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IL PRIMO
MINISTRO: «L'Onu è stata complice di Pol Pot, dovrebbe essere
condannata»
Le Nazioni Unite, che hanno riconosciuto fino al 1991 il seggio della «Kampuchea
Democratica», dovrebbero finire sul banco degli imputati quanto Pol Pot:
questa l'accusa lanciata dal premier cambogiano Hun Sen.
Nel gennaio del 1979, in seguito all'ingresso delle truppe vietnamite in
Cambogia, i Khmer rossi abbandonano Phnom Penh, dopo 3 anni e 8 mesi di
terrore.
Il 13 gennaio del 1979, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, su richiesta
del «Re padre», Sihanouk, invocò il ritiro delle truppe straniere
definendo la Kampuchea Democratica il solo governo legale della
Cambogia.
In quello stesso anno, l'Assemblea generale dl'ONU prima stabilì che il
governo della Kampuchea Democratica rappresentava legalmente il Paese e
poi condannò «l'aggressione vietnamita», lasciando a Pol Pot il seggio
presso l'ONU.
Tale risoluzione venne rinnovata annualmente fino al 1991.
«Ora -ha ricordato Hun Sen - le Nazioni Unite ci dicono quel che
vogliono. Noi organizzammo un processo nel 1979 che loro non hanno
riconosciuto. Oggi ci chiedono di fame un altro»

KHMER ALLA
SBARRA - Piergiorgio
Pescali
PHNOM PENH - Duch è seduto tranquillo di fronte ai giudici
internazionali. È lui il primo dei dirigenti superstiti di Kampuchea
Democratica a dover sostenere il processo contro i crimini commessi
durante il periodo in cui i Khmer Rossi erano al potere. Dopo di
lui compariranno leng Thirith, Nuon Chea, leng Sary e Khieu Samphan.
Nell'aula aleggia continuamente la impalpabile presenza di Pol Pot,
Fratello Numero Uno, il leader del movimento che oggi tutti vogliono
alla gogna, ma che tutti, direttamente o indirettamente, hanno aiutato a
nascere, crescere e trionfare.
È sulla sua memoria che si scaricano tutte le responsabilità. Duch, l'ex
maestro di matematica divenuto direttore del carcere S-21, dove venivano
imprigionati e uccisi tutti gli oppositori interni al regime, si difende
dicendo che ha agito secondo gli ordini ricevuti. leng Sary, ex ministro
degli esteri e ex cognato di Pol Pot, si discolpa affermando che la sua
dissociazione dal gruppo dirigente avvenuta all'inizio degli anni
Novanta, ha contribuito a disintegrare le ultime membra di un movimento
già moribondo. Khieu Samphan, la faccia buona e onesta del regime,
ancora rispettato da molti cambogiani,
denuncia la sua estraneità agli
eccidi, dicendo di aver occupato ruoli marginali. E infine, anche Nuon
Chea, Fratello Numero Due e intimo amico di Pol Pot, accusa il suo ex
dirigente supremo dicendo che non ha mai voluto ascoltare i suoi
consigli di moderazione.
Una morte propizia
Insomma, la morte di Pol Pot, avvenuta nel 1998, risulta ora più
propizia che mai. E non solo per gli accusati oggi portati di fronte
alla Corte Internazionale. Nella regione di Anlong Veng, ultimo quartier
generale dei Khmer Rossi, si respira un chiaro senso di nostalgia verso
il regime passato. «Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello
che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo
dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?» si chiedono i
contadini di Phumi Roessei, riuniti durante un sopralluogo della Croce
Rossa Internazionale. Qui, come in molti altri distretti del nordovest
cambogiano, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso
degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento
rivoluzionario.
La liberazione, tanto propagandata dal governo cambogiano, si è
trasformata in un incubo per molti contadini. Uno smacco per Hun Sen,
l'attuale primo ministro che ha sempre demonizzato la dirigenza
comunista e che il processo l'ha sempre osteggiato.
