|
L’articolo che qui presentiamo fa parte di una pubblicazione
in corso. Viene qui riportato in sintesi; il testo completo è
disponibile presso la Biblioteca Enrica Collotti Pischel di
Torino. In caso di utilizzo dei materiali, si prega di citare la
fonte.
Il primo mattino del primo
giorno
Il nuovo anno lunare vietnamita corrisponde sostanzialmente al
nuovo anno cinese; vi differisce tuttavia in alcuni tratti che è
opportuno considerare, anche in ragione del fatto che, da
qualche tempo, giornali e quotidiani occidentali tendono a
manifestare un interesse generico per questo importante momento
del calendario sino-vietnamita, senza tuttavia avere cura, di
evidenziarne le particolarità e talvolta banalizzando i
contenuti e i significati della ricorrenza.
I lettori vietnamofoni non saranno sorpresi della presenza in
questo testo di alcune parole sino-vietnamite e della loro
trascrizione in caratteri nôm - poiché è così che esse
apparivano nelle immagini e nelle sentenze parallele dedicate a
questa festa. Per la stessa ragione, il lettore che conosce il
cinese, non dovrà essere sorpreso nel constatare che certi
caratteri non hanno eguale significato in vietnamita e cinese.
Il Capodanno lunare prende il nome di Têt,
vocabolo che può essere tradotto come "primo mattino del
primo giorno del nuovo anno". Oggi, il calendario
lunario risulta uniformato in compatibilità con il calendario
gregoriano; un tempo, tuttavia, esso si riferiva al calendario
cinese, avviato nel 2637 prima della nostra era. Il 2007
corrisponderebbe in questo computo al 4644, sebbene, modifiche
apportate nel corso della storia, tendano piuttosto ad
identificare la data con il 4704 o 4705. La questione
preliminare si fonda sulla data di inizio che coincide con il
primo anno di regno dell’ ”Imperatore Giallo”, Huángdì, sovrano
leggendario, considerato primo antenato dei Cinesi e, occorre
considerare che la Cina adottò il calendario gregoriano nel
1912.
Così come nella tradizione cinese, ogni anno si ascrive in Viet
Nam in un calendario segnato da dodici animali dello zodiaco e
cinque elementi (Legno, Terra, Aria, Fuoco, Metallo) che vengono
raddoppiati in seguito a declinazione bipolare; nel calendario
vietnamita avremo: acqua naturale e acqua in uso, fuoco acceso e
fuoco latente, legno nell’accezione generale del termine e legno
infuocato, metallo nell’accezione generale del termine e metallo
forgiato, terra incolta e terra coltivata. L’acqua fa nascere il
legno, ma distrugge il fuoco, il fuoco fa nascere la terra, ma
distrugge il metallo, il metallo fa nascere l’acqua, ma
distrugge il legno, il legno fa nascere il fuoco, ma distrugge
la terra, la terra fa nascere il metallo, ma distrugge l’acqua…
La documentazione in lingua italiana sul Têt è
scarsa e incompleta. Fra la documentazione in lingua francese,
si possono, per contro leggere interessanti studi, legati
all’analisi della cosmogonia vietnamita e vari articoli
descrittivi. Recentemente edito in Viet Nam, in lingua inglese,
un volumetto curato dal celebre pubblicista vietnamita Huu Ngoc
[2] è consultabile presso la Biblioteca
Pischel di Torino, ove si possono trovare anche vari testi
classici, come la nota e preziosa trilogia di Padre Cadière
sugli usi e costumi del Viet Nam - che contiene anche saggi sul
calendario vietnamita.
Sempre in questa Biblioteca, sono consultabili - in forma di
“materiale grigio”- , articoli redatti in lingua francese ad
opera di studiosi o ancien résidents dell’amministrazione
coloniale, come ad esempio, Une cérémonie religieuse en
An-nam. Le têt, di M. Paul Denjoy (Procuratore della
repubblica a Bac-Lieu - Cocincina francese) [3].
Tali documenti, se considerati nella loro dimensione storica,
possono essere utili strumenti di approfondimento, senza
dimenticare la gradevolezza di una lettura che, sebbene segnata
dal tempo e da concezioni che oggi, per certi aspetti possono
farci sorridere, riesce a suggerirci la dimensione immaginaria
dell’antico Viet Nam, ricca di magia e suggestione.
