracadutati nei rari momenti in cui il
cielo si dischiudeva, consentendo agli aerei decollati da Hanoi, distante
trecento chilometri, di infilarsi tra le nubi della precoce e imprevista
stagione delle piogge.
Molti
erano morti e feriti, ma parte della guarnigione aveva disertato il campo
di battaglia e si era rifugiato nelle vicinanze, rintanandosi sulle
montagne e nei boschi. Numerose unità coloniali, nordafricane e indocinesi
(vietnamite, laotiane, cambogiane e minoranze etniche della regione) non
erano abbastanza motivate per partecipare a quel massacro e si erano
trasformate in spauriti gruppi di spettatori, annidati sugli spalti di
quel grande anfiteatro che è Dien Bien Phu. Ad alimentare i combattimenti
erano stati soprattutto i legionari stranieri e i paracadutisti francesi,
impegnati a salvare l'onore dell'Armée ma anche nella vana attesa di
rinforzi via terra. Il generale sconfitto era in piedi, dritto, alto,
impettito.
Per ricevere i vincitori si era cambiata la camicia, aveva rimboccato le
maniche fin sopra i gomiti, come usava nell'esercito francese in Indocina,
e non aveva dimenticato di appuntare sul petto una striscia di mostrine.
Tra le decorazioni risaltava quella rossa dell'Ordine della Legion
d'Onore, del quale de Castries era "commandeur". Era come se in quel
momento l'aristocratico ufficiale di cavalleria (con un castello baronale
del XV secolo nei pressi di Montpellier) avesse alle sue spalle la lunga
schiera di antenati in cui figuravano marescialli di Francia, ammiragli,
luogotententi generali, e persino un ministro di Luigi XV. La sagoma
asciutta, nervosa, rivelava il frequentatore di concorsi ippici
internazionali (vincitore tra l'altro, undici anni prima, della coppa del
mondo di salto in alto con un celebre cavallo. Vol au Vent). Era stato
promosso da colonnello a generale nel corso della battaglia: e i suoi
superiori di Hanoi gli avevano fatto lanciare col paracadute una bottiglia
di champagne, sfortunatamente finita nelle trincee dei vietnamiti che
l'avevano subito stappata e bevuta. E avevano poi ringraziato via radio.
Accompagnando rannuncio con l'inno dei Partigiani francesi («Ami,
entends-tu le cris sourd du pays qu'on enchaine?»), per ricordare a
paracadutisti e legionari che in Indocina essi sono truppe d'occupazione
come lo erano i tedeschi in Francia, durante la Seconda Guerra mondiale.
Quel giorno di maggio, al momento della resa, de Castries accolse i
vincitori tenendo alto il naso d'aquila che appuntiva il suo viso, e
sforzandosi a sporgere il mento non troppo pronunciato. Era un suo
atteggiamento nei momenti difficili, quando cercava di fingere
l'indifferenza. Ma i testimoni raccontarono che la palpebra pesante, cui
doveva l'abituale espressione tra l'assorto e lo sprezzante («da seduttore
di garden party», secondo chi non lo prendeva troppo sul serio) era molto
più abbassata del solito, quasi chiudeva il suo sguardo, come una
saracinesca. Un sergente paracadutista, un francese, lo sentì gridare «non
fucilatemi!» ai Viet Minh che nel frattempo si erano ammassati nel bunker
e gli puntavano addosso le anni. Ma quelle parole, pronunciate col tono di
una supplica, non si addicevano al personaggio: e ancor meno al tragico
finale in cui era di rigore rispettare anche la forma, cioè il puntiglioso
cerimoniale di una disfatta; dopo che l'onore militare era già stato
ampiamente salvato dai combattenti sul campo; al punto da trasformare una
sconfitta in una pagina di gloria, che neppure i vincitori contestano
mezzo secolo dopo; anche perché il coraggio dei vinti amplifica quel loro
storico successo. Gli storici della battaglia, compresi quelli più severi
nel giudicare de Castries, e sono stati in tanti a non perdonargli la
scarsa iniziativa come comandante, anzi l'inerzia, e il discutibile
coraggio personale (durante la battaglia usciva di rado dal bunker, e pare
facesse i bisogni nelle scatolette, per non esporsi nella latrina
all'aperto), anche quegli storici hanno pensato che l'implorazione rivolta
ai soldati vietnamiti dal generale fosse un'invenzione. Non rientrava,
nonostante tutto, nello stile dell'aristocratico de Castries. Doveva
dunque essere falsa. In preda a una forte emozione, il sergente testimone
aveva senz'altro udito o riferito male. Ai Viet Minh in sandali, con le
divise rappezzate, a brandelli, che gli spianavano contro i mitra, de
Castries doveva aver detto, secondo i suoi modi abituali: "Banda di
imbecilli, non mi sparerete mica addosso?"
