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La storia del conflitto
La guerra in Vietnam durò dal 1961 al 1975 e oppose il Nord comunista,
appoggiato da Unione Sovietica e e Cina, al Sud guidato dai militari e
appoggiato dagli Stati Uniti. Il conflitto si concluse con la vittoria
del Nord.
Corriere della Sera 18-11-2005
Riflessione di Mario
Capanna
«Mi si stringe il cuore solo a pensarci. Vedo la ragion politica, non morale»
«Mi si stringe il cuore al pensiero che in
Vietnam tuttora nascono bambini deformi per gli effetti del napalm e
degli agenti chimici lanciati dagli americani. La politica ha davvero la
memoria corta. Si può capire la ragion di stato dietro la scelta del
governo di Hanoi, meno la ragione etica». Ha un sapore amaro la
riflessione di Mario Capanna sulla nuova alleanza militare Usa-Viet Nam.
Ma il leader del Movimento studentesco del '68, alla testa di tanti
cortei a sostegno dell'«eroico popolo vietnamita vittima dell'aggressione
imperialista», per tornare al linguaggio dell'epoca, accetta di fare i
conti con le realtà del Ventunesimo secolo.
Che effetto le fa l'idea di un plotone di
soldati vietnamiti che corre agli ordini di un ufficiale americano?
«Guardi, bisogna fare due tipi di
considerazioni. La prima è che oggi la Cina è circondata da basi
americane: dal Giappone alla Corea, da Taiwan alla Thailandia, dall'Afghanistan
al Kirghizistan. Per finire con l'Iraq, grande portaerei terrestre.
Mentre la Cina non ha certo basi dislocate in Canada o ad Haiti. È una
strategia di contenimento e allo stesso tempo di minaccia nei confronti
di Pechino».
E la seconda considerazione?
«È che i sistemi che un tempo venivano
chiamati socialisti, ma che io non ho mai considerato tali, quanto
piuttosto degli esempi di capitalismo di Stato - e questo vale tanto per
la Cina quanto per il Vietnam - praticano tutti delle politiche
liberiste finanziate largamente dagli Stati Uniti. Non è difficile
scorgere dietro l'accordo militare fra Vietnam e Usa un contraccambio
economico».
Eppure fa un certa impressione vedere due
nemici storici, sul piano politico e ideologico, ritrovarsi dalla stessa
parte.
«È scandaloso e preoccupante. Perché siamo
ormai nel campo del dominio di una unica superpotenza».
Addirittura si potrebbe prefigurare uno
scontro militare fra Vietnam e Cina, istigato dagli Stati Uniti.
«Pechino sa di essere al centro di una
manovra di accerchiamento. Non a caso negli ultimi anni è cresciuto il
sodalizio fra Cina e Russia. Ma tutto questo è uno scenario
agghiacciante per il futuro del mondo. La scelta del Vietnam non mi
sorprende».
L'eroico popolo in lotta per la libertà che
diventa il gendarme degli imperialisti nel Sudest asiatico.
«È mutato il quadro storico-politico. Trent'anni
fa il Viet Nam mostrò un coraggio straordinario. Oggi devono vincere la
povertà: e il rumore frusciante dei dollari è molto potente».
Il cerchio si è chiuso: la politica
internazionale sembra essere dettata solo da esigenze di potenza e di
alleanze. L'ispirazione ideale è consegnata agli archivi del secolo
trascorso?
«C'è stato un salto di qualità nel peggio:
l'estendersi planetario della prepotenza. Ne vediamo le manifestazioni
nella guerra in Iraq, nell'uso del fosforo: cose inaudite. Dopo la
caduta del Muro si è approfittato del monopolio della potenza».
Uno scenario senza via d'uscita?
«Al contrario, prima a poi scatterà
l'opposizione democratica dei popoli. Ne abbiamo visto i segnali al
vertice panamericano di Cancun, o quando un personaggio come Maradona
marcia con Castro e Chavez alla testa di migliaia di argentini per dire
no a Bush. E anche gli avvenimenti in Francia: non condivido, ma sono un
termometro che segnala la febbre del mondo».
In conclusione, cosa direbbe oggi a un
dirigente comunista vietnamita se avesse a incontrarlo?
