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All'estremo nord
della Cambogia c'è Malai, un villaggio dove abita la malaria, le donne
vanno dagli indovini e gli uomini si lasciano crescere lunghi peli
attorno ai capezzoli. La giungla thailandese è a uno sputo. Nella casa
più bella del villaggio abitano Mea Som e Tep Kunnal: la vedova di Pol
Pot e il suo ultimo segretario. Dalla morte del dittatore dormono nello
stesso letto e allevano insieme l'unica sua figlia.
Il vialetto che conduce alla casa del segretario è delimitato da
una siepe e da una fila di vasi di fiori. Il segretario è seduto a un
tavolo, al piano terra. Sulla scala che porta in cucina è seduta una
ragazza e attraverso la porta del primo piano si intravede la vedova di
Pol Pot, china sui fornelli.
Tep Kunnal è un uomo sottile, dall'aria delicata. Chiede di parlare
khmer, anche se ha vissuto tredici anni negli Stati Uniti. La
promessa di prendersi cura della figlia di Pol Pot, il segretario se
l'è lasciata strappare poco prima che il dittatore morisse, nel 1998,
quando vivevano nascosti in una casa sulle montagne al confine con la
Thailandia. Lì il dittatore e il segretario elaboravano strategie
per riportare al potere i khmer rossi sconfitti dai vietnamiti
diciannove anni prima, nel 1979.
Pol Pot voleva creare l'Uomo Nuovo: un contadino nullatenente che
appartenesse anima e corpo al partito. Per riuscirci, però, doveva prima
togliere di mezzo l'Uomo Vecchio. Tra il 1975 e il 1979 ne eliminò un
milione e 700 mila.
Ogni giorno, nella casa sulla montagna, Pol Pot dettava al segretario la
propria vita. Ci mise quattro anni e diciotto volumi. Scritta l'ultima
parola, gli chiese: "Potresti occuparti di mia figlia?". I khmer rossi
combattevano per difendere le ultime roccaforti, Pol Pot per difendersi
dal cancro.
La bambina era nata dal suo secondo matrimonio. Visto che la prima
moglie non gli aveva dato figli, nel 1984 il dittatore si fece mandare
"in visione" due ragazze. La 22enne Mea Som, figlia di contadini, alta e
ben fatta, gli piacque subito. La prese come cuoca, e un anno dopo come
moglie. Passò un anno ancora e nacque una bambina. Quando Pol Pot morì
la bimba aveva dodici anni e il segretario mantenne la promessa:
divorziò dalla propria moglie, sposò la vedova del dittatore e si
trasferì a Malai con lei e con la figlia. La bambina era tutto
ciò che restava di Pol Pot - i diciotto volumi di memorie erano andati
distrutti quando le truppe governative avevano scoperto il rifugio del
dittatore e gli avevano dato fuoco.
Oggi Tep Kunnal ha 54 anni. Come Pol Pot ha trascorso l'infanzia a Phnom
Penh. Come Pol Pot, dopo il liceo ha ottenuto una borsa di studio per la
Francia. Qui, come Pol Pot, ha conosciuto la prima moglie e appreso i
rudimenti del socialismo. Poi, nel 1977, ha interrotto l'università e ha
fatto ritorno nella Cambogia comunista creata, nel frattempo, da Pol
Pot.
«Pensavo che il socialismo fosse il modo ideale per far crescere la
Cambogia. Volevo aiutare il mio Paese, ero disposto a tutto pur di
raggiungere lo scopo», dice oggi Kunnal. E il milione e 700 mila morti,
i killing fields, i campi di concentramento, tutti mezzi
giustificati dal Grande Fine? Con voce pacata, il segretario risponde:
«Ne ho discusso con Pol Pot. Abbiamo preso atto dei massacri, ma non
sapevamo chi li avesse commessi. Non era la linea politica dei
dirigenti. Il potere dei khmer rossi si reggeva su due elementi
portanti: i contadini e la forza delle loro braccia da una parte, gli
intellettuali e la forza delle loro idee dall'altra. Nel 1975, però,
dopo aver raggiunto l'obiettivo di liberare la Cambogia, i contadini
sono cambiati. Hanno dato vita a una sorta di federalismo che li ha resi
cattivi».
Il segretario intreccia le dita e con un sorriso timido, il tono
cortese, dice: «Non sono pentito». Un misto di dolcezza e orrore da
togliere il fiato.
