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I crimini
contro l' umanità
Le date.
È stato deciso di limitare l'arco temporale degli eventi sui quali
giudicare dal 17 aprile 1975 al 6 gennaio 1979.
I dubbi.
Il procuratore
canadese vorrebbe aumentare il numero degli imputati, quello locale
intende limitarsi a cinque.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - Kaing Guek Eav non trascorre i suoi
giorni incatenato al pavimento con altre decine di prigionieri, le
labbra a inseguire uno scarafaggio per integrare una dieta di broda
immangiabile. In carcere Kaing Guek Eav non verrà preso a bastonate,
nessuno userà tenaglie ed elettrodi contro di lui. L' attesa di Kaing
Guek Eav scorre fra comfort inauditi: una cella pulita, pasti decenti.
Nessuno lo metterà a morte. Si terrà stretta la vita. Privilegio che i
detenuti affidati alle sue cure, oltre 30 anni fa, non potevano sperare.
Kaing Guek Eav è la prima e per ora unica persona rinviata a giudizio in
Cambogia nel processo ai dirigenti dei Khmer rossi, responsabili di
crimini contro l' umanità.
Nel regime instaurato da Pol Pot tra il 1975
e il 1979 - perverso ibrido di marxismo e nazionalismo xenofobo - Kaing
portava il nome da rivoluzionario, Duch. Era il responsabile della
prigione più importante, S-21, nell' ex liceo di Tuol Sleng: vi morirono
almeno 17 mila persone, una frazione del milione 700 mila vittime del
genocidio khmer.
Duch torturava, interrogava, eliminava. «È un caso
facile. Me lo immagino rassegnato a dire la verità», commenta al
telefono Nic Dunlop, il fotografo irlandese che cercò per anni il «boia
scomparso» («The Lost Executioner», così ha intitolato il libro sulla
sua caccia), lo rintracciò e lo fece arrestare: era il maggio '99.
Dieci anni dopo, il 17 febbraio, si comincia.
Prima udienza tecnica. Poi Duch dovrà difendersi da accuse che sono nei libri di storia ma nessun
giudice ha mai pronunciato contro di lui. Polemiche sulla forma, il
mandato, il numero degli imputati, sospetti di corruzione sul personale:
mille dubbi corrodono la vigilia.
Lo stesso Dunlop teme «il rischio
dell' irrilevanza» per un procedimento che arriva tardi. Ma l'avvio del
processo contro i leader superstiti dei Khmer rossi resta un evento
epocale, al di là dei distinguo. È la chance estrema di rendere
giustizia alle vittime e di imporre agli ideologi ed esecutori del
genocidio un faccia a faccia con le loro responsabilità personali e
giuridiche.
Il cervello dei Khmer rossi, il «fratello numero uno» Pol Pot, è morto nel 1998. Così Son Sen e Ta Mok, «il macellaio».
Ma oltre a Duch, sono in carcere altri 4 gerarchi, tutti in attesa di essere
rinviati a giudizio:
Nuon Chea era il «fratello numero 2», l' ideologo
senza scrupoli;
Khieu Samphan il capo di Stato, il volto presentabile
dei Khmer rossi anche dopo la caduta del regime, l' uomo che faceva la
spola fra i campi della guerriglia e l' Onu, dove per anni la Cambogia
venne rappresentata dagli uomini di Pol Pot con l'avallo di Usa, Cina e
Gran Bretagna;
ci sono poi Ieng Sary, potente ministro degli Esteri, e
sua moglie Ieng Tirith, cognata di Pol Pot e ministro degli Affari
sociali.
Sono accusati di aver ispirato e/o ordinato massacri ed
epurazioni, ciascuno in base al suo ruolo, e di aver adottato politiche
che causarono vittime per inedia, superlavoro, assenza di cure mediche.