La magia dei segni e delle
immagini
Il nuovo anno vietnamita è occasione per riproporre
l’iconografia popolare, così come gli antichi saperi espressi
nei proverbi, nei giochi di parole e nei motti tradizionali. E’
tempo di sentenze parallele, ideogrammi e simboli, scritti, di
solito, in bella calligrafia, con inchiostro nero su sfondo
rosso. Alcuni si ritiene propizino salute, fortuna, armonia;
altri hanno scopo apotropaico - si pensa cioè che possano tenere
lontani fantasmi e spiriti maligni o che possano proteggere da
infortuni, malattie.
Muri e porte d’ingresso, forniscono i principali supporti a
quest’arte grafica.
Accanto alle sentenze parallele, esistono anche sentenze
isolate, composte da più caratteri che rinviano ad una idea
generale piuttosto che ad uno specifico enunciato. Gli esempi
che seguono presentano, a titolo di esempio, un’idea che associa
prosperità, buon nome della famiglia e così via…
Bách tu phú quí Cento figli,
ricchezza e onore
Dúc luu quang La virtù
(degli avi) trasmette il suo splendore (alle nuove generazioni)
Le sentenze parallele o câu dói, sono scritte, in
caratteri nôm, anche se oggi vengono riproposte con
sempre maggior frequenza in quôc ngũ. Nell’esempio che
segue sono riportate due sentenze parallele che formulano:
Niên niên tang phú quí (sentenza scritta alla sinistra di chi
legge) - che si potrebbe approssimativamente tradurre con
“Che di anno in anno si accrescano ricchezza e onori” e
Nh?t nh?t th? vinh hoa, (sentenza scritta alla destra di chi
legge):
“Che, di giorno in giorno, aumentino longevità e distinzione”.

Vediamo ora, nella tabella qui di seguito, alcuni dei caratteri
più frequenti, la pronuncia vietnamita e la traduzione italiana
thân Genio
phúc Fortuna
lôc Benessere
tho Longevità
kính Rispetto
thành Sincerità
quí Nobiltà - Onore
ninh Pace
phú Ricchezza
dúc Virtù
nhân Bontà
nghĩa Fedeltà
kim Oro - Ricchezza
tín Fiducia
Vorremmo ricordare, infine, la vastissima iconografia popolare
che attinge da leggende, proverbi, detti popolari, eventi
storici e che, per mezzo di simbolismi, metafore, allegorie
morali e rappresentazioni, propone critica sociale, insegnamento
o ammonimento morale, quando non coincide con la semplice
espressione di ilarità, gioia, divertimento.
Su questo argomento si può consultare in lingua francese,
Imagerie populaire vietnamienne di Maurice Durand (Publications
de L'Ecole Française d'Extrême-Orient, Paris, 1960).
Ông Táo, Genio del focolare
- L’Imperatore di Giada
Il Têt, come abbiamo detto, prende avvio alla mezzanotte
dell’ultimo giorno del calendario lunare. Tuttavia, i
preparativi della festa iniziano già nei sette giorni che
precedono la festività, cioè nel ventitreesimo giorno del
dodicesimo (ed ultimo) mese lunare. È in quel giorno che,
secondo la credenza taoista, ha luogo il culto del Genio[4]
del focolare, Táo Quân, che vede nel momento dell’ascesa
al Cielo del protagonista del rito, il suo momento culminante.
Táo Quân, più popolare con il nome di ông Táo, è ritenuto una
sorta di “con-abile”, valido aiutante di Ngoc Hoàng,
l’Imperatore di Giada, divinità centrale del Taoismo, detto
anche, più comunemente ông Tròi (Signor Cielo). A ông Táo che,
nel corso dell’anno presiede il focolare domestico, tocca in
questo periodo, di far rapporto sull’andamento della vita
famigliare di ogni casa vietnamita, o meglio di ogni cucina, il
luogo “più rivelatore” dei sentimenti familiari.
Secondo la leggenda, in quel preciso giorno, egli prende
commiato dalla casa in cui ha abitato per il resto dell’anno e
si reca a rapporto dal Signor Cielo. La sua assenza dalle case
vietnamite, tuttavia, durerà solo pochi giorni e precisamente
fino alla mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno lunare,
momento in cui il genio farà ritorno. Il rapporto celeste, si
crede, sarà in grado di modificare il destino, prolungare o
abbreviare la vita, a seconda dei meriti o dei demeriti di ogni
famiglia.
