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La cosa peggiore era quello che i macrò ci costringevano a ingoiare:
spesso vermi ancora vivi che trovavamo nel pesce marcio. Ci brulicavano
in gola, nello stomaco: ero terrorizzata che me li infilassero nelle
orecchie e che quelle bestie schifose si aprissero un varco fino al mio
cervello».
È il delirio dell'orrore, l'agghiacciante racconto di una bambina
torturata in uno dei bordelli più marci della Cambogia. Sono le righe
più dure da leggere in "Il silenzio dell'innocenza", libro
della cambogiana Somaly Mam, salvatrice di piccole prostitute forzate e
disperate come lo era lei, oggi anima e motore di un'organizzazione che
le cura, le consola e che dalla Cambogia al Laos le rimanda alla vita.
Somaly
è di quelle creature, femmine o maschi che siano, che ti Intimidiscono
lo sguardo e il cuore. È davvero bella, ma il suo sorriso è attraversato
da una tristezza irrimediabile e negli occhi vedi una struggente
violenza. Come un morbo indelebile che si è appropriato di lei per
sempre. L'ho conosciuta a Oviedo quando insieme a Emma Bonino, Rigoberta
Menchù e altre eroine del coraggio come lei ha ricevuto il premio
"Principe delle Asturie" da Filippo di Spagna. Era da poco nata la sua
ong, Afesip (il nome vuoi dire Agir pour les femmes
en situation précaire) e già due giganti con pistola la
proteggevano dalla mafia dei bordelli che la vede come la nemica e la
guerriera più determinata.
Ma Somaly non può avere più paura: «Quando a 12 anni un gruppo di
uomini a turno ti tortura su una stuoia, nulla ti spaventa più». Per
questo Somaly ha scritto. Perché attraverso la sua memoria si sappia
delle altre che, come lei, pagano la loro bellezza, la purezza e la
solitudine.
Sul mercato di carni bambine i numeri sono agghiaccianti: l'Onu dice che
almeno 2 milioni di minorenni sono venduti nel mondo del sesso, che
muove 40 miliardi di dollari l'anno. Mentre in Cambogia e in Thailandia,
e si teme presto in "Vietnam, molte non hanno ancora passato il
compleanno degli 11 anni.
Sri Lalin aveva proprio questa età quando suo padre, di nascosto dalla
famiglia, l'ha venduta per 450 dollari alla padrona di un bordello del
nord. «Ho sperato che mia madre mi cercasse, ho pregato tanto. Mi
ribellavo, piangevo. Allora mi versavano l'alcol adosso e mi sfioravano
con le fiamme di un accendino. Per questo a un certo punto cedi. Pensi
che quella è l'unica vita che una bambina povera e ignorante come te ha
meritato. Ma quella bimba era scomparsa. Gli uomini passavano su un
corpo che non era più mio. Finché improvvisamente uno di loro, un uomo
americano, mi ha salvato».
Solo
a Phnom Penh, capitale cambogiana, l'industria del sesso divora oggi
almeno 8 mila piccole disgraziate del sesso. «Arrivano
da noi con il trucco e il vestito della prostituzione: maschere di
dolore che imbrattano infanzie disperate. Sono bambine nel corpo ma il
loro cuore è invecchiato per sempre»: Marco Scarpati, che ha passato
dieci anni a rubare nei bordelli della Cambogia bambine e piccole
violentate, lavora come Somaly con un'ong che si chiama Ecpat
(www.ecpat.it)
e ha appena scritto un libro sui bambini cambogiani intitolato "II
rumore dell'erba che cresce". È arrabbiato. «Quei posti
luridi sono migliaia: garage sporchi, cantine dove dietro una tenda
aspetta una bambina. E i loro carnefici sono più che altro i "civili"
europei! Dovrebbero decretarla zona di catastrofe questa, peccato
che polizia e politici, coloro che dovrebbero difenderle, siano proprio
gli attori corrotti di questo sporco film».
L'ultima che è arrivata, So Li, bambina di 11 anni, aveva uno squarcio
nella vagina: 40 punti. E nascondeva il suo sangue e si vergognava. Che
vuoi fare davanti a quell'orrore se non disperarti? Disperazione e
torture. Così Somaly racconta nel suo libro che una volta, per
terrorizzarle, si usavano elementi naturali, serpenti e animali vari, ma
che oggi i moderni pedofili si sono evoluti: cavi elettrici, chiodi
piantati nella carne, per non parlare delle ultime bambine trovate a
Neack Luong incatenate nei canali fognali e bruciate vive.
Crimini che arrivano spesso dai film porno cinesi, abbecedari di torture
per gli avidi macrò e per i loro compari clienti. È come se questi
macellai di bambine volessero distruggere l'innocenza e la felicità che
non hanno avuto. Comunque credono che il sesso sia un loro diritto e lo
comprano.