Alla figlia di Pol Pot ha dato un nuovo nome: Sar Patchata, da Saloth
Sar – il vero nome di Pol Pot - perché non debba vergognarsi delle
proprie origini ma andarne fiera. Che cosa le racconta Top Kunnal di suo
padre? Sar Patchata in realtà sa molte cose di lui, era già una
ragazzina quando morì. Tep Kunnal dice che le insegna solo a non dar
peso ai commenti della gente: «Le racconto che suo padre era una brava
persona e un leader in gamba. Un uomo che sapeva decidere alla svelta, e
decideva per il meglio».
Anche Tep Kunnal sa prendere decisioni. Si è rimesso a fare politica.
Da quattro anni è a capo del distretto di Malai. Lo deve anche, così si
mormora, ai soldi che si è ritrovato in tasca sposando la vedova di Pol
Pot: il leader - ma è ancora un "si dice" - tra finanziamenti americani
e cinesi aveva messo insieme un bei gruzzolo. Come che sia, quando Pol
Pot pregò il suo segretario di occuparsi di sua figlia non gli chiese di
sposare anche sua moglie. Perché l'ha fatto? «Per senso del dovere»,
dice Tep Kunnal, «sarebbe apparso strano occuparmi della figlia di una
donna che non era mia moglie». Ma intanto con la vedova di Pol Pot ha
avuto un'altra figlia.
Dalla cucina la moglie ci lancia un rapido sorriso. Poi ritira la testa
nell'oscurità del primo piano. Il marito non vuole che parli con i
giornalisti. Stessa regola per la figlia adottiva: Kunnal è molto
protettivo.
Chi si domanda come mai quest'uomo sia a piede libero deve cercare la
risposta in una catena logica tipica di questo Paese - per cui tutto è
come è, e non c'è nulla di male. Nel 1997 i khmer rossi hanno deposto le
armi. Da allora la guerra prosegue nell'aula di un tribunale, e se
ancora non è successo niente non è perché non si sappia dove siano
finiti i capi khmer, lIeng Sary, ministro degli esteri, vive a Phnom
Penh con la moglie. Nuon Chea, il numero due dopo Pol Pot, e Khieu
Samphan, il capo del governo, vivono nella provincia di Paillin. Persino
l'attuale primo ministro Hun Sen era un comandante dei khmer rossi. Solo
Ta Mok, il comandante supremo delle forze armate, meglio noto come "il
macellaio", e Kang Kek Leu, il responsabile della stanza delle torture
del centro di detenzione di Tuoi Sleng, sono stati arrestati: si erano
rifiutati di deporre le armi.
In realtà se in Cambogia giustizia ancora non è stata fatta è perché Pol
Pot negli anni è riuscito a stringere amicizie importanti. Per un bei
po' i khmer rossi hanno goduto anche dell'appoggio degli Stati Uniti. È
grazie a loro se il segretario oggi può parlare un inglese così
fluent. Nel 1980 - un anno dopo la sconfitta subita per mano dei
vietnamiti, e quando già erano note le atrocità di cui si era macchiato
il regime - Tep Kunnal andò a New York come vice-ambasciatore khmer all'Onu.
E dunque oggi molti si chiedono: chi, nell'aula di un tribunale, ha
diritto a sedere sul banco dei testimoni e chi su quello degli imputati?
In quegli anni né gli Stati Uniti né la Cina erano interessati a
riportare la pace nella regione: gli Usa avevano perso la guerra del
Vietnam contro l'Unione Sovietica e adesso, insieme alla Cina,
sostenevano i khmer rossi contro il Vietnam. Solo che non potevano farlo
apertamente: Pol Pot era pur sempre un comunista...
A New York Tep Kunnal andò a vivere con la prima moglie e la figlia in
un appartamento sulla 47esima strada. Non le ha più viste da quando,
nel 1993, rientrò in Cambogia. La ragazza è rimasta in America con la
madre. Oggi il vecchio socialista cambogiano (cui non è più permesso
entrare negli Usa) e la giovane redattrice di Food & Wine Magazine (che
con la Cambogia non vuole più avere nulla a che fare) di tanto in tanto
si scrivono.
A tre ore di macchina da Malai, a Sisophon, Cheam Sok fuma davanti al
cancello del suo liceo: 1830 studenti, 33 classi, 50 insegnanti. Cheam
Sok è il preside, a lui il compito di far funzionare quel poco che ha.
Capelli rasati a zero, occhiali dorati, righe sottili tatuate
all'attaccatura dei capelli, sul mento, sul collo. Il preside è amico
del segretario (si conoscono da quando andavano insieme a scuola, a
Phnom Penh) e per tre anni ha vegliato sulla figlia di Pol Pot. Quando
Tep Kunnal si trasferì a Parigi, il preside rimase in Cambogia e divenne
insegnante di fisica. Mentre dalla capitale francese Tep Kunnal seguiva
la "liberazione" cambogiana da parte di Pol Pot. il preside veniva
incarcerato con altri 300 insegnanti in una pagoda a nord di Phnom Penh.
