CAMBOGIA   il sesso della vergogna
Storia di So Ly, violentata a 11 anni. E di Srey Mao, che di nascosto manda i soldi alle sue bambine perché non vuole che sappiano il mestiere della loro madre. E di Somaly Mam, anche lei ex prostituta bambina, che si batte per salvarle.

di STELLA PENDE       foto di ISABEL MUNOZ
(non abbiamo ritenuto opportuno riprodurre le foto delle povere malcapitate)
 


La cosa peggiore era quello che i macrò ci costringevano a ingoiare: spesso vermi ancora vivi che trovavamo nel pesce marcio. Ci brulicavano in gola, nello stomaco: ero terrorizzata che me li infilassero nelle orecchie e che quelle bestie schifose si aprissero un varco fino al mio cervello».
È il delirio dell'orrore, l'agghiacciante racconto di una bambina torturata in uno dei bordelli più marci della Cambogia. Sono le righe più dure da leggere in "Il silenzio dell'innocenza", libro della cambogiana Somaly Mam, salvatrice di piccole prostitute forzate e disperate come lo era lei, oggi anima e motore di un'organizzazione che le cura, le consola e che dalla Cambogia al Laos le rimanda alla vita.

Somaly MamSomaly è di quelle creature, femmine o maschi che siano, che ti Intimidiscono lo sguardo e il cuore. È davvero bella, ma il suo sorriso è attraversato da una tristezza irrimediabile e negli occhi vedi una struggente violenza. Come un morbo indelebile che si è appropriato di lei per sempre. L'ho conosciuta a Oviedo quando insieme a Emma Bonino, Rigoberta Menchù e altre eroine del coraggio come lei ha ricevuto il premio "Principe delle Asturie" da Filippo di Spagna. Era da poco nata la sua ong, Afesip (il nome vuoi dire Agir pour les femmes en situation précaire) e già due giganti con pistola la proteggevano dalla mafia dei bordelli che la vede come la nemica e la guerriera più determinata.
Ma Somaly non può avere più paura: «Quando a 12 anni un gruppo di uomini a turno ti tortura su una stuoia, nulla ti spaventa più». Per questo Somaly ha scritto. Perché attraverso la sua memoria si sappia delle altre che, come lei, pagano la loro bellezza, la purezza e la solitudine.

Sul mercato di carni bambine i numeri sono agghiaccianti: l'Onu dice che almeno 2 milioni di minorenni sono venduti nel mondo del sesso, che muove 40 miliardi di dollari l'anno. Mentre in Cambogia e in Thailandia, e si teme presto in "Vietnam, molte non hanno ancora passato il compleanno degli 11 anni.

Sri Lalin aveva proprio questa età quando suo padre, di nascosto dalla famiglia, l'ha venduta per 450 dollari alla padrona di un bordello del nord. «Ho sperato che mia madre mi cercasse, ho pregato tanto. Mi ribellavo, piangevo. Allora mi versavano l'alcol adosso e mi sfioravano con le fiamme di un accendino. Per questo a un certo punto cedi. Pensi che quella è l'unica vita che una bambina povera e ignorante come te ha meritato. Ma quella bimba era scomparsa. Gli uomini passavano su un corpo che non era più mio. Finché improvvisamente uno di loro, un uomo americano, mi ha salvato».

Servitore della legge Solo a Phnom Penh, capitale cambogiana, l'industria del sesso divora oggi almeno 8 mila piccole disgraziate del sesso. «Arrivano da noi con il trucco e il vestito della prostituzione: maschere di dolore che imbrattano infanzie disperate. Sono bambine nel corpo ma il loro cuore è invecchiato per sempre»: Marco Scarpati, che ha passato dieci anni a rubare nei bordelli della Cambogia bambine e piccole violentate, lavora come Somaly con un'ong che si chiama Ecpat (www.ecpat.it) e ha appena scritto un libro sui bambini cambogiani intitolato "II rumore dell'erba che cresce". È arrabbiato. «Quei posti luridi sono migliaia: garage sporchi, cantine dove dietro una tenda aspetta una bambina. E i loro carnefici sono più che altro i "civili" europei! Dovrebbero decretarla zona di catastrofe questa, peccato che polizia e politici, coloro che dovrebbero difenderle, siano proprio gli attori corrotti di questo sporco film».

L'ultima che è arrivata, So Li, bambina di 11 anni, aveva uno squarcio nella vagina: 40 punti. E nascondeva il suo sangue e si vergognava. Che vuoi fare davanti a quell'orrore se non disperarti? Disperazione e torture. Così Somaly racconta nel suo libro che una volta, per terrorizzarle, si usavano elementi naturali, serpenti e animali vari, ma che oggi i moderni pedofili si sono evoluti: cavi elettrici, chiodi piantati nella carne, per non parlare delle ultime bambine trovate a Neack Luong incatenate nei canali fognali e bruciate vive.
Crimini che arrivano spesso dai film porno cinesi, abbecedari di torture per gli avidi macrò e per i loro compari clienti. È come se questi macellai di bambine volessero distruggere l'innocenza e la felicità che non hanno avuto. Comunque credono che il sesso sia un loro diritto e lo comprano.
Care Intemational, associazione nordamericana in Cambogia, assicura che il 70 per cento dei cambogiani ama visitare i bordelli. «Gli uomini orientali sono efferati e insaziabili nel sesso» scrive Somaly. «Pensano che violentare la purezza di una vergine gli procuri quella pelle chiara di luna che è l'ideale delle società orientali. Ma soprattutto che assicuri loro l'immortalità».

