Cambogia, la storia di 34 uomini e donne scappati nel 1979 davanti ai soldati vietnamiti. «Ora sono come selvaggi»
Escono dalla giungla dopo 25 anni: «Comanda ancora Pol Pot?»

Corriere della Sera 24-11-2004

La loro fuga è finita quando sono usciti dalla giungla, al confine tra Laos e Cambogia, dove erano rimasti nascosti per 25 anni. Vestiti solo di foglie intrecciate con pezzi di corteccia, gli sguardi che tradivano fame e paura, 34 uomini e donne appartenenti a quattro differenti gruppi etnici, con i loro bambini - alcuni nati da pochi giorni - si sono lasciati avvicinare da sbalorditi militari laotiani. Che hanno dato loro da mangiare e da bere prima di identificarli come cambogiani e riconsegnarli al governatore della vicina provincia di Ratanakiri, oltre frontiera.
Kham Khoeun, il rappresentante della capitale Phnom Penh, ha ascoltato incredulo i primi racconti di questa tribù di uomini «rinselvatichiti». «Sono come selvaggi, non sanno nulla - ha detto il governatore. All’inizio erano terrorizzati. Non hanno alcuna informazione di questo Paese (la Cambogia, ndr ) né del resto del mondo». E come potevano? Per un quarto di secolo questa piccola tribù, una specie di famiglia allargata, ha vagato nel fitto della foresta pluviale della regione nordorientale cambogiana, tra altipiani e valli impervie, là dove un tempo passava il «sentiero di Ho Chi Minh» (lungo il quale transitavano i vietcong e i rifornimenti diretti nel Vietnam occupato dagli americani), oggi semplicemente definita «l’Est selvaggio»: il posto ideale per nascondersi. Da cosa? O meglio: da chi? «Fuggivano dai soldati vietnamiti, pensavano che questi controllassero ancora tutta la regione», ha spiegato Pen Bunna, capo dell’organizzazione non governativa Adhoc che ora si occupa del reinserimento degli «uomini della giungla».
Per capire il perché di questa vicenda, come mai 34 uomini e donne preferissero vivere nella giungla, cibandosi di bacche, radici e rari animali selvatici che riuscivano a catturare, occorre fare un salto indietro nel tempo. Un quarto di secolo, 25 anni, per l’appunto.
Gennaio 1979, la Cambogia retta dal regime sanguinario dei khmer rossi di Pol Pot, è allo stremo. Arrivati al potere quattro anni prima sulla «canna del fucile», come insegnava il testo base del maoismo, al collo i fazzoletti a quadri rossi che distingueva i combattenti, spesso poco più che ragazzi, i khmer rossi avevano portato a compimento il «sogno» di Pol Pot: distruggere la vecchia società cambogiana e costruirne una nuova, radicalmente votata all’ideale egualitario. Il sogno si era trasformato in un incubo nello spazio di un mattino: i campi di rieducazione, i Killing Fields (campi della morte) - come recita il titolo di un celebre film su questa tragica pagina della storia - avevano inghiottito un milione 700 mila esseri umani. Soprattutto intellettuali e professionisti. Chiunque portasse gli occhiali , si legge ne "Il racconto di Peuw", bambina cambogiana (Einaudi editore), veniva deportato, le città - ricettacolo di ogni male - furono letteralmente svuotate. Si salvarono solo i contadini, gli abitanti dei villaggi più remoti. Bisognava dimostrare di non avere un’istruzione, di «usare solo le braccia».