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Dien Bien Phu - 50° Anniversario
Intervista a Giap
"La mia vittoria sui francesi"
Così la Francia perse la "Grandeur"
di Jean
Claude Pomonti - Traduzione di Elisabetta Horvat
(La Repubblica 5 maggio 2004 -Copyright Le Monde 2)
Cinquant'anni fa i vietnamiti espugnarono
il luogo dopo una cruenta battaglia. Il generale, oggi novantenne,
racconta come l'Indocina venne liberata dai francesi.
A cinquant'anni di distanza, sembra un'icona vivente: il passo incerto, la
figura fragile. Ma lo sguardo è diretto, e si fa intenso quando veniamo a
parlare di strategia. Con mano ferma tratteggia su un foglio la carta del
Vietnam, per spiegare come contro il parere generale ha cambiato il «piano
operativo», per espugnare Dien Bien Phu, il 7 maggio 1954.
Il generale Vo Nguyen Giap, seduto sul divano del suo salotto, fa qualche
pausa solo per cercare il termine giusto: parla correntemente il
francese, ma ha poche occasioni per fare esercizio. «Dobbiamo
assolutamente vincere», gli aveva detto il presidente Ho Chi Minh al
momento di affidargli i pieni poteri operativi e inviarlo al suo quartier
generale di campagna, non lontano dalla conca che i francesi, fin dal
1953, avevano trasformato in campo fortificato. «Mi ha detto queste
precise parole: "Attaccherai soltanto quando sarai sicuro di vincere".
Giap giunge sul posto il 12 gennaio 1954, e quarantott'ore dopo dà le
disposizioni per la battaglia. La parola d'ordine è: «Rapido attacco,
rapida vittoria», o anche «Trxe notti e due giorni». «I comandanti
vietnamiti erano tutti d'accordo. L'entusiasmo era generale, e ho lasciato
che le mie truppe si disponessero per combattere; ma personalmente
-aggiunge- non credevo a questo piano».
Giap ordina di moltipllcare le operazioni di ricognizione. «Un comandante
mi dice che in basso le postazioni d'artiglieria sono troppo esposte
all'aviazione nemica. Il capo della divisione 312 mi segnala che il nemico
ha rafforzato le sue difese. Ogni giorno, vengo a sapere che qualcosa è
cambiato. I francesi scavano trincee, rafforzano le barriere di filo
spinato e così via». Dien Bien Phu, spiega, era diventato un campo
fortìficato. «Chiedo il parere del capo dei nostri consiglieri cinesi, e
lui mi dice: "Ha ragione di ponderare il prò e il contro". Di fatto però,
i cinesi preconizzano un'azione rapida». L'attacco è previsto per il 25
gennaio alle 17.00. Ma Giap si concede un rinvio di altre 24 ore, e ne
approfitta per sondare il suo stato maggiore. «Il capo della logistica fa
presente che siamo a 500 km dalle retrovie, e che un ulteriore rinvio
comporterebbe difficoltà per i rifornimenti. E ha ragione: portare al
fronte un chilo di riso per i soldati vuol dire consumarne quattro durante
il trasporto. Non so se rendo l'idea: per il trasporto abbiamo utilizzato
260.000portatori, più di 20.000 biciclette, 11.600 zattere, 400 camion e
500 cavalli».
Nonostante la sua propensione alle azioni rapide, Giap tiene duro, anche
quando «i responsabili politici e della propaganda» presso le truppe gli
fanno presente che qualora si cambiassero i piani, sarebbe molto difficile
spiegarlo ai soldati. "Siamo sicuri della vittoria al 100%?" chiede allora
Giap ai membri del suo stato maggiore. "Hanno avuto qualche difficoltà a
rispondere" spiega. "allora, se voi non siete sicuri al 100%, io decido di
cambiare il piano operativo e ordino di ritirare le truppe, artiglieria
compresa." Il dibattito è chiuso.
"E' stata la decisione più difficile della mia vita di comandante in capo"
riassume Giap. Un colpo di genio però: l'attacco verrà sferrato ben due
mesi dopo, 1l 13 marzo, e il Posto di Comando del generale de Castries
sarà occupato il 7 maggio. "A distanza di tempo ho chiesto al capo
dell'artiglieria vietnamita a Dien Bien Phu se quella scelta lo avesse
sorpreso. "Assolutamente no. Ne sono stato felicissimo: la situazione era
molto pericolosa." "Me lo ha detto dieci anni dopo" dice Giap ridendo.
Quindi osserva: "Se non avessi cambiato i piani, saremmo andati incontro a
una sconfitta totale, come hanno dimostrato gli sviluppi militari
successivi".
È significativa soprattutto la prontezza con
cui quel piccolo esercito, creato da Giap solo dopo la seconda guerra
mondiale e già sottoposto a una serie di enormi sforzi, esegue gli ordini
senza batter ciglio. L'autorità di Giap sembra indiscussa. Comanda alla
divisione 308 di marciare verso Luang Prabang, la regia capitale del Laos,
per «attirare l'aviazione francese». "Ho detto al capo della divisione 308
che lasciavo a lui il compito di fissare il numero di uomini da ingaggiare
e di gestire la logistica". "Tutto chiaro. Eseguo gli ordini", mi ha
risposto. In gioventù insegnante di storia ad Hanoi, Giap ha fatto tesoro
delle esperienze degli strateghi vietnamiti che nel corso dei secoli hanno
inflitto brucianti sconfitte agli invasori cinesi. Ma è anche un
ammiratore di Napoleone, o più esattamente di Bonaparte. E' diventato
imperatore grazie alle sue doti militari, ma ha perso la battaglia
politica», osserva.
Poi, dopo una pausa, esclama: «Il ritorno dall'isola d'Elba è
formidabile!» In che senso? «La sua autorità personale», risponde senza
esitare. Si riferisce alle truppe inviate da Luigi XVIII per sbarrare la
strada all'imperatore, che invece passano dalla sua parte. Un'allusione ai
rapporti stabiliti dal generale Giap con i suoi ufficiali e soldati? Nelle
battaglie vinte da Bonaparte sottolinea l'elemento della «concentrazione
delle truppe», e soprattutto l'«effetto sorpresa».
Dopo il rinvio dell'attacco contro Dien BienPhu, gli era capitato di
sentire il generale Henri Navarre capo del corpo di spedizione francese,
dichiarare alla radio: "La marea offensiva del Vietminh è in fase di
stanca». E aggiunge con un largo sorriso: «Quando lo abbiamo attaccato, il
13 marzo, Navarre è stato preso completamente di sorpresa».
Tornando a Bonaparte, sottolinea una differenza importante: "Ho sempre
detto che la nostra strategia militare era subordinata alla nostra lotta
politica". A suo parere, questa riflessione denuncia i limiti dell'impresa
napoleonica. Al tempo stesso però, Giap non nasconde la sua ammirazione
per le qualità militari del fran:ese. «Durante la campagna d'Italia aveva
detto: "Dove passa una capra può passare un uomo. Dove passa un uomo può
passare un battaglione"». Intende dire con questo che sulle montagne del
Vietnam, dove poteva passare un portatore potevano passarne anche 10.000?
E così come si trasportava una bicicletta si potevano portare a spalla
pezzi d'artiglieria? Rammentando le 20.000 biciclette e i cannoni issati a
forza di braccia sulle colline, il generale sorride di nuovo: «Si ricordi
lo slogan: "Tutto per il fronte, tutto per la vittoria"...».
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