Come distruggere la terra di Dak Dam
il manifesto del 03 Febbraio 2007 (Marina Forti)
 


Tutti nel villaggio comprendono la necessità di proteggere la foresta, «non possiamo vivere senza alberi e senza terra», dice un portavoce del villaggio di Dak Dam nel distretto di Mondulkiri, nella Cambogia nord-orientale, a un gruppo di forestieri.
I visitatori erano attivisti di gruppi ambientali di cinque paesi del bacino del Mekong (Cambogia, Laos, Thailandia, Vietnam e Cina) che nel novembre scorso hanno partecipato a una «Conferenza regionale sulle piantagioni di alberi», organizzata dal Ngo Forum on Cambodia, Oxfam e dal World Rainforest Movement nella cittadina cambogiana di Kratie, affacciata sul Mekong.
È in quell'occasione che gli attivisti si sono spinti in quel villaggio remoto (notizia della conferenza, e anche dell'incontro nel villaggio di Dak Dam, è sul bollettino on-line www.wrm.org.uy, dicembre 2006).
Dak Dam, abitato da indigeni Phnong, è in una zona di operazioni di Wuzhishan, una compagnia forestale cinese-cambogiana che ha stretti legami con il governo di Phnom Penh.
Nell'agosto 2004 il governo gli ha dato una concessione su quasi duecentomila ettari (per la precisione 199.999), di cui 10mila ettari con il permesso di stabilