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Craterizzazione in una
foresta di mangrovie nella provincia di Gia Dinh nel Vietnam del sud
fotografata da un elicottero da Westing nel corso di un viaggio compiuto
dagli autori nell'agosto del 1971 per conto del Scientists' Institute
for Public Information. i bombardamenti pesanti hanno danneggiato gli
alberi in tre modi: distruzione completa, gravi lesioni ai tronchi a
opera delle 'schegge delle bombe e conseguenti infezioni fungine che si
infiltrano nei tronchi distruggendoli. Per di più questo tratto di
foresta é stato oggetto di un precedente trattamento con erbicidi. I
crateri, ricolmi quasi in permanenza di acqua sia nella foresta che nei
campi, hanno notevolmente aumentato la diffusione della malaria per
opera delle zanzare.

Campi craterizzati nella
provincia di Long An nel Vietnam del sud, fotografati da un elicottero
da Gordon H. Orians dell'Università di Washington, che ha accompagnato
Pfeiffer nel suo primo viaggio di ispezione nella zona di guerra nel
marzo del 1969.
I crateri sono stati lasciati da bombe da 230 chilogrammi sganciate dai
B 52. Questi crateri, che restano pieni d'acqua per gran parte dell'anno
sono inutilizzabili per la coltivazione del riso. Per questa ragione e
anche a causa delle schegge che inquinano praticamente tutto il terreno,
i contadini vietnamiti hanno generalmente abbandonato i campi cosparsi
di crateri.

Questa carta
dell'Indocina mostra la topografia generale della regione e le
principali associazioni vegetali. Le forze armate statunitensi
considerano il Vietnam del sud suddiviso in quattro regioni militari
principali, qui indicate dai numeri romani.
L'impiego su vastissima scala, senza
precedenti nella storia, dei diserbanti quale strumento bellico nel
Vietnam ha indotto molti studiosi ad approfondire le probabili
conseguenze che questi agenti chimici potrebbero avere a lungo termine
sul territorio indocinese.
Minore attenzione è stata invece dedicata agli effetti della lacerazione
del terreno provocata dai bombardamenti terrestri e aerei, mentre già i
dati statistici finora pubblicati denunciano l'allarmante gravità del
fenomeno. Nei sette anni che intercorrono tra il 1965 e il 1971,
infatti, la penisola indocinese, la cui superficie supera di poco quella
del Texas, é stata sconvolta da una massa di esplosivi che, in
tonnellate, risulta di poco inferiore al doppio di tutte le bombe e le
granate impiegate dagli Stati Uniti su tutti i fronti della seconda
guerra mondiale.
Nel corso dei tre viaggi da noi compiuti nelle zone dell'Indocina
colpite dalla guerra, nell'intento di accertare e valutare i danni
arrecati dagli erbicidi alla struttura ecologica della penisola, ci é
stato possibile constatare la grande diffusione dei crateri provocati
dai bombardamenti aerei e dalle artiglierie. Viste dal cielo, alcune
zone del Vietnam ricordano certe fotografie della superficie lunare. In
qual modo questa craterizzazione del terreno influirà
sulla biologia e sull'ecologia dell'Indocina allorché le popolazioni
cercheranno di riprendere, al termine del conflitto, le normali
condizioni d'esistenza? Fin dal nostro primo viaggio ci eravamo accorti
che le modifiche fisiche provocate sul terreno dalle esplosioni aprivano
un problema di vistose conseguenze, certamente non inferiori a quelle
determinate dall'intensa campagna di devitalizzazione vegetale (che nel
solo Vietnam ha interessato oltre 2,3 milioni di ettari di patrimonio
agricolo e forestale).
Proprio per avviare lo studio del problema specifico rappresentato dai
crateri e dalle loro conseguenze, ci siamo recati allora, nell'agosto
del 1971, in territorio vietnamita, allo scopo di condurvi un'indagine
preliminare per conto dello Scientists' Institute for Public Information.