Dunque più piccole sono le donne più gli uomini pagano. Qualche volta fino a 3 mila dollari. Molte non ce la fanno, muoiono sole. Nessuno parla. La legge del silenzio vince. I figli dei poveri possono sempre scomparire: sono ombre inutili. E se non spariscono è come se, per sopravvivere, queste disgraziate cancellassero ogni fonte di felicità e di realtà.

«Ho due bambini di 2 e 3 anni. Stanno con la nonna. Mando 50 dollari al mese, ma non ho nessuna foto di loro, non voglio pensare che esistano e loro non devono sapere che esisto io»: Srey Mao si spalma crema bianca sulla
pelle nel bordello di Poipet. Le altre ragazze dicono che, quando si ritira di notte, pare un fantasma. Forse lo è da tempo. Fantasmi dalle mille identità. Per questo le fanciulle cambogiane, com'è successo a Somaly, cambiano nome finché cambia la loro sorte. Finché non trovano il nome della felicità. «Mi sono chiamata con sette nomi diversi, ma questo sarà per sempre: Somaly vuoi dire per lei liberazione, coraggio, amore».

Somaly come Pierre, attivista di Médicins sans frontières che ha conosciuto nel bordello al quale suo nonno l'aveva venduta e che le ha dato tre bambini. Somaly come Afesip. La sua ong ha salvato almeno 3.500 bambine e, soltanto in Cambogia, ha cinque centri che si occupano della riabilitazione, della scolarizzazione e del rimpatrio.
Molte ragazze dei bordelli arrivano infatti dal Vietnam e dal Laos dove altre case rifugio stanno per essere aperte, «Le vietnamite rischiano di più perché hanno la pelle bianca, dunque bisogna proteggerle nel loro paese e creare lì strutture forti. Devono studiare e lavorare. Essere forti da sole. Sulla giustizia non si può contare: i giudici sono più corrotti ancora della polizia».
L'Afesip ha portato in tribunale 2 mila casi. Ma ne ha vinti solo il 5 per cento. Vergogna è una parola generosa. Una bambina di 7 anni rapita per strada da cinquantenni ubriachi, che l'hanno violentata e tagliata dappertutto, non ha mai avuto giustizia. «Aveva la gonna troppo corta» hanno detto i violentatori al giudice, che avevano già comprato. Ma Somaly non si arrende: parla con ministri, cerca fondi, viaggia per il mondo in cerca di aiuti. E le sue bambine salvate e rinate la ringraziano coi sorrisi di chi ha la vita davanti.
In uno dei centri di Phnom Penh ecco Chanry. È stata riscattata a 10 anni da un manicomio del sesso, oggi è una bella ragazzina di 13 anni con nuvole azzurre sulla felpa. Sorride e racconta che farà la cantante rock. Pheurn Channi, ancora adolescente e severa nelle fotografie struggenti di Isabel Munoz, oggi ha vent'anni e lavora come modista. E Keav, bambina vietnamita con gonna a fiori che, orfana, ha girato almeno otto postriboli di vari paesi.

Per un pugno di esseri innocenti salvati rimane l'oceano dei bambini dall'infanzia strappata e macchiata. Somaly e il suo libro lo scrivono in ogni pagina. E ricordano quanto sia impossibile dimenticare. «Quando chiudo gli occhi rivedo le torture. Ancora oggi ho nelle narici l'odore delle camere dei postriboli. Allora mi lavo come una pazza, mi copro il corpo di colonia per soffocare gli odori della mia mente. Chi ha avuto più fortuna, le mie amiche morte e liberate o io che sopravvivo con questo frastuono di ricordi?».

Somaly sopporta meglio le torture del corpo piuttosto che quelle del cuore: «Quando minacciano le mie bambine,
quando le trovo ferite, piccole e sole davanti al dolore mi dispero. Conosco, avverto il pericolo. I macrò vogliono la mia anima e il mio corpo. Ma so anche che più osiamo più diventiamo forti e invincibili. Non dimenticateci vi prego
».
Panorama
  9 novembre 2006  altri reportage: www.panorama.it/mondo/reportage

 



Il suo volto è diventato noto in Italia quanto, durante i Giochi Invernali di Torino, ha portato la bandiera olimpica insieme ad altre sette donne simbolo dell'impegno e del coraggio. Una forza che a Somaly Mam non manca.
Da anni, questa ex bambina cresciuta nei bordelli cambogiani si batte per liberare le piccole schiave del sesso nel suo Paese. Migliaia.
Adesso Somaly, che rischia la vita per il suo impegno civile e vive ormai sotto scorta, racconta la sua storia in un libro, "Il silenzio degll' innocenza".
Dopo essere riuscita a sottrarsi al suo destino, con il marito Pierre Legros ha creato un'associazione np-profit, la Afesip, per continuare a salvare altre prostitute bambine.
"D" people -   la Repubblica  - 25 novembre 2006