La
società vietnamita, società essenzialmente rurale, è fortemente
segnata dal tempo della festa e dal tempo del lavoro; come
ricorda Huu Ngoc, il tempo della festa, innanzitutto, «segna
il tempo del riposo, della pausa in cui, la risaia ed il
coltivatore, gustano la gioia della calma completa, dopo dodici
lune di lavoro»[5].
La settimana in cui ông Táo è assente dal focolare domestico, è
un periodo di vuoto simbolico: simbolizza il tempo morto
dell’inverno ma, è anche simbolo di sospensione delle
costrizioni morali o, quanto meno, allentamento temporaneo di
una di parte di queste…
Non è semplice risalire alla fonti di questo culto, vista anche
(come risulta dagli esempi sopra citati in relazione ai suoi
personaggi) la complessità degli appellativi taoisti ed
occorrerebbe uno studio approfondito e comparato di diversi
testi - sui quali non sempre si ritrova una versione univoca.
Tuttavia, come emerge da varie versioni del culto di ông Tao, il
Genio più che un singolo personaggio, come vedremo più avanti,
sembra piuttosto impersonare una Triade, organizzata attorno ad
un nucleo di relazioni coniugali - lecite ed illecite (o come
diremmo più adeguatamente oggi, “di fatto”).
Fra detto e non detto, à assai complesso decifrare il paradigma
di questo culto che, a quanto sembra emergere, veicola per certi
aspetti, la rappresentazione del concetto che le reti parentali
possono essere intaccate da errori involontari, magari compiuti
senza avere chiara coscienza di un atto determinato; in altri
termini, nel contesto dell’influente peso dell’obbligo morale -
particolarmente vistoso nel caso della società vietnamita che
vede sancite prescrizioni morali e di ordine famigliare, pietà
filiale, rispetto e celebrazione degli avi, e così via - il
culto concede per un breve periodo dell’anno, una piccola pausa,
una sorta di amnistia temporanea dagli obblighi morali.
La leggenda di ông Táo - di cui esistono numerose
varianti -, è nota a tutti i Vietnamiti -; si potrebbe così
riassumere: una circostanza fortuita (malattia, mancanza di
denaro ecc…), porta una coppia di coniugi a separarsi. Il marito
resta a lungo lontano e la moglie, ritenendosi libera, trova un
nuovo compagno. Per caso, tempo dopo, ritrova il suo primo
marito ma, per una serie di eventi imprevedibili, il fatto è
cagione della morte di tutti e tre i personaggi. Strumento di
morte è innanzitutto il fuoco.
La leggenda racconta che, in seguito al triplice sacrificio, il
Signor Cielo, commosso da quell’insieme di devozione e sfortuna,
conferisce alla donna ed ai due uomini unità postuma,
dichiarandoli Geni del Focolare domestico. Gli elementi della
Triade variano a seconda delle versioni: ông Táo, il primo
marito, detto anche Thô Công, viene identificato come genio
della cucina. oppure genio del suolo o della terra, ma il suo
ruolo sfuma e si confonde in quello di di Thô dïa, a sua volta
genio del suolo, come, del resto è la compagna e sposa Thô ký.
I tre personaggi venivano anticamente rappresentati da tre
pietre o mattoni, posti a supporto del fuoco, mentre più
recentemente tendono a coincidere con un tripode.
Una particolare cerimonia viene dedicata al Genio del Focolare,
nel ventitreesimo giorno del dodicesimo mese: gli verrà offerta
una carpa, (cá chép) che gli servirà come mezzo di trasporto per
compiere il tragitto verso il Cielo; la carpa, in certe leggende
si trasforma tuttavia in Drago.
Secondo un’altra tradizione, le carpe sacrificate sono due, una
per l’andata ed una per il ritorno. Le carpe possono essere
lasciate sulla riva del fiume, dopo la cattura oppure cucinate e
poste sull’altare degli antenati, insieme a tutto il necessario
per compiere il viaggio: alimenti, oro e argento (finti),
vestiti di carta (fra cui tre cappelli, imbottiti di ali di
libellula e un paio di stivali); non sono previsti pantaloni -
fatto curioso, non facilmente spiegabile, ma sancito da un
apposito precetto taoista: «Ðôi mu, đi hia, chăng măc quân»
(Portare il cappello, calzare le scarpe, ma non i pantaloni)).
Accade che talvolta la carpa sia invece sostituita da una
cicogna, Cò bay, o da un cavallo veloce, Ngua chay.