Negli Stati Uniti, presso il Dipartimento federale della difesa, abbiamo
raccolto sulle spese di munizionamento per l'Indocina quei pochi dati
che sono accessibili al pubblico, ma poi, una volta giunti sul posto,
abbiamo condotto diversi sopralluoghi terrestri e aerei (in elicottero)
sulle zone bombardate e cannoneggiate, intervistando agricoltori,
boscaioli, tecnici forestali e altre persone che avevano avuto modo di
constatare da vicino i diversi effetti prodotti sul terreno,
sull'economia locale e sulle varie attività produttive dalle bombe e
dalle granate.
Nei sette anni tra il 1965 e il 1971 le forze armate statunitensi hanno
impiegato nella penisola indocinese tredici milioni di tonnellate di
esplosivo, di cui metà dall'aria e metà mediante l'armamento terrestre:
si tratta di un dato strabiliante, di un'energia pari a quella
sviluppata da 450 bombe atomiche tipo Hiroshima.
In proporzione alla superficie e alla popolazione dell'Indocina, si ha
una media di 158 chilogrammi di esplosivo per ettaro e di 282
chilogrammi per persona, il che significa che nel settennio considerato
sono stati fatti esplodere in media 50 chilogrammi di esplosivo al
secondo.
Questi valori medi, tuttavia, non offrono nessuna indicazione circa la
concentrazione delle esplosioni, mentre si sa che i bombardamenti
terrestri e aerei sono stati concentrati sia nel tempo (dal 1967 in poi)
sia nello spazio: dei tredici milioni di tonnellate complessivi, 9,5
milioni di tonnellate sono stati scaricati sul Vietnam del sud, 450.000
tonnellate sul Vietnam del nord e 1,4 milioni sul Laos meridionale.
L'esplosivo impiegato nel Vietnam del sud rappresenta globalmente una
media di 555 chilogrammi per ettaro e di 549 chilogrammi per persona, ma
è stato concentrato in due aree principali: le cinque province
settentrionali e la regione attorno a Saigon.
I crateri delle bombe e delle granate punteggiano ogni parte del Vietnam
del sud, le foreste, i campi arati, le risaie, le fasce che
fiancheggiano le rotabili. Sono particolarmente addensati in certe aree,
quali le cosiddette «zone di tiro libero» e «zone di
incursione libera».

Nell'istogramma è
raffigurato il consumo totale di munizionamento statunitense in Indocina
per il settennio 1965-1971, analizzato secondo i paesi e gli anni. La
colonnina del Vietnam del nord non tiene conto degli anni 1969 e 1970,
durante i quali sono stati sospesi i bombardamenti americani su vasta
scala su quella nazione. La colonnina della Cambogia inizia con il 1970,
anno in cui iniziò nel paese l'invasione massiccia delle forze
statunitensi e sudvietnamite. I dati, reperiti presso varie fonti del
Dipartimento americano della difesa, sono stati collezionati in massima
parte da Raphael Littauer e collaboratori alla Cornell University. (In
mancanza di informazioni sufficienti, tutto il munizionamento terrestre
è stato attribuito al Vietnam del sud.)

Un'idea dell'incidenza del
consumo totale di munizionamento statunitense sui territori e sulle
popolazioni indocinesi si può ricavare da questi due istogrammi. Le
cifre indicate sono state calcolate in base ai dati disponibili sul
quantitativo totale di munizionamento consumato dalle forze americane
dal 1965 al 1971, in relazione ai valori stimati della superficie e del
numero di abitanti dei paesi destinatari delle esplosioni.
Abbiamo constatato di persona come vaste estensioni di terreno abbiano
subito una radicale trasformazione ambientale nelle province di Tay Ninh,
Long Khanh, Gia Dinh, Hau Nghia e Binh Duong attorno a Saigon, e nelle
province di Quang Ngai, Quang Tin e Quang Nam nel settentrione del
paese. La concentrazione dei crateri è inoltre particolarmente
rilevante, secondo logica, nella cosiddetta fascia smilitarizzata (DMZ)
tra il Vietnam del nord e il Vietnam del sud, nonché lungo le vie di
rifornimento che passano per il Laos meridionale.