«Gli direi questo: ho consumato le scarpe
battendomi perché otteneste la libertà. Non mi arrogo il diritto di
dirvi cosa farne, ma la state usando male. Recuperate la vostra
fierezza, non avete bisogno di questo compromesso. Trent'anni fa avete
dato una lezione al mondo. Potete farlo ancora».
Luigi Ippolito

Il fondatore del manifesto considera una
vittoria la collaborazione militare con gli Usa
Corriere della Sera
19-11-2005
Capanna sbaglia. Il
Viet Nam non tradisce
Parlato: «Mi fa piacere che il premier di
Hanoi stringa la mano a Bush»
ROMA - Il Viet Nam invierà l'anno prossimo un
gruppo di suoi ufficiali negli Stati Uniti, perchè si addestrino in
un'accademia militare statunitense. Solo corsi di inglese e di medicina
di guerra, ha precisato il premier vietnamita Phan Van Khai durante la
sua prima visita alla Casa Bianca. Ma per chi alla fine degli anni
Sessanta aveva scelto di schierarsi con il Viet Nam e contro
«l'aggressione» americana, per chi aveva speso notti a vegliare per
protesta, la notizia ha comunque un sapore amaro. Mario Capanna, storico
leader del '68, ha ad esempio confessato al Corriere che la cosa
gli fa «stringere il cuore». Anche Valentino Parlato, uno dei padri
fondatori de il manifesto, aveva partecipato a veglie e marce
contro la guerra. Ma all'amarezza espressa da Capanna replica solo con
un robusto filo di sarcasmo: «Capanna dice che si è consumato le scarpe,
in quei giorni. Se fossi il governo vietnamita gliene manderei un
paio...».
Perchè, Parlato? Per lei allora come si può
leggere questa insolita decisione?
«Come una conferma del successo del Viet Nam.
Un Paese che ha cacciato gli americani da Saigon e poi si è costruito
una rispettabilità, una sua autonomia. Tant'è che ora gli americani
dicono: mandateci pure i vostri soldati. Un gesto di fraternità che gli
americani fanno nei confronti del Viet Nam. Un gesto che i vietnamiti si
sono guadagnati: non è che dopo la fine della guerra, come è successo a
tanti altri Paesi, sono entrati nel caos economico, si sono indeboliti.
Hanno riunificato il Vietnam e ne hanno fatto un Paese rispettabile,
economicamente e civilmente forte».
Del resto da anni gli ex soldati americani
vanno in pellegrinaggio in Vietnam sui luoghi della loro sanguinosa
giovinezza. E vengono sempre accolti di buon grado.
« Non solo. I vietnamiti hanno anche
recuperato le salme di molti soldati americani. Cioè hanno fatto una
cosa molto civile. Vedere Bush che stringe la mano a Phan Van Khai è una
cosa buona. Insomma, in America adesso c'è Bush, ma è pur sempre
l'America... Forse non andrebbe detto, ma pensiamo a come ci eravamo
innamorati dell'Algeria, di Ben Bella, del mito della resistenza contro
i francesi. Poi però l'Algeria ha avuto i suoi guai. Invece il Viet Nam
ne è uscito in tutt'altro modo. Casomai, se fossi un istruttore
americano incaricato di addestrare un ufficiale vietnamita, mi
preoccuperei di non farmi battere in un confronto uomo contro uomo... Di
lezioni gliene hanno date abbastanza, in fondo».
Ma lei, Parlato, come li ha vissuti quegli
anni ormai lontani? Con la stessa passione di Capanna? Anche per lei
sono stati anni «formidabili»?
« Ognuno si racconta la sua storia, come
meglio crede. Capanna oggi si sente tradito dai vietnamiti. Ma la
politica è politica, e non è che adesso di colpo i vietnamiti si sono
innamorati degli americani. Hanno un rapporto da potenza piccola a
potenza grande. Ma paritario. Io ero già un po' vecchio, allora. Nel '68
avevo 37 anni, allora erano tanti. Per me il '68 è stato soprattutto un
grande fenomeno di emancipazione borghese . Non ho mai messo l'eskimo, e
anche i blue jeans li ho messi per poco tempo. Poi ho smesso. Andavo ai
cortei, alle veglie, certo. Ma con distacco. Uno nato nel '31, e
formatosi poi nel PCI, non poteva farsi coinvolgere troppo...».
