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La loro fuga è finita quando sono usciti dalla giungla, al confine tra
Laos e Cambogia, dove erano rimasti nascosti per 25 anni. Vestiti solo di
foglie intrecciate con pezzi di corteccia, gli sguardi che tradivano fame
e paura, 34 uomini e donne appartenenti a quattro differenti gruppi
etnici, con i loro bambini - alcuni nati da pochi giorni - si sono
lasciati avvicinare da sbalorditi militari laotiani. Che hanno dato loro
da mangiare e da bere prima di identificarli come cambogiani e
riconsegnarli al governatore della vicina provincia di Ratanakiri, oltre
frontiera.
Kham Khoeun, il rappresentante della capitale Phnom Penh, ha
ascoltato incredulo i primi racconti di questa tribù di uomini «rinselvatichiti».
«Sono come selvaggi, non sanno nulla - ha detto il governatore.
All’inizio erano terrorizzati. Non hanno alcuna informazione di questo
Paese (la Cambogia, ndr ) né del resto del mondo». E come potevano? Per un
quarto di secolo questa piccola tribù, una specie di famiglia allargata,
ha vagato nel fitto della foresta pluviale della regione nordorientale
cambogiana, tra altipiani e valli impervie, là dove un tempo passava il
«sentiero di Ho Chi Minh» (lungo il quale transitavano i vietcong e i
rifornimenti diretti nel Vietnam occupato dagli americani), oggi
semplicemente definita «l’Est selvaggio»: il posto ideale per nascondersi.
Da cosa? O meglio: da chi? «Fuggivano dai soldati vietnamiti, pensavano
che questi controllassero ancora tutta la regione», ha spiegato Pen Bunna,
capo dell’organizzazione non governativa Adhoc che ora si occupa del
reinserimento degli «uomini della giungla».
Per capire il perché di questa vicenda, come mai 34 uomini e donne
preferissero vivere nella giungla, cibandosi di bacche, radici e rari
animali selvatici che riuscivano a catturare, occorre fare un salto
indietro nel tempo. Un quarto di secolo, 25 anni, per l’appunto.
Gennaio 1979, la Cambogia retta dal regime sanguinario dei khmer rossi di
Pol Pot, è allo stremo. Arrivati al potere quattro anni prima sulla «canna
del fucile», come insegnava il testo base del maoismo, al collo i
fazzoletti a quadri rossi che distingueva i combattenti, spesso poco più
che ragazzi, i khmer rossi avevano portato a compimento il «sogno» di Pol
Pot: distruggere la vecchia società cambogiana e costruirne una nuova,
radicalmente votata all’ideale egualitario. Il sogno si era trasformato in
un incubo nello spazio di un mattino: i campi di rieducazione, i Killing
Fields (campi della morte) - come recita il titolo di un celebre film su
questa tragica pagina della storia - avevano inghiottito un milione 700
mila esseri umani. Soprattutto intellettuali e professionisti. Chiunque
portasse gli occhiali , si legge ne "Il racconto di Peuw", bambina cambogiana (Einaudi editore), veniva deportato, le città - ricettacolo di ogni male
- furono letteralmente svuotate. Si salvarono solo i contadini, gli
abitanti dei villaggi più remoti. Bisognava dimostrare di non avere
un’istruzione, di «usare solo le braccia».

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