A piedi siamo riusciti a visitare nel delta del Mekong un comprensorio
che fino a poco tempo prima era considerato «zona di tiro libero», non
lungi dal villaggio Hoi Son, una cinquantina di chilometri a sud di My
Tho. Gli agricoltori locali, precedentemente sfollati, erano stati fatti
rientrare tutti nelle campagne sconvolte dalla guerra giacché i
funzionari governativi avevano considerato la regione «sufficientemente
sicura». (Quanto poco sicura fosse, lo abbiamo capito durante la nostra
permanenza, osservando a pochi chilometri di distanza il lancio di razzi
e i continui mitragliamenti effettuati dall'aviazione americana.)
Diverse famiglie che dieci anni prima avevano abbandonato i campi per
l'approssimarsi dei combattimenti, ci condussero a tre crateri
risalenti, secondo quanto ci fu detto, al 1967. Erano stati scavati
probabilmente dallo scoppio di bombe da 230 chilogrammi abitualmente
sganciate dai cacciabombardieri americani: avevano, ciascuno, un
diametro di una decina di metri, erano colmi d'acqua e, secondo i nostri
calcoli, dovevano misurare al centro circa un metro e mezzo di
profondità.
Il terreno immediatamente circostante era stato un tempo una risaia, ma
durante gli anni della mancata coltivazione il riso era stato sostituito
da una graminacea dalla canna molto alta, genere Phragmites, che
circondava ogni cratere a partire da una distanza tra i tre e i sei
metri, mentre dall'orlo dei crateri si estendeva fino in mezzo al
canneto una specie di erba a fusto piuttosto basso, Brachiaria, e
un'altra specie a fusto più alto, Scirpus.
All'epoca della nostra visita i contadini già coltivavano il riso da
semina nei pressi dei crateri e stavano arando in profondità nel canneto
e tra le erbe palustri per preparare la messa a dimora del cereale:
ovviamente non potevano più servirsi come terreno da risaia dei tratti
sconvolti dalle esplosioni in quanto nei crateri l'acqua era troppo
alta. L'unica soluzione possibile sarebbe stata quella di colmare i
crateri con terriccio di riporto, operazione comunque antieconomica.
Abbiamo poi potuto osservare a distanza ravvicinata diversi crateri sui
terreni a terrazzamento nella zona a nord ovest di Saigon dove un tempo
prosperava rigogliosa una foresta di sempreverdi a fusto di legno duro.
Poiché durante la stagione asciutta i crateri di questa zona non
contengono acqua, la loro fisionomia fisica è completamente diversa da
quella dei crateri della regione del delta, colmi d'acqua in permanenza.
In questo comprensorio abbiamo constatato un eccezionale addensamento di
crateri, almeno tre ogni cento metri, ciascuno dei quali misurava dai
sei ai dodici metri di diametro e da un metro e mezzo a sei metri di
profondità. Se ne potevano osservare molte generazioni, risalenti
ciascuna a una diversa incursione aerea. I crateri più recenti
apparivano completamente privi di vegetazione, ma contenevano un po' di
acqua piovana. (Li abbiamo osservati nella stagione delle piogge.) In
quelli piú vecchi si potevano invece notare, in posizione centrale,
cespi di erba germogliante, probabilmente Imperata: all'aumentare
dell'età dei crateri corrisponde un aumento di crescita dell'erba in
senso radiale fino alla totale copertura del fondo del cratere.
In questo istogramma sono
suddivise per regione militare e per annata le incursioni dei B 52 sul
Vietnam del sud dal 1967 al 1970 compreso, in base ai dati raccolti da
Littauer e dagli autori. Si è postulato che un'incursione tipica, alla
quale partecipano mediamente sette superbombardieri B 52, scarichi in
tutto 756 bombe da 230 chili ognuna.