Perchè? Cosa aveva di speciale la formazione
avuta dal PCI?
«Il PCI non faceva iniezioni di entusiasmo e
di fanatismo. Era molto freddo, se vuoi anche un po' cinico. C'era il
calcolo dei rapporti di forza, di quello che si poteva o non si poteva
fare. Era una scuola di realismo. Il Partito Comunista Italiano è stato
la migliore imitazione della Compagnia di Gesù. Anche il centralismo
democratico... Ci si scontrava, si prendevano posizioni magari diverse,
continuava la lotta. Ma poi alla fine si marciava tutti uniti, perché
c'era un interesse superiore. Soprattutto c'era una regola, e se la
tradivi eri fuori».
Giuliano Gallo

DAL QUOTIDIANO "LIBERAZIONE"
del 25 novembre 2005
Corriere della Sera e Vietnam. Accordi militari.
II titolo formato "scoop" del Corsera di venerdì 18/11, "Accordo tra
Washington ed Hanoi contro la potenza cinese", ha fatto sobbalzare molti
ammiratori del Vietnam, inclusi gli ex, che continuano a considerarlo
unicamente come simbolo di una lotta eroica e inorridiscono all'idea che
anche i nipoti di Ho Ci Minh, posato il fucile, si lascino contaminare
dalle seducenti follie della crescita economica e dei consumi connessi.
Lo stesso Mario Capanna, leader del movimento che sostenne in quegli
anni "l'eroico popolo vietnamita vittima dell'aggressione imperialista"
teme che ormai che il leggendario coraggio del piccolo Davide vietcong
che sconfigge il potente e feroce Golia americano, sia stato
cedevolmente sacrificato e archiviato dalla nuova leadership di Hanoi in
cambio di dollari e di business.
C'è qualcuno sano di mente che pensa sul serio che il Vietnam, dopo
trent'anni di guerra, pressoché ininterrotta, contro le più grandi
potenze imperialiste del pianeta - Giappone, Francia, USA - sia ora in
procinto di stringere un'alleanza militare con gli Stati Uniti in vista
di una futura guerra contro la Cina ? Contro la Cina, nientedimeno! Il
grande vicino il cui modello economico sta ispirando e aiutando il
Vietnam - non in astratto, ma attraverso multiformi e concreti rapporti
politici ed economici - ad uscire dal sottosviluppo per farlo entrare a
pieno titolo, con tassi di crescita vicino a quelli di Pechino, nel
temutissimo club delle tigri asiatiche guidate ora - quale orrore! - da
due stati governati dai comunisti.
Intendiamoci, lo "scoop" del Corsera (che non pare abbia lasciato il
mondo col fiato sospeso), ridotto all'essenziale è una banalissima
notizia concernete rinvio di un gruppo di ufficiali vietnamiti (27 o
32?) in una accademia militare americana perché imparino l'inglese e
aggiornino la loro conoscenza della medicina militare. Ossia uno dei
tanti, tantissimi accordi e iniziative bilaterali intercorse in questi
ultimi anni, su iniziativa del Vietnam, per uscire dall'isolamento e per
ricomporre un normale rapporto di scambi politici, economici e culturali
con il paese con cui la guerra si è conclusa ormai da trent'anni.
Qualche compagno mi telefona preoccupato. Qualche altro più scafato
sentenzia: "l'avevo detto che comunismo e mercato sono incompatibili".
Altri ancora lasciano trasparire il dubbio atroce che, prima o poi, il
Vietnam entrerà nella Nato. Che fare, che dire? Alzo il telefono e ne
parlo con Nam, neo ambasciatore del Vietnam a Roma e amico da lunga
data.
Sebbene lo stia distogliendo da impegni molto più seri, quando gli
espongo il tema e i quesiti connessi appare piuttosto divertito. Quando
poi alludo alla futura alleanza anticinese di Vietnam e Stati Uniti
evocata nello "scoop" del Corsera, mi seppellisce con una micidiale
risata assassina.