Questo era il suo stile, scrive Jules Roy, ex militare e scrittore di
talento, nella sua appassionata ma spietata, e minuziosa, ricostruzione
della battaglia, di cui mi servo come guida (La bataille de Dien Bien Phu,
Union Generale d'Editions, Paris, 1964). La bandiera bianca stesa fuori
del bunker è rimasta come una spina nel cuore dell'Armée. Fu de Castries a
esporla? Alcuni pensano che furono i Viet Minh, i soldati di Giap.
Nell'ultima conversazione via radio tra Hanoi e Dien Bien Phu, pochi
minuti prima che i vietminh facessero irruzione nel bunker-comando, il
generale Cogny, diretto superiore di de Castries, aveva detto a quest'ultimo
che per l'onore militare francese era meglio non issare la bandiera
bianca. Anche in questo caso ci fu un testimone diretto, un sergente della
Legione Straniera che vide lo straccio bianco davanti alla porta di de
Castries, quando ancora il campo non era invaso dai vincitori. Pure lui
ebbe un abbaglio? Perché smarrirsi in questi infimi dettagli? Perché
accanirsi sul generale sconfitto? Quanto pesano questi particolari nella
storia di una grande battaglia di cinquant'anni fa? Si tratta di piccole,
insignificanti spine. Cosa sono una frase poco dignitosa sulle labbra di
un soldato e una bandiera bianca dopo una resistenzadi cinquantasei
guiorni, con migliaia di morti e feriti? Dien Bien Phu fu una disfatta
francese, ma anche una pagina militare onorevole, coraggiosa, nella storia
dell'esercito francese. Nel ricordarla non si può tuttavia non scendere
nei particolari perché quella fu una battaglia "all'antica", in cui
l'onore aveva le sue regole. La forma contava.
La battaglia fu carica di simboli. Di fronte al generale de Castries, e ai
suoi superiori di Hanoi e di Saigon (e di Parigi), tutti usciti da celebri
accademie militari e da sofisticate scuole di guerra, c'era un uomo di
media statura, di poco più di quarant'anni, lento nei gesti, pesante ,
nell'andatura con una larga faccia che trasudava intelligenza e ironia; e
con un paio di pantaloni che de Castries non avrebbe tollerato neppure
addosso al suo giardiniere nel castello vicino a Montpellier, e con una
casacca accollata, senza gradi e senza decorazioni. Insomma il generale di
un esercito di contadini.

Come Ho Chi Minh, lo «zio Ho», il capo dei Viet Minh, anche il generale Vo
Nguyen Giap, comandante dell'esercito popolare, (che il prossimo primo
settembre avrà novanta quattro anni), è nato nei grandi spazi sabbiosi del
Centro Annam, vicino al mare, a An Xa, nella provincia di Quang Binh. Per
vincere la battaglia di Dien BienPhu, Giap si era servito dell'arte della
guerra imparata nelle foreste e nelle risaie del Viet Nam. I suoi studi
erano stati di tutt'altra natura. All'università di Hanoi aveva
frequentato disordinatamente corsi di legge e di filosofia. La sua
passione era la storia. E nella storia aveva incontrato due maestri:
Alessandro Magno e Napoleone. Dei quali aveva tratto insegnamenti che
aveva poi adeguato alla sua realtà. Un altro suo ispiratore nell'arte
della guerra era il Mao Tse Tung che non si accaniva contro i punti
inespugnabili del nemico, che evitava le battaglie dall'esito incerto, che
si sottraeva alla forza dell'avversario, e che sapeva mobilitare i
contadini con parole d'ordine semplici, elementari, e cariche di passione.