Il potere, per lui, è sempre stato il principale obiettivo sin da
quando, alla fine del 1978, disertò le file dei Khmer Rossi di cui era
quadro, per affiancarsi ai vietnamiti durante l'invasione avvenuta nelle
settimane seguenti. Da allora, e parliamo di ben 30 anni, questo
caparbio politico cambogiano è sempre stato al vertice del governo,
trasformando l'intera nazione in un feudo personale. Un processo equo
non farebbe piacere a nessuno: sarebbero in troppi a dover dare
spiegazioni sui loro comportamenti prima, durante e dopo l'avvento dei
Khmer Rossi al potere.
L'Occidente e le
stesse Nazioni Unite dovrebbero spiegare gli aiuti diplomatici,
finanziari e militari dati ai Khmer Rossi dopo il 1979; Sihanouk
dovrebbe convincere un'eventuale giuria obiettiva delle sue acrobatiche
manovre politiche per restare aggrappato al trono regale, Hun Sen di
come abbia aiutato Pol Pot a conquistare il potere per trasformarsi
successivamente nel suo più violento accusatore.
La scuola, inoltre, non è ancora pronta ad affrontare seriamente il
periodo di Kampuchea Democratica. Trent'anni, se possono sembrare tanti
per la nostra percezione del tempo immediato, sono invece un'inezia per
la Storia e per poter confrontarsi con essa con obiettività.
Disinteresse generale
La Cambogia post Khmer Rossi è corrotta nel suo interno, nell'animo e le
speranze di ricostruire un Paese nuovo, libero e moralmente virtuoso, si
sono infrante di fronte agli scogli del potere. Un potere
impersonificato in primo luogo dai politici: oltre dal padre-padrone
della nazione, il Primo Ministro Hun Sen, anche dall'inconcludente Sam
Rainsy per terminare con l'inaffidabile Norodom Ranariddh, figlio
dell'ex re Norodom Sihanouk che dal padre ha ereditato l'instabilità
mentale e la follia, ma non il carisma.
Non sorprende, quindi, il disinteresse con cui i cambogiani stanno
seguendo le fasi del processo; disinteresse che dimostra quanta sfiducia
vi sia nella nuova classe dirigente. In un Paese dove il potere
giudiziario è diretta emanazione di quello politico e dove le
associazioni preposte al rispetto dei diritti umani sono bandite o, nel
migliore dei casi, mal tollerate, nessuno si aspetta chiarezza. Persine
Mea Sitha Sar, figlia di Pol Pot, oggi studentessa nell'università
Pannasastra dì Phnom Penh, in una intervista esclusiva dice di non
essere assolutamente interessata al processo: «Non mi intendo di
politica; sono nata nel 1985, quando tutto ciò che viene imputato ai
Khmer Rossi era già successo. Io posso solo dire ciò che sento dalla
gente che ha conosciuto mio padre: che è stato un ottimo leader. I
cambogiani che oggi vivono nelle province un tempo controllate dai Khmer
Rossi, si lamentano del calo del livello di vita subito dopo che mio
padre è morto».
E Nuon Chea, in un'intervista rilasciata prima del suo arresto, denuncia
che «si cercano dei capri espiatori per ripulire le coscienze. Se non ci
fossero stati i Khmer Rossi, oggi la Cambogia sarebbe territorio
vietnamita. Quando il Vietnam ha invaso la Cambogia, l'ONU, gli Stati
uniti e i governi occidentali hanno condannato l'aggressione
garantendoci protezione e aiuti. Se siamo colpevoli anche chi ci ha
aiutato deve essere condannato».
ASSENTI
- Ma kissinger non siede sul banco degli imputati
- John Pilger
Nel mio hotel a Phnom Penh, le donne e i bambini sedevano da un lato
della stanza in stile palati, gli uomini dall'altro. Era, una serata
disco, ci si divertiva molto; poi improvvisamente le persone si
avvicinarono alle finestre e scoppiarono a piangere. La canzone scelta
dal dj era di un cantante Khmer molto amato, Sin Sisamouth, costretto a
scavarsi la propria fossa e a intonare l'inno Khmer Rouge prima di
essere ucciso. Negli anni successivi alla caduta di Pol Pot, mi sono
capitati molti episodi legati a ricordi di questo genere.
C'erano anche ricordi di un altro tipo. Nel villaggio di Neak Long, una
città sul fiume Mekong, mi aggirai con un uomo stravolto in mezzo a una
serie di crateri prodotti dalle bombe. Tutta la sua famiglia, composta
da tredici persone, era stata dilaniata da un B-52 americano. Questo
fatto era avvenuto quasi due anni prima che Pol Pot salisse al potere,
nel 1975. Si stima che più di 600.000 cambogiani siano stati massacrati
così.