Ông Táo assume inoltre il compito di portare con sé carta
votiva.[6]
Queste versioni vietnamite della leggenda del Genio del
Focolare, traggono chiaro alimento dalla cosmogonia cinese, ma,
occorre ricordare che sebbene esistano indiscutibili analogie,
il Viet Nam - capace, nel corso del tempo, di fare propri
numerosi apporti culturali provenienti non solo dalla Cina, ma
anche d a altre culture - ha adattato ed adeguato al contesto
locale, la leggenda, trasferendovi significati e simbologie
tipiche della propria visione del mondo.
I tre immortali della
fortuna, i cacciatori di demoni e il cây nêu
La festa di ông Táo inaugura le attività celebrative
del Têt. Nel contempo le vie principali delle città divengono
vieppiù animate, con mercati improvvisati in cui si vendono
angurie, legumi, spezie, petardi e soprattutto fiori: dalie,
crisantemi, rose, qum kat.
Mazzi colorati e rami di pruno e di albicocco in fiore
decoreranno ogni casa vietnamita. Discorso a parte occorre
introdurre per i rami di pesco; al di là del significato
simbolico di rinnovamento il pesco è al centro di una dimensione
immaginaria particolarmente feconda. Il suo frutto, simbolo
classico di longevità, si ritrova ad esempio nelle
rappresentazioni iconografiche di un’altra celebre triade: phúc,
lôc, tho, molto nota a cinesi e vietnamiti. Sono “i tre saggi”,
i tre immortali della fortuna: si tratta della simbologia più
importante e diffusa nelle case cinesi e vietnamite. I tre
personaggi integrano prosperità, salute, fortuna eccezionale,
potere - autorità, successo e longevità.
Phúc è la divinità che auspica fortuna e prosperità. Di
solito è di taglia leggermente più grande degli altri due e deve
essere sistemato al centro della triade. Lo si riconosce
dall’oggetto dorato (ru yi) che tiene fra le mani.
Lôc - che talvolta porta in braccio un bambino - è la
divinità di primo rango, simbolo di ricchezza. Il bambino
simbolizza auspicio di buona salute, prosperità e speranza per
pre-sente e futuro.
Tho è la divinità della salute e della longevità. Lo si
riconosce dalla fronte prominente e dalla pesca che tiene fra le
mani. La pesca fiorisce soltanto ogni tremila anni e, come si è
detto, è simbolo di immortalità. Il pesco, al di là dell’aspetto
estetico e simbolico, con i suoi fiori e i suoi frutti, è in
realtà al centro di una “costellazione” immaginaria
particolarmente feconda.
In passato, era d’uso in Viet Nam apporre sull’uscio di casa due
tavolette di pesco (dào phù - il talismano in legno di pesco)
con incisioni rappresentanti l’immagine dei geni Than dô
(altrimenti detto Than trà) e Uât lũy.
I due perso-naggi rappresentati erano, secondo un'antica
leggenda, due fratelli, cacciatori di demoni, che vivevano con
le loro truppe sotto un pesco del monte Ðô sóc. Possedevano la
capacità magica di vedere i demoni anche in pieno giorno;
potevano così sorprenderli ed attaccarli, catturandoli con liane
di giunco. Poi, li davano in pasto alle tigri.
Ci dice, in un vecchio libro[7], Chuong Dac
Long: "Il Cielo aveva loro affidato la missione di appostarsi
dinnanzi a ogni casa, soprattutto nel momento del Têt, per
fermare gli spiriti maligni. E gli spiriti ne erano talmente
spaventati che era sufficiente apporre sull’uscio di casa la
loro immagine per essere al sicuro… Così, i due “geni
dell’uscio” venivano disegnati con il volto minaccioso, su fogli
di carta rossa…”
Le tavolette di pesco, furono così, via via, sostitute da lunghe
strisce di carta rossa, simili a quelle ancora oggi in uso per
le sentenze parallele. La tradizione delle strisce di carta
rossa tuttavia sembra derivare più che dalle tavolette di pesco,
da altre pratiche di scrittura propiziatoria, sotto forma di
talismano.
Il cacciatore di demoni o
genio dell’uscio
Non andiamo oltre, per il momento, ricordando tuttavia che
esistono interpretazioni buddiste dei vari culti che sono venute
a sovrapporsi con il passare del tempo, a pratiche cultuali più
antiche.