Un altro metodo di stima
dell'incidenza del munizionamento statunitense fatto esplodere
complessivamente dal 1965 al 1971 sui territori e sulle popolazioni
sudvietnamite è stato elaborato dagli autori in base all'assunto che
l'attività dei B 52 sulle quattro regioni dal 1967 al 1971 sia stata
proporzionale al consumo complessivo di esplosivi.
In base ai dati a nostra disposizione sul quantitativo di munizionamento
impiegato dalle forze armate statunitensi, abbiamo tentato il calcolo a
stima della superficie totale interessata dalla craterizzazione e da
altre forme di danno ecologico.
Per effettuare le nostre stime siamo dovuti partire da talune ipotesi
generiche. Abbiamo così assunto, per esempio, che circa la metà in peso
dell'intera quantità di esplosivo impiegata in Indocina fosse costituita
da bombe, da granate e da altri proiettili capaci di scavare dei
crateri; abbiamo inoltre postulato che, in media, ognuno dei proiettili
capaci di produrre la craterizzazione equivalesse a una bomba da 230
chilogrammi e formasse un cratere di 9 metri di diametro per una
profondità di 4 metri e mezzo, con uno spostamento di terra di 120 metri
cubi. (Un'elevata percentuale di craterizzazione è da attribuirsi alle
incursioni dei bombardieri B52, ciascuno dei quali trasporta
normalmente 108 bombe da 230 chilogrammi.)
Abbiamo stimato infine che le schegge e i frammenti di ogni ordigno
capace di produrre un cratere si spargessero sopra una superficie di
circa mezzo ettaro.
In base a queste ipotesi (alcune delle quali confortate da misurazioni
in scala reale) abbiamo potuto calcolare che il numero dei crateri
scavati sul territorio indocinese dai bombardamenti terrestri e aerei
effettuati dal 1965 al 1971 ammonta a circa 26 milioni, interessando una
superficie di 171.188 ettari con uno spostamento complessivo di terra di
circa 3,1 miliardi di metri cubi. Se non si tiene conto delle possibili
sovrapposizioni, la superficie totale della dispersione di schegge di
bomba o proietto risulta di 13,2 milioni di ettari. Anche nel quadro
generale si può osservare come i danni maggiori siano toccati al Vietnam
del sud: nel periodo considerato (fino a tutto l'anno 1971) si calcola
che nel territorio sudvietnamita si siano aperti circa 21 milioni di
crateri per una superficie complessiva di circa 140.000 ettari, mentre
milioni di ettari di terreno sono stati contaminati, anche se si tien
conto delle eventuali sovrapposizioni, dalle schegge di bomba o
proietto. E si consideri che la superficie totale del Vietnam del sud è
di 17,3 milioni di ettari.
A questo punto possiamo passare all'esame di alcuni effetti specifici,
presenti e futuri, di questa applicazione massiccia di «disciplina del
territorio» mediante esplosivi ad alto potenziale. L'esperienza dei
precedenti conflitti del nostro secolo insegna che in ogni caso si
tratta di effetti di lunga durata: ancora a dieci anni di distanza dalla
fine della seconda guerra mondiale, i crateri delle zone di Okinawa più
pesantemente colpite dalle artiglierie, apparivano assolutamente privi
di vegetazione e arrossati dalle schegge arrugginite di granata;
sull'atollo di Eniwetok i crateri erano ancora chiaramente visibili un
ventennio dopo la fine del conflitto; quarant'anni dopo la prima guerra
mondiale, nel deserto israeliano del Negev, la vegetazione non era
ancora ricomparsa sui crateri prodotti dall'esplosivo; persino nella
zona di Verdun, in Francia, i crateri lasciati dalle granate della
grande guerra sono tuttora perfettamente riconoscibili e, in molti casi,
privi completamente di vegetazione.