A Dien Bien Phu un esercito occidentale fu sconfitto da un esercito
«indigeno». Allora venivano chiamati cosi, «indigeni», non senza
disprezzo, gli abitanti delle colonie. Non era la prima disfatta del
genere. A Adua (nel 1896), l'esercito italiano, comandato dal generale
Baratieri, subì la stessa sorte. A sconfiggerlo furono i guerrieri
etiopici di re Menelik. Dien Bien Phu fu la seconda sconfitta del genere.
Non fu certo l'ultima. Anche se il vocabolario politico è poi cambiato.
Dien Bien Phu accelerò l'agonia, ormai avanzata, dell'epoca coloniale. In
quello stesso anno, in autunno, sarebbe cominciata la guerra d'Algeria,
durante la quale i militari francesi sconfitti a Dien Blen Phu avrebbero
cercato con ansia, con rabbia, una rivincita. Ma anche quella guerra si
concluse con una sconfitta, cioè con l'indipendenza (nel 1962)
dell'Algeria. Sui gebel nordafricani si ritrovarono molti ufficiali, in
particolare i colonnelli Bigeard e Langlais, che a Dien Bien Phu non erano
rimasti rintanati nei bunker come de Castries, ma che armi alla mano
avevano reso difficile la vittoria del generale Giap. Di fronte, nelle
file dei ribelli algerini, c'erano non pochi soldati che avevano
combattuto ai loro ordini in Indocina. O che avevano rifiutato di
partecipare al massacro di Dien Bien Phu e avevano assistito alla
battaglia rintanati sulle montagne del grande anfiteatro. Guardando lo
spettacolo avevano imparato come gli «indigeni» potevano sconfiggere un
esercito occidentale.
La scena della resa, nel bunker del generale de Castries, quel 7 maggio
1954, prefigura la scena del 30aprile 1975, a Saigon: quella in cui
l'ambasciatore americano con la bandiera sotto il braccio sale su un
elicottero, posato sul tetto dell'ambasciata, che subito s'invola, mentre
i soldati di Giap, non più con i sandali di gomma logora ma con i carri
armati, stanno per sommergere la capitale del Sud. I militari francesi,
come quelli americani ventun anni dopo, pagarono gli errori commessi nel
valutare gli avversari. Il generale Navarre, comandante delle truppe in
Indocina, un ufficiale esperto nei servizi segreti, uno stratega astuto,
pensava di attirare le truppe di Giap nella concadi Dien Bien Phu, di
impegnarle in una battaglia e di distruggerle grazie all'aviazione e
all'artiglieria. Aveva chiamato i fortini con nomi femminili: Isabelle,
Eliane, Beatrice, Gabrielle.... E non si era preoccupato del fatto che
quei fortini si trovassero in basso e lasciassero al nemico le alture
circostanti. La superiorità dell'artiglieria e il controllo del cielo
avrebbero trasformato i viet minh in facili e fragili bersagli. Il
generale Navarre non aveva tenuto conto della stagione delle piogge, che
chiuse spesso il cielo all'aviazione e rese difficili i rifornimenti della
guarnigione, e aveva sottovalutato la capacità dei vietnamiti di
trasportare l'artiglieria pesante e di interrarla nella roccia. Quando si
accorse che le sue batterie sarebbero servite a poco, il colonnello Piroth,
responsabile dell'artiglieria francese, si sparò un colpo di pistola. In
quanto ai viveri per i soldati di Giap, che secondo Navarre non sarebbero
arrivati in quantità sufficiente, viste le grandi di distanze, furono
trasportati con biciclette fabbricate in Francia, a Saint Etienne o nelle
officine Peugeot, e comperate di nascosto a Hanoi e a Saigon. Con una sola
di quelle biciclette i vietminh trasportarono sino a trecento chili di
riso. Gli americani, già impegnati in Corea nella lotta contro il
comunismo, pensarono di soccorrere la guarnigione francese, con
un'operazione aerea battezzata «Avvoltoio». Furono progettati
bombardamenti tipo «Guemica», ossia simili a quelli che i tedeschi fecero
in Spagna durante la guerra civile. Si pensò anche al lancio di qualche
bomba atomica. Ma poi fu tutto rinviato alla futura guerra americana.
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