I capi d' imputazione abbondano, le prove raccolte anche. Manca il
tempo. Perché Duch compirà 67 anni il 17 novembre ma gli altri 4 in
carcere sono ultrasettantenni e ultraottantenni in cattiva salute.
Lanciata in era clintoniana (1994) da una risoluzione del Congresso
americano, l' ipotesi di un processo contro gli artefici del genocidio
ha impiegato anni a prendere forma. Pesavano le titubanze delle grandi
potenze, l' ambigua timidezza dell' Onu che aveva a lungo trattato i
Khmer rossi come interlocutori. E decisivo era il no della Cina, sponsor
di Pol Pot.
L' idea del processo non piaceva al re Sihanouk, già
persecutore, poi alleato, poi capo di Stato, poi ostaggio, poi di nuovo
alleato dei Khmer rossi.
Il premier Hun Sen, dagli anni Ottanta a tutt'
oggi uomo forte della Cambogia, all' inizio sentenziò: «Portandoli alla
sbarra il Paese non trarrà vantaggi, anzi, torneremo alla guerra civile.
Meglio scavare un buco e seppellirci il passato». Ora invece un processo
che non intacchi il potere gli fornirebbe una verginità morale.
Alla
fine del tira e molla l'Onu ha rinunciato all' idea di una corte sul
modello di quelle per ex Jugoslavia e Ruanda. Nel 2001 il via libera di
Phnom Penh, nel 2003 l'accordo con l'Onu.
Le Camere straordinarie
nelle Corti cambogiane (Eccc) prevedono che il tribunale sia inserito
nel sistema giuridico cambogiano, con 8 magistrati nominati dall' Onu
accanto a 11 colleghi cambogiani.
Il budget per il 2006-9 è di 56
milioni di dollari. In un Paese dalla corruzione endemica, dove un pugno
di potentissimi condiziona ogni scelta, l'indipendenza dell'Eccc
suscita legittime apprensioni, e le ong più attente hanno segnalato
vistose defaillance.
Esiste poi una serie di problemi
politico-metodologici. Come l'arco temporale entro il quale
circoscrivere i crimini contro l'umanità. La scelta draconiana di
cominciare con l'ascesa dei Khmer rossi (17 aprile 1975) e chiudere con
la caduta (6 gennaio 1979) ha reso infatti accettabile il processo a
molti, benché così siano esclusi i bombardamenti Usa (almeno 150 mila
morti, 600 mila per Christopher Hitchens) che ingrossarono le file dei
Khmer rossi, l'invasione vietnamita del '78-79, le efferatezze di Pol Pot nei territori controllati fino al '75 e dopo il '79.
E se la
stessa categoria di «genocidio» applicata al caso cambogiano non trova
unanimi i giuristi, un dilemma grave sta nel numero degli imputati. Il
tema si pose anche nell' agosto 1979, quando il governo filo-vietnamita
insediatosi a Phnom Penh organizzò un processo contro la «cricca
genocida»: condannò a morte in contumacia Pol Pot e Ieng Sary - e solo
loro due - nella speranza di spaccare la leadership della guerriglia.
Oggi i due co-procuratori la pensano ciascuno in modo opposto all'
altro. Il canadese Robert Petit ritiene che vadano aggiunti altri
imputati, per non minare la credibilità del processo. La sua collega
cambogiana Chea Leang ha dichiarato invece che «il mandato dell' Eccc
prevede solo un piccolo numero di casi».