Tanto per cominciare, sono giá evidenti nella penisola indocinese le
gravissime conseguenze geofisiche dell'ablazione e della dispersione dei
materiali del suolo e del sottosuolo a seguito della craterizzazione da
esplosivo. (Nel settennio considerato l'ablazione del suolo dovuta ai
bombardamenti è proseguita al ritmo di quasi
1000 metri cubi al minuto.) Su terreno collinoso, come è noto,
l'asportazione violenta del suolo superficiale favorisce l'erosione
geologica naturale. Nella penisola indocinese, soggetta in buona parte
al fenomeno della laterizzazione (formazione di suolo lateritico,il cui
aspetto ricorda quello dei mattoni), l'asportazione della vegetazione e
dell'humus può provocare l'inaridimento e la sterilità permanente delle
zone craterizzate: l'effetto minimo è quello della colonizzazione da
parte di erbe e arbusti inutili o nocivi, a parte il fatto che i crateri
hanno reso le zone più colpite inaccessibili alle macchine agricole.
In molti casi, soprattutto nelle regioni litoranee e nella zona del
delta, i crateri sono affondati nella falda acquifera, rimanendo così
inondati per buona parte dell'anno e trasformandosi, quindi, in zone
favorevoli alla riproduzione in massa delle zanzare con conseguente
aumento della diffusione della malaria e della
dengue: i rapporti dei comandi militari confermano, infatti, che «la
malaria desta nel Vietnam crescenti preoccupazioni» essendosi diffusa
anche in settori che mai, prima d'ora, ne erano stati colpiti.
Notevole è poi l'effetto negativo della craterizzazione sulle attività
agricole: i contadini sudvietnamiti, soprattutto nel delta del Mekong,
si sono dimostrati riluttanti o impotenti a ogni tentativo di bonificare
le risaie e le altre colture sconvolte dai crateri. Il più efficace
elemento di dissuasione è la presenza di ogive inesplose affondate nel
terreno: l'esplosione accidentale di questi ordigni, provocata dall'urto
di un vomere o di un altro attrezzo, ha già fatto molte vittime tra la
popolazione rurale. Le schegge di bomba o proietto, sparse un po'
dappertutto, rappresentano un pericolo costante e gravissimo per i
bufali indiani usati come animali da tiro, provocando tagli negli
zoccoli, ferite infette e la morte rapida dei capi colpiti. Si sa che le
ogive inesplose di bombe e proiettili sparse sull'intero territorio
indocinese assommano a diverse centinaia di migliaia.
I bombardamenti aerei e terrestri hanno naturalmente sconvolto la
risicoltura della penisola, interrompendo quasi ovunque le intricate e
delicate reti di irrigazione e distruggendo nelle zone costiere ogni
difesa contro l'invasione del terreno risicolo a opera delle acque
marine. In modo particolarmente duro è stata colpita dai bombardamenti e
dai cannoneggiamenti l'industria forestale sudvietnamita, potenzialmente
uno degli elementi fondamentali dell'economia prevalentemente agricola
della regione: catastrofica, è stata, per esempio, la distruzione del
patrimonio forestale primario nelle zone a nord ovest e a nord est di
Saigon. Gli intensi bombardamenti terrestri e aerei hanno danneggiato le
piante in tre modi: la distruzione vera e propria dell'intero albero,
l'infestazione dei tronchi e dei rami da parte delle schegge e, di
conseguenza, il progressivo disfacimento della pianta sotto l'incalzare
dei funghi saprofiti.
Il cannoneggiamento delle foreste è così intenso che non un solo albero
può dirsi immune dalle schegge metalliche: il titolare di una segheria
ci ha detto che su ogni cinque tronchi grezzi che riceve nel proprio
impianto, quattro sono crivellati da frammenti di metallo e che,
nonostante gli sforzi assidui degli operai della segheria per
disinfestare il legname prima della lavorazione, molte schegge restano
conficcate in profondità nei tronchi, determinando la distruzione
precoce delle lame delle seghe. Negli alberi che restano in piedi anche
dopo un bombardamento, le lacerazioni provocate dai frammenti di
proietto costituiscono il terreno ideale per la penetrazione dei
saprofiti: in alcune specie di albero la putrefazione procede cos
rapidamente da consigliare il taglio immediato
delle piante subito dopo l'avvenuta
contaminazione metallica: sembra che per questa sola causa le principali
piante da legno del patrimonio forestale
sudvietnamita subiscano in due o tre
anni una perdita di valore del 50%
circa. L'intendente francese di una
piantagione di caucciù ci ha detto di
aver perduto 1'80% degli alberi nell'arco dei due anni successivi al bombardamento della zona.
