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CAMBOGIA - HOTEL POL POT Il camion trasportava sacchi di riso e sopra i sacchi c'erano uomini, donne e bambini. Ma la strada verso Anlong Veng, colpita da una fitta pioggia monsonica, era piena di buche, e dentro una di queste era scivolata la mina posizionata a ridosso della carreggiata. Quando la ruota l'ha urtata, per molti di quei passeggeri non c'è stato scampo. Cinque sono morti e tre sono rimasti feriti gravemente. Sebbene in Cambogia notizie del genere non siano rare, l'incidente ha fatto scalpore, anche perché nella capitale, Phnorn Penh, il Tribunale delle Nazioni Unite per i crimini contro l'umanità si preparava in quei giorni alle prime udienze plenarie contro gli ex capi dei khmer rossi. E tra i due eventi c'è una relazione diretta. Fino al 1998 Anlong Veng era infatti la roccaforte degli ultracomunisti accusati di avere torturato, ucciso o lasciato morire di fame e fatica due milioni di cambogiani - un quarto della popolazione - tra il 1975 e il 1979. Proprio all'inizio di quest'anno, milioni di sopravvissuti e i loro figli hanno ricordato il trentesimo anniversario della fine dell'incubo, anche se le truppe vietnamite "liberatrici" rimasero poi a controllare il Paese per oltre dieci anni. Ecco perché i passeggeri di quel camion possono essere considerati le ultime vittime del regime. Anlong Veng era stata minata per difendere gli ultimi soldati rimasti con il loro ex leader: Saloth Sar, noto a tutti con il nome di battaglia Pol Pot. Fratello numero Uno.
L'imbarazzo
di Kola
Il capo
dei
khmer rossi morì ad Anlong
Veng dieci anni fa
per
un attacco di cuore o,
come sostiene qualcuno, avvelenato dai propri compagni-fratelli. Il
processo con l'accusa di tradimento al quale era stato sottoposto su
ordine di Ta Mok,
il
"macellaio" del regime, fu
celebrato tra campi di riso, case di bambù e rare strutture di cemento
simili a quelle che sono ancora oggi il nucleo del villaggio. Il corpo
fu poi bruciato su un letto di copertoni d'auto e ciocchi dì legno,
forse per non lasciare indizi utili a eventuali investigatori spediti
dalla capitale o all'esercito thailandese, che stazionava oltre il
vicino confine. È sepolto qui. Un tetto d'alluminio arrugginito è
l'unico segno di riconoscimento della tomba di Pol Pot. Qualcuno ha
anche piantato dei fiori. Certo non Khieu Kola. un giornalista cacciato
da Phnom Penh con il resto della popolazione all'arrivo dei Khmer rossi
nel 1975. «Il fatto che non ci siano insegne e transenne»,
commenta, «la dice lunga sull'imbarazzo che copre ancora la storia di
quegli anni». Secondo Kola nessuno è in grado di valutare ciò che
succederà quando la memoria storica delle torture e dei kiliing
fields, i campi di lavoro trasformati in luoghi di esecuzioni di
massa, sarà riesumata in diretta televisiva.
Per attenuare l'impatto
psicologico negativo su un Paese che vede l'economia crescere ai ritmo
del nove per cento l'anno, ma dove ogni famiglia ha sacrificato almeno
un suo membro
alla follia dei
rivoluzionari, nessun personaggio di secondo piano finirà davanti alla
Corte.
Samut e le bucce dì
frutta Di quel passato di violenza e privazioni ha ricordi che sono incubi Ret Samut. autista che di solito accompagna i turisti al tempio di Angkor Wat e ora impegnato ad Anlong Veng. «Ero un bambino con il ventre gonfio e la pelle blu, a causa della fame. Durante il regime il nostro pasto quotidiano era spesso il misero gambo di un ortaggio bollito. Oppure le bucce della frutta. Così un giorno mia madre ebbe compassione e mi diede una razione più sostanziosa. Mio padre allora tolse la minestra a tutti perché diceva che non esistevano privilegi, a cominciare dalla famiglia. Versò il liquido bollente sulla testa di mamma e la cacciò dì casa. Per un mese lei non riuscì a muoversi e io odiai mio padre al punto che lo avrei ammazzato. Ma poi ci pensarono i suoi stessi compagni ad "abolirlo", come dicevano loro, per non usare la parola uccidere».
Non ci sono Paesi con una
storia simile a quella della Cambogia sotto Pol Pot, se non la Cina
della Rivoluzione Culturale, dove però neppure i seguaci di Mao e della
Banda dei Quattro raggiunsero mai i livelli di ferocia dei loro emuli
Khmer. Che furono alleati di Pechino contro il corrotto e crudele
governo del filo-americano Lon Nol, ma anche manovrati dagli Stati
Uniti, per contrastare vietnamiti e laotiani comunisti. E quando crollò
il regime, i Khmer rossi continuarono a ricevere soldi dai cinesi, tanto
che erano in grado di controllare militarmente la maggioranza delle
province rurali lontane da Phnom Penh. Parecchi ex quadri dei Khmer rossi, oltre che gli stessi vertici ora sotto processo, sono diventati milionari proprio grazie al sistema capitalista che avevano combattuto con violenza. Qualcuno di loro ha investito a Phnom Penh, dove in questi giorni si gettano le fondamenta del primo grattacielo, da quarantadue piani, oppure a Siem Reap, vicino ai templi di Angkor ormai circondati da una selva di alberghi, negozi, ristoranti, bordelli in stile cinese, istituti di credito dai cui bancomat non escono riel cambogiani ma banconote da 50 e 100 dollari.
In gita a Dedro Sen
City? È quanto vorrebbe Nhem En, già fotografo della prigione delle torture di Tuol Sleng, venuto a vivere qui e diventato dirigente locale del Cambodia People Party del premier Hun Sen. «La mia idea è di aprire ai visitatori e di cambiare il nome al villaggio in Dedro Sen City: Dedro significa coraggioso. Sen è il nome del nostro Primo ministro, che ha riportato la pace e l'armonia nel Paese». Nhern En prova per il suo nuovo leader una venerazione eccessiva. Paragonabile a quella tributata in passato a Pol Pot. Bisogna riconoscere però che Hun Sen, ex Khmer rosso pentito e filo-vietnamita, ha caratterizzato la storia recente della Cambogia. Sotto la sua guida il Paese ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti. Ma la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e ciò che sta accadendo in molti insediamenti, dai villaggi dei pescatori alle bidonville della periferia di Phnom Penh non lascia presagire nulla di buono. Compagnie straniere asiatiche e occidentali si spartiscono gli investimenti sulla costa e nelle periferie delle città. Dopo ogni accordo stipulato per concessioni e vendite, il governo spedisce plotoni di poliziotti per intimare sgomberi improvvisi di case e baracche, siano esse abusive (le capanne lo sono quasi sempre) oppure legali. Per i ''ridislocati" a volte si aprono campi di accoglienza, ma è raro che qualcuno riceva un risarcimento, soprattutto se già non possiede nulla. E non è detto che presto non possa capitare la stessa sorte anche agli abitanti di Anlong Veng, magari per far posto all'Hotel Pol Pot. (Foto agenzia Prospekt)
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