«La cosa importante, intanto, è
processare i 5 ed emettere i verdetti prima che muoiano di vecchiaia»,
dice al Corriere Tom Fawthrop, autore con Helen Jarvis di «Getting Away
with Genocide?», volume cruciale sul processo. Fawthrop ammonisce: «Tra
i 5 c'è Nuon Chea, braccio destro di Pol Pot. Non basta? La credibilità
del tribunale sta proprio nella sua capacità di arrivare alle sentenze
per i 5. Ci potranno poi essere altri imputati, magari con un problema
di budget, ma non accetto l' argomento che allargare l' indagine ad
altri minacci la pace e la riconciliazione. In ogni caso, il tribunale è
meglio che niente. È un modello esportabile. E per la prima volta dà un
ruolo attivo alle vittime». Youk Chhang, responsabile del DcCam (il
Centro di documentazione che raccoglie prove e testimonianze), avverte
che «la deposizione di Duch porrà più problemi che chiarimenti». Poiché
non era un capo supremo ma «uno degli esecutori più importanti», e
poiché c' erano molte prigioni come la sua, l' Eccc «indagherà anche gli
altri responsabili?», si chiede Chhang. E qui si va a sbattere sulla
questione che forse più di tutte ha frenato la nascita e le attività del
tribunale: se si vanno a cercare esecutori e quadri intermedi, si
rischia di trovarli nell' amministrazione civile della Cambogia di oggi,
nell' esercito, persino nel governo. Anche Hun Sen era stato un Khmer
rosso prima di rivoltarsi contro Pol Pot e fuggire in Vietnam. E Khieu
Samphan, nella sua casa vicino al confine thailandese, prima dell'
arresto si divertiva ad alludere a Sihanouk: «Nella storia dei Khmer
rossi ci sono alte cariche...». Tutti colpevoli, nessuno colpevole, è la
linea di Khieu, assistito da Jacques Vergès, l' «avvocato del diavolo»
del nazista Barbie e di Milosevic. Ma è tardi. La storia ha parlato: sì,
colpevoli. Adesso tocca alla corte.

Kang Kek Iew (Compagno Duch)
all'età di 17 anni.
I conti del professore: 17 mila morti
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO - A Kaing Guek Eav piacevano i numeri,
amava la loro esattezza, l'ordine che sapevano dare al mondo.
Kaing era
un bravo professore khmer di origine cinese. Ma erano gli anni Sessanta,
e la rivoluzione correva sotto la pelle della Cambogia, Kaing ci
credette, si fece comunista, la polizia di Sihanouk lo catturò,
probabilmente venne torturato. Kaing divenne Duch e si diede alla
macchia.
All' imputato numero uno del processo ai Khmer rossi furono
affidate le prigioni della guerriglia.
Dopo il 1975 a Tuol Sleng,
sobborghi di Phnom Penh, comandava S-21, il carcere principale del
regime. Passavano da lui Khmer rossi vittime di purghe. Erano i
«traditori», il «nemico», «agenti della Cia e del Vietnam».
Dovevano
confessare.
E lui doveva ricostruire complotti immaginari, reti di
complicità.
La tortura faceva dire qualunque cosa a chiunque, lui
prendeva nota, la matematica lo aiutava a essere minuzioso e stringente.
Orrore con metodo.
Poi eliminava tutti i «microbi», uomini donne
bambini, 17 mila morti. Una dozzina i sopravvissuti di S-21. Nel ' 79 Duch sparì, spettro per 20 anni. Il fotografo Nic Dunlop si mise a
cercarlo, quasi in preda a un'ossessione personale. Lo scovò nel 1999,
nella zona di Samlaut, a sudovest.
Duch lavorava per Ong occidentali
prodigandosi in modo esemplare. Nessuno sapeva nulla del suo passato. Si
era convertito, era un evangelico, cristiano rinato. Arrestato.
Il filmaker Mario Zanot lo ha incontrato in carcere nel 2007 e ha appena
terminato un documentario su di lui, «Il macellaio di Phnom Penh»: «Ha
l' aria di uno zio, uno di cui fidarsi». Per Zanot «non è il dottor Jekyll e mister Hyde, dà l' dea del rivoluzionario tutto d' un pezzo.
Si difende dicendo che aveva eseguito gli ordini, altrimenti sarebbe
stato ucciso. Incolpa Pol Pot e Ta Mok. Peccato che siano morti».
(13 febbraio 2009) - Corriere della Sera -
Del Corona Marco |