Care Intemational, associazione nordamericana in Cambogia,
assicura che il 70 per cento dei cambogiani ama visitare i bordelli.
«Gli uomini orientali sono efferati e insaziabili nel sesso» scrive
Somaly. «Pensano che violentare la purezza di una vergine gli
procuri quella pelle chiara di luna che è l'ideale delle società
orientali. Ma soprattutto che assicuri loro l'immortalità».
Dunque più piccole sono le donne più gli uomini pagano. Qualche volta
fino a 3 mila dollari. Molte non ce la fanno, muoiono sole. Nessuno
parla. La legge del silenzio vince. I figli dei poveri possono sempre
scomparire: sono ombre inutili. E se non spariscono è come se, per
sopravvivere, queste disgraziate cancellassero ogni fonte di felicità e
di realtà.
«Ho due bambini di 2 e 3 anni. Stanno con la nonna. Mando 50 dollari
al mese, ma non ho nessuna foto di loro, non voglio pensare che esistano
e loro non devono sapere che esisto io»: Srey Mao si spalma crema
bianca sulla
pelle nel bordello di Poipet. Le altre ragazze dicono che, quando si
ritira di notte, pare un fantasma. Forse lo è da tempo. Fantasmi dalle
mille identità. Per questo le fanciulle cambogiane, com'è successo a
Somaly, cambiano nome finché cambia la loro sorte. Finché non trovano il
nome della felicità. «Mi sono chiamata con sette nomi diversi, ma
questo sarà per sempre: Somaly vuoi dire per lei liberazione, coraggio,
amore».
Somaly come Pierre, attivista di Médicins sans frontières
che ha conosciuto nel bordello al quale suo nonno l'aveva venduta e che
le ha dato tre bambini. Somaly come Afesip. La sua ong ha salvato almeno
3.500 bambine e, soltanto in Cambogia, ha cinque centri che si occupano
della riabilitazione, della scolarizzazione e del rimpatrio.
Molte ragazze dei bordelli arrivano infatti dal Vietnam e dal
Laos dove altre case rifugio stanno per essere aperte, «Le
vietnamite rischiano di più perché hanno la pelle bianca, dunque
bisogna proteggerle nel loro paese e creare lì strutture forti. Devono
studiare e lavorare. Essere forti da sole. Sulla giustizia non si può
contare: i giudici sono più corrotti ancora della polizia».
L'Afesip ha portato in tribunale 2 mila casi. Ma ne ha vinti solo il 5
per cento. Vergogna è una parola generosa. Una bambina di 7 anni rapita
per strada da cinquantenni ubriachi, che l'hanno violentata e tagliata
dappertutto, non ha mai avuto giustizia. «Aveva la gonna troppo
corta» hanno detto i violentatori al giudice, che avevano già
comprato. Ma Somaly non si arrende: parla con ministri, cerca fondi,
viaggia per il mondo in cerca di aiuti. E le sue bambine salvate e
rinate la ringraziano coi sorrisi di chi ha la vita davanti.
In uno dei centri di Phnom Penh ecco Chanry. È stata riscattata a 10
anni da un manicomio del sesso, oggi è una bella ragazzina di 13 anni
con nuvole azzurre sulla felpa. Sorride e racconta che farà la cantante
rock. Pheurn Channi, ancora adolescente e severa nelle fotografie
struggenti di Isabel Munoz, oggi ha vent'anni e lavora come modista. E
Keav, bambina vietnamita con gonna a fiori che, orfana, ha girato almeno
otto postriboli di vari paesi.
Per un pugno di esseri innocenti salvati rimane l'oceano dei bambini
dall'infanzia strappata e macchiata. Somaly e il suo libro lo scrivono
in ogni pagina. E ricordano quanto sia impossibile dimenticare. «Quando
chiudo gli occhi rivedo le torture. Ancora oggi ho nelle narici l'odore
delle camere dei postriboli. Allora mi lavo come una pazza, mi copro il
corpo di colonia per soffocare gli odori della mia mente. Chi ha
avuto più fortuna, le mie amiche morte e liberate o io che sopravvivo
con questo frastuono di ricordi?».
Somaly sopporta meglio le torture del corpo piuttosto che quelle del
cuore: «Quando minacciano le mie bambine,
quando le trovo ferite, piccole e sole davanti al dolore mi dispero.
Conosco, avverto il pericolo. I macrò vogliono la mia anima e il mio
corpo. Ma so anche che più osiamo più diventiamo forti e invincibili.
Non dimenticateci vi prego».
Panorama 9
novembre 2006 - altri reportage:
www.panorama.it/mondo/reportage
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