I tagliaboschi delle zone del Vietnam del sud colpite dalla guerra calcolano che i danni arrecati al patrimonio forestale dalle esplosioni si traducano per loro in una perdita del 30%
sul prezzo dei tronchi venduti (mentre
l'imposta sul taglio è rimasta immutata). I troppi crateri provocati dagli
scoppi ostacolano inoltre il trasporto
del legname grezzo dalle località di taglio alle segherie: i boscaioli sono così
costretti ad accorciare i tronchi a una
lunghezza inferiore a quella ideale di
ventisette metri, solo per garantirsi una
sufficiente manovrabilità per aggirare
i crateri lungo il percorso.
Durante
una ricognizione in elicottero ad alta
quota sulle alture boschive della zona
di Da Nang, abbiamo constatato la
presenza di un fitto reticolo di crateri
sulle pendici montane e sui displuvi, accompagnato ovunque da gravi
fenomeni di erosione: questi crateri erano stati prodotti circa un anno
e mezzo prima da un'unica incursione di B 52.
Abbiamo osservato un altro genere di danno grave: le vaste estensioni di
foresta incenerita da successivi attacchi con napalm, fosforo bianco e
spezzoni incendiari o illuminanti.

Questa sequenza di disegni
estremamente schematici serve a riepilogare gli effetti prodotti su di
una tipica coltura forestale sudvietnamita di piante sempreverdi a fusto
legnoso (1). Quasi tutti gli alberi maturi della foresta muoiono per
defoliazione (2), lasciando un fitto ammasso di arbusti latifogli di
nessun valore, di liane, di bambù e di erba alta. I crateri più recenti
sono privi di vegetazione, ma durante la stagione umida contengono
spesso un po' d'acqua piovana (3). Poco tempo dopo cominciano a spuntare
al centro alcuni cespi d'erba, probabilmente erba cogon (Imperata) (4).
L'erba cresce quindi in senso radiale, coprendo il fondo del cratere
fino a incontrare la vegetazione periferica (5). - Il fenomeno del
riempimento del cratere a opera del dilavamento delle pareti del cratere
é piuttosto limitato. Generalmente questi avvallamenti non sono invasi
dalle latifoglie. In molti casi, a distruggere completamente la
vegetazione residua tra un cratere e l'altro, interviene l'aratura
meccanica (6).
Del resto i bombardamenti aerei e terrestri e l'impiego degli agenti
chimici defolianti non sono i soli mezzi ai quali ricorrono in Indocina le forze armate statunitensi nella loro guerra alla
vegetazione.
A partire dalla metà degli anni sessanta è in corso un intenso programma di disboscamento sistematico a
mezzo di bulldozer: l'impiego in massa di
trattrici organizzate in compagnie per l'abbattimento estensivo delle foreste ha sostituito evidentemente l'uso
degli erbicidi per negare alla parte avversa la copertura e l'asilo delle zone
boschive. Infatti l'efficacia delle trattrici, munite di quello che viene chiamato l'«aratro di Roma», risulta per
molti versi nettamente superiore a
quella delle sostanze chimiche e forse ancora più distruttiva dal punto
di vista ecologico.
Nell'agosto del 1971, assistendo a una di queste operazioni di
disboscamento su vasta scala, abbiamo
veduto una trentina di questi mostri
meccanici (trattrici Caterpillar da 20
tonnellate, dotate di massicci vomeri
da 2,5 tonnellate, larghi 3 metri e 30 e di corazza di protezione da 14
tonnellate) ripulire a fondo quel poco che
restava della foresta di Boi Loi a nord
ovest di Saigon. Abbiamo appreso, in
quell'occasione, che nei venti giorni
precedenti la compagnia aveva disboscato 2.443 ettari di terreno.