E’il caso ad esempio del cây nêu. Diffuso soprattutto nella
campagne, questo rito prevede che sia apposta davanti ogni casa,
una grande pertica di bambù, il cây nêu; come annotava Phan Khe
Bính [8] «… viene tagliato un grosso bambù
(…); si intrecciano fasci di stoppie cui si appendono sapechi di
carta dorata. Oppure, si fissano all’uscio foglie di banano e
ananas. Si spolvera (poi) il cortile con calce - disegnando uno
scacchiere, un arco, una balestra ecc.. Tutto ciò ha lo scopo di
allontanare i demoni che ‘potrebbero portare delle noie». E
questa non è che una delle varianti del rito del cây nêu.
Altre interpretazioni pongono l’accento sul fatto che il rito
servirà a facilitare il ritorno a casa di Ông Táo o degli avi.
Infine, una leggenda buddista narra che si tratterebbe di una
particolare prescrizione, legata ad un episodio occorso al Budda,
aggredito dai demoni malvagi.
Bibliografia:
Libri e riviste:
HUARD PIERRE, DURAND MAURICE Connaissance
du Viêt-Nam.
École Française d'Extrême-Orient, Hanoi, Imprimerie
Nationale, Paris, 1954
HŨU NGOC, Wandering through Vietnamese Culture
The Gioi - Ha Noi 2004
Mekong notizie dal Fiume e dintorni,
Centro di studi vietnamiti, > Torino/Annate dal 1994 al 2005,
passim
Siti web:
http://perso.orange.fr/geza.roheim/html/
http://www.chinesefortunecalendar.com/y2k.htm
________________________
note
[2] HŨU NGOC / LADY BORTON - Tet Nguyen
Dan. Vietnamese Lunar New Year - The Gioi, Ha Noi 2004
[3] Bulletins de la Société d'anthropologie
de Paris (1894)
[4] Il termine di Dio o Genio è controverso e
per alcuni autori è questione quasi del tutto irrisolvibile. Al
di là della scelta letteraria operata talvolta indistintamente,
ma anche per via del fatto che il termine di Dio, cui
abitualmente ci si riferisce in Occidente, indica il Creatore,
unico e trascendente.
Non è lo stesso per divinità e geni della cosmogonia asiatica.
Per farci un'idea della > differenza, secondo quanto raccontava
il celebre sinologo Pimpaneau, in una versione del culto, il Dio
(o Genio) del focolare era un giovane dall'aspetto seducente le
cui avventure amorose con le dame di una celebre Regina madre
avevano provocato la collera della sovrana che si era rivolta
all'Imperatore di Giada. Questi, si narra, condannò all'esilio
sulla terra il giovane seduttore che scelse di diventare genio
del focolare, proprio poiché ciò gli avrebbe permesso di vivere
in eterno in cucina in compagnia delle donne. Si veda PIMPANEAU
JACQUES, Chine - Mythes et dieux, Editions Philippe
Picquier, Arles - 1999, pp. 149.
[5] HŨU NGOC, Esquisses pour un portrait de
la Culture vietnamienne, The Gioi 1995
[6] Nei dên, templi taoisti del Viet
Nam, è facile trovare > tutto l'occorrente votivo per il culto
di ông Táo.
A proposito del dên: non è facile orientarsi fra i differenti
tipi di costruzioni che un viaggiatore tenderà ad assimilare a
edifici religiosi. E' bene tuttavia sapere che tali costruzioni
sono sostanzialmente tre:
il dên - luogo di culto dedicato ad eroi nazionali o
locali o a geni protettori, come ad esempio i geni del focolare
e così via; la sua struttura è simile a quella delle pagode,
tuttavia il dên è, in genere, dedicato ad un solo personaggio,
talvolta rappresentato attorniato da servitori o parenti
prossimi;
il dinh, invece, è la > casa comune, ma anche una sorta
di tempio: in genere è la costruzione più rilevante del
villaggio;
infine chua, la pagoda, costruita generalmente in legno.
Le pagode del Viet Nam settentrionale ospitano un ricco pantheon
taoista e buddista. E', come diremmo in Occidente, la casa di
"santi e demoni". Nella cosmogonia vietnamita la costruzione di
una pagoda è legata ad una ritualità rigorosa basata sulla
geomanzia, o, meglio, su quel fenomeno, oggi assai diffuso anche
nel nostro Paese, che viene definito feng shui in
Cina e duong co in Viet Nam.
[7] «Le Têt au Viêt-Nam», in France -
Asie, n°68, janvier 1952, pp. 707
>
[8] PHAN KHE BINH, Viet Nam phong-tuc (Murs
et coutumes du Vietnam), École Française d'Extrême-Orient,,
Adrien Maisonneuve, tome 1, Paris, 1975, pp. 42
|