Poi, con la consumata e paziente abilità diplomatica degli orientali, mi
rassicura circa le reali dimensioni dello scambio di "cortesie militari"
tra Hanoi e Washington. E per evitare equivoci futuri mi preannuncia che
la visita che sarà compiuta prossimamente da ufficiali vietnamiti in
Italia su invito della nostra Marina Militare, non prelude a future,
minacciose alleanze italo-vietnamite contro chicchessia, ma fanno parte
del repertorio politico-diplomatico teso a consolidare i rapporti tra i
paesi e i governi, con buona pace dei nostalgici dei tempi eroici.
Il Vietnam non è nuovo a queste iniziative. Sono ormai anni che il paese
viene visitato da numerose delegazioni militari americane non sempre
animate, per la verità, da spirito amichevole. Il che è del tutto
comprensibile. In fin dei conti dopo la sconfitta di Custer nella
battaglia di Little Big Horn, nel Montana, ad opera di Toro Seduto e di
Cavallo Pazzo, è stato appunto il Vietnam che ha infìitto alla
superpotenza la sconfitta più umiliante e sofferta di tutta la sua
storia militare.
E considerati gli psicodrammi provocati da quella sconfitta e dal
dilagare della "sindrome vietnamita" è comprensibile il perdurare di
certi risentimenti. Ma ci sono stati anche dei gesti molto importanti di
segno contrario. Il più clamoroso, ma anche il più conciliante ed
apprezzabile, è stata la visita compiuta una decina di anni fa da Robert
Mc Namara, ex Segretario alla difesa di Kennedy, che, nell'agosto 1964,
avallò e coprì la famosa provocazione del Golfo del Tonchino che diede
inizio alla più sanguinosa delle guerra del 20° secolo.
Quel faccia a faccia ad Hanoi tra i due ex nemici. Mc Namara e Nguyen Vo
Giap, la sincera ammissione di colpa dell'americano per tutti i crimini
commessi e l'accoglienza amichevole manifestata da Giap, il vincitore
della guerra
di liberazione, ha avuto una grande valenza simbolica e spianato la
strada alla riconciliazione tra i due popoli. "Quella guerra - dichiarò
allora Mc Namara - è stata un grande errore e una delle pagine più
vergognose della storia americana".
Ora, il fatto nuovo e sicuramente straordinario, è di vedere questo
Vietnam, che dopo essere riuscito a suscitare attorno alla sua guerra di
liberazione un sostegno solidale di dimensione planetaria, ed essere
riuscito ad esportare in casa del nemico le dirompenti contraddizioni di
quella guerra infame, proporci oggi il divertente episodio che ci fa
immaginare gli impettiti marines di West Point accogliere in amicizia la
delegazione di quella armata popolare che ha loro inflitto la più
clamorosa delle sconfitte. Coi tempi che corrono non è certamente poco.
Tranquilli dunque. Il malessere oscuro che l'America ha introiettato,
"la sindrome vietnamita" appunto, non si è dissolta. Riappare
puntualmente sulle rive del Potomac nei momenti in cui la soverchiante
potenza delle armi di distruzione di massa degli Stati Uniti si dimostra
impotente a piegare la resistenza dei popoli aggrediti.
L'intelligenza dei leaders di Hanoi, la loro capacità di aprirsi al
mondo esterno e di costruire amicizie e solidarietà anche nel cuore
delle cittadelle imperialiste, la loro lungimiranza nel ricostruire in
pace un legame con gli ex nemici, il superamento di sentimenti di
vendetta contro gli aggressori sono virtù politiche che spiegano la
sorprendente rapidità con cui oggi il Vietnam stia risalendo dal
sottosviluppo e sconfiggendo la povertà. Oggi la sua più potente
artiglieria pesante è rappresentata dai prezzi e dalla qualità
competitiva dei suoi manufatti industriali. E la sua aggressività si
manifesta nella capacità con cui penetra e conquista nuovi mercati,
incluso quello americano, senza il supporto delle cannoniere.
Che c'è di scandaloso in tutto questo?
Sergio Ricaldone - Associazione ITALIA-VIET NAM -
Comitato di MIlano |