All'operazione in corso nell'agosto del 1971 partecipavano altre quattro compagnie e,
complessivamente, le cinque unità avevano «sgomberato» fino a quel momento una superficie di oltre 300.000
ettari.
Abbiamo poi visitato una zona che era stata arata in quello stesso modo diversi anni prima e sulla quale la
successiva crescita e diffusione dell'erba parassita cogon (Imperata) ha reso
estremamente improbabile il ripristino per stadi successivi del
patrimonio forestale originario.
Nel Vietnam del sud le
forze armate statunitensi si servono di giganteschi aratri per
distruggere vaste estensioni di vegetazione allo scopo di negare ogni
possibilità di copertura al nemico. Secondo i dati comunicati da fonti
militari, con questo sistema sono stati disboscati fino alla metà del
1971, più di trecentomila ettari di terreno, a un ritmo di oltre
quattrocento ettari al giorno. I solchi aperti da questi aratri
affondano talora nel sottosuolo sterile, subiscono l'invasione dell'erba
cogon o restano completamente nudi di vegetazione ed esposti
all'erosione naturale. In questa foto, scattata da Westing nell'agosto
del 1971, si vede una colonna di veicoli pesanti che si sta aprendo la
strada in un terreno fortemente craterizzato e arato nella provincia di
Tay Ninh.

Questa aerofotografia a
bassa quota ha individuato un aratro pesante del genio militare
statunitense mentre disbosca la zona circostante un grosso cratere
lasciato da una bomba di B 52. Sostanzialmente si tratta di una
trattrice Caterpillar da 20 tonnellate dotata di un massiccio vomere
largo 3 metri e 30 e pesante 2,5 tonnellate. Il mezzo è protetto da una
corazza di 14 tonnellate. Il cratere conta già molti anni di età.
Un'indagine condotta da tecnici americani ha consentito di accertare
che circa il 10% dei terreni agricoli
del Vietnam del sud sono stati abbandonati a causa della distruzione provocata
dalle bombe d'aereo e dalle altre armi impiegate nel conflitto: non è
stata una guerra condotta contro eserciti nemici, quanto una guerra contro
il terreno: sembra anzi che una delle
strategie preferite dello sforzo bellico statunitense sia proprio quella
della lacerazione e della distruzione dell'intero tessuto socio-economico vietnamita,
prevalentemente di tipo rurale, allo
scopo di concentrare la popolazione contadina in zone sottoposte a
controllo centralizzato e di privare i guerriglieri nemici della loro
principale fonte di potere.
Le incursioni dei bombardieri statunitensi sono dirette solo nella misura
del 5-8 % su obiettivi militari tattici,
ossia per l'appoggio diretto delle unità
terrestri impegnate in combattimento: tutte le altre missioni di
bombardamento sono quelle definite «di interdizione vicina o lontana» oppure «di
bombardamento strategico».
Mentre
nella seconda guerra mondiale gli
obiettivi dei bombardamenti strategici erano gli stabilimenti
industriali, le attrezzature portuali, le ferrovie, ecc.,
nel conflitto indocinese sono considerati obiettivi strategici i terreni
agricoli e le foreste, in quanto offrono all'avversario le cosiddette possibilità di
«santuario», ossia di asilo e copertura.
É però importante osservare che,
mentre è possibile ricostruire rapidamente le fabbriche, i porti e le altre
strutture artificiali della produzione,
come è stato dimostrato in Europa e
in Giappone, non sarà assolutamente
possibile (almeno non in un prossimo futuro) riabilitare alla produzione
agricola e forestale i campi e i boschi distrutti massicciamente ed estensivamente nella penisola indocinese.

questo mosaico fotografico
d'alta quota raffigura un tratto della fascia smilitarizzata tra i due
Vietnam prima (in alto) e dopo (in basso) un periodo di
intense incursioni aeree tattiche di B52 nell'anno 1967. Le foto sono
state scattate dall'aviazione militare statunitense. Il diametro dei
crateri prodotti dalle bombe va da 6 a 12 metri.