Ogni giorno un gruppo di prigionieri venivano presi e fucilati. Il
rituale durò una settimana, finché rimasero solo 30 insegnanti: il
preside era uno di loro - e accadeva la stessa cosa in tutto il Paese.
Quando Tep Kunnal rientrò in Cambogia, il preside sopravviveva in un
campo di concentramento. Oggi guadagna 50 dollari al mese, e campare con
uno stipendio così basso non è facile. Per questo motivo, quando quattro
anni fa Tep Kunnal lo pregò di prendere la figlia di Pol Pot nella sua
scuola e, dietro congruo compenso di ospitarla in casa propria, Cheam
Sok accettò: «Mi sono detto: la bambina non ha colpa della Storia». Per
i tre anni in cui la figlia di Poi Pot ha vissuto a casa sua, l'ex
prigioniero del padre ha cercato di fare in modo che in presenza della
ragazzina non si parlasse di politica. Solo che la ragazzina era il
ritratto del padre, stesso mento schiacciato e stessi zigomi piatti: la
riconoscevano tutti, ovunque.
Dai libri di testo, invece, Sar Patchata aveva poco da temere. Dal 1992
al 2000 i khmer rossi sono stati banditi dai libri di storia. Solo dal
2001 i libri di testo per l'ultima classe delle medie dedicano
all'argomento ben sette righe, quelli per le superiori un'intera pagina.
Ovviamente non si parla mai di "responsabilità": in un Paese in cui
l'attuale primo ministro era un khmer rosso e il re un collaboratore,
scrivere la storia è un compito arduo.
Solo una volta il preside non è riuscito a "proteggere" l'erede di Pol
Pot. Accadde un anno fa: due giornalisti del Cambodia Daily si sono
presentati davanti alla scuola e Sar Patchata si è data loro in pasto
senza rendersene neppure conto. Ha raccontato che pensa spesso a suo
padre. Che si ricorda di quando lui la prendeva in braccio e la faceva
giocare. Che il giorno in cui suo padre morì, il 15 aprile 1998, dormì
fino a tardi. E che sua madre le confidò le ultime parole del padre: che
studiasse, e si comportasse sempre bene. Lor Chandera, uno dei due
giornalisti che è riuscito a parlarle, dice di essersi fatto
l'impressione di una ragazza ubbidiente e molto timida. Quando le ha
chiesto del tribunale chiamato a giudicare i crimini compiuti dai khmer
rossi, lei si è limitata ad abbassare io sguardo.
Una foto pubblicata sul giornale la ritrae davanti al liceo, con la coda
di cavallo, la gonna blu a pieghe e la camicetta bianca. Sorride,
guardando verso l'obiettivo.
Oggi Sar Patchata studia amministrazione aziendale alla Pannasastra,
università privata della capitale, la più cara del Paese. È sempre stata
una studentessa mediocre, come il padre, al liceo non è riuscita nemmeno
a piazzarsi tra i primi dieci della classe. Cionondimeno fa parte di
quell'l% di giovani cambogiani che possono permettersi di frequentare
l'università.
Quando raggiungiamo Phnom Penh è mattina. L'università in cui studia la
figlia di Poi Pot è in buona parte finanziata dagli Stati Uniti. Il
rettore dell'istituto, Kol Pheng, ha lavorato per Bush in Texas. È da
ottobre che Sar Patchata vive nella capitale. Divide un appartamento con
altre cinque compagne e arriva tutte le mattine all'università in
motorino. Il padre adottivo vorrebbe che Sar Patchata potesse finalmente
cominciare a vivere «come una persona qualunque». Ma se l'ha iscritta
qui è perché ha fiducia nel rettore - lo conosce dai tempi di New York:
Kol Pheng è anche ministro dell'istruzione e saprà proteggere la ragazza
da domande indiscrete. Se chiedi in giro per il campus i ragazzi
rispondono che sì, hanno sentito dire che ci sarebbe tra loro "il figlio
di un pezzo grosso dei khmer rossi", ma di più non sanno. Nei registri
il nome di Sar Patchata non figura, ma tanto in Cambogia i nomi lasciano
il tempo che trovano. E poi ci sono tanti modi per scrivere la stessa
cosa.
"D" Repubblica - 6 maggio 2006 - Kerstin
Kohlenberg - © Die Zeit
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