Il problema del processo voluto dall'Onu contro i leader Khmer Rouge che
ancora rimangono - appena cominciato a Phnom Penh - è che riguarda solo
gli uccisori di Sin Sisamouth, ma non gli uccisori della famiglia di
Neak Long né i loro collaboratori.
L'olocausto cambogiano ha avuto tre
stadi. Il genocidio di Poi Pot non è che uno di essi, eppure è l'unico
ad avere un posto nella memoria ufficiale. È estremamente improbabile
che Pol Pot sarebbe salito al potere, se il presidente Richard Nixon e il
suo consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, non
avessero attaccato la Cambogia, che aveva una posizione neutrale. Nel
1973 i B-52 sganciarono sulla popolazione della Cambogia più bombe di
quante ne furono sganciate sul Giappone durante tutta la seconda guerra
mondiale: l'equivalente di cinque volte Hiroshima. Alcuni documenti
declassificati rivelano che la CIA aveva pochi dubbi sugli effetti. «
I KHMER ROUGE stanno usando il danno causato dagli attacchi dei B-52
come il principale tema della loro propaganda» riferiva il direttore
delle operazioni il 2 maggio 1973. «Questo approccio ha consentito il
reclutamento di molti giovani ed è stato efficace con i profughi». Prima dei
bombardamenti, i Khmer Rouge erano una setta maoista senza base
popolare. Le bombe fecero da catalizzatore. Pol Pot completò ciò che
Nixon e Kissinger avevano cominciato.
Kissinger non sarà sul banco degli imputati di Phnom Penh. È un
consigliere del presidente Obama per la geopolitica. Non ci sarà
Margaret Thatcher, né molti dei suoi ministri e collaboratori ad alto
livello che sono comodamente andati in pensione e che, sostenendo
segretamente i Khmer Rouge dopo che i vietnamiti li avevano espulsi,
contribuirono direttamente al terzo stadio dell'olocausto cambogiano.
Nel 1979, il governo Usa e quello britannico imposero un embargo
devastante su una Cambogia già duramente colpita perché il suo
liberatore, il Vietnam, apparteneva alla parte sbagliata della guerra
fredda. Poche campagne del Foreign Office sono state altrettanto ciniche
o altrettanto brutali. All'Onu, gli inglesi chiesero che il regime ormai
defunto di Pol Pot detenesse il «diritto» di rappresentare le sue
vittime all'Onu e votarono con Pol Pot sulle agenzie dell'Onu, tra cui
l'Organizzazione mondiale della sanità, impedendole così di lavorare
all'interno della Cambogia.
Per nascondere questo scandalo la Gran Bretagna, gli Stati uniti e la
Cina, il principale sostenitore di Pol Pot, inventarono una coalizione
«non comunista» in esilio che era, di fatto, dominata dai Khmer Rouge.
In Thailandia, la CIA e la Defence Intelligence Agency stabilirono
legami diretti con i Khmer Rouge. Nel 1983, il governo Thatcher inviò lo
Special Air Service (Sas) ad addestrare la «coalizione» nella tecnologia
sulle mine antiuomo - nel paese più disseminato di mine al mondo, con
l'eccezione dell'Afghanistan. «Confermo» scrisse Margaret Thatcher al
leader dell'opposizione Neil Kinnock, «che il governo britannico non è
in alcun modo coinvolto nell'addestramento o nell'equipaggiamento delle
forze Khmer Rouge o delle forze loro alleate, né ha colla-borato con
esse». Era una bugia sfacciata. Il 25 giugno 1991, il governo Major fu
costretto ad ammettere davanti al parlamento che il Sas aveva
segretamente addestrato la «coalizione».
Se la giustizia internazionale non è una farsa, coloro che patteggiarono
con gli omicidi di massa di Pol Pot dovrebbero essere chiamati ad
apparire davanti al tribunale di Phnom Penh: almeno, i loro nomi
dovrebbero comparire nel registro dell'infamia.
www.johnpilger.com Traduzione Marina
Impallomeni
© il manifesto 26 febbraio 2009 |