Dal 1966 in avanti i B 52 conducono le loro incessanti incursioni secondo un programma di missioni quasi
quotidiane. Dalla quota di sicurezza di
diecimila metri, che li sottrae alla rilevazione acustica e ottica, questi pesanti
bombardieri portano avanti la loro sistematica semina distruttiva: una
tipica formazione di B 52, con la partecipazione media di sette aerei, può
scaricare in una sola incursione 756
bombe da 230 chilogrammi, secondo un
andamento che copre di esplosioni una
fascia di circa ottocento metri per
quattromilaottocento, equivalente a
una superficie di poco inferiore a
quattrocento ettari.
Pertanto, secondo un programma di quattro o cinque incursioni di sette aerei al giorno,
come quello attuato nel corso del 1971,
i soli B 52 sono capaci di scavare ogni mese circa 100 000 nuovi
crateri.
Mentre scriviamo, sono già stati sottoposti
a una severissima censura i più recenti dati sull'attività aerea.
Per potersi rendere veramente conto dell'incidenza complessiva degli
esplosivi bellici sull'ecologia indocinese, esplosivi bellici
sull'ecologia indocinese, bisogna osservarne gli effetti con i propri
occhi. Gli stessi comunicati degli osservatori militari parlano di un
paesaggio «stravolto e lacerato da un gigante infuriato», di zone
verdissime del delta «polverizzate fino a sembrare un'immensa pappa
grigiastra».
La nostra succinta rassegna si é limitata ad accennare a qualcuna delle
tristi conseguenze che i bombardamenti avranno sull'esistenza presente e
futura delle popolazioni indocinesi: non abbiamo neppure accennato agli
effetti
delle continue incursioni sulle abitazioni, sulla fauna domestica e
selvatica, sull'ecologia generale della regione, ma siamo certi che il
danno arrecato dalla disorganizzazione su vasta scala dell'ambiente si
fará sentire per secoli e secoli.
Gaylord Nelson, senatore del Wisconsin, ha presentato al senatore
americano una proposta di legge per il conferimento all'Accademia
nazionale delle scienze dell'incarico «di accertare l'entità dei danni
arrecati all'ecologia del Vietnam del sud, del Laos e della Cambogia in
conseguenza delle operazioni delle forze armate degli Stati Uniti... e
di formulare i piani più opportuni per riparare efficacemente ai
suddetti danni».
Così ha dichiarato il senatore Nelson: «In tutta la storia militare
non vi è possibilità di confronto: la politica della "terra bruciata" ha
sempre fatto parte della storia tattica, ma mai, prima d'ora, si era
arrivati al punto di alterare e mutilare così massicciamente zone tanto
vaste da rendere per sempre impossibile la ripresa delle attività umane
o addirittura della più elementare vita animale... Il nostro programma
di defoliazione, di bombardamento a tappeto con i B 52 e di aratura
massiccia..., lungi dal tutelare i nostri soldati e dallo sconfiggere il
nemico, ha arrecato al nostro alleato danni di gran lunga più gravi che
non al nostro avversario.
La fredda, dura e crudele ironia di tutto questo é che nel Vietnam del
sud sarebbe convenuto molto di più cedere ad Hanoi che non vincere con
noi: adesso la nazione si trova ad affrontare il peggiore di tutti i
mondi possibili, su di un territorio quasi completamente distrutto e con
possibilità di sopravvivenza, dopo che noi ce ne saremo andati, che
nella migliore delle ipotesi possono considerarsi esposte a gravissimo
dubbio».

La permanenza dei crateri
d'artiglieria come caratteristiche definitive del paesaggio anche dopo
diversi decenni è dimostrata da questa foto che raffigura un gran numero
di vecchi crateri prodotti da proietti della prima guerra mondiale in un
campo nei pressi di Verdun, nella Francia nord-orientale. L'immagine è
stata ripresa da Alfred Eisenstaedt nel 1964 ossia a quasi un
cinquantennio dalla fine della battaglia di Verdun. Abbiamo potuto
riprodurla per gentile concessione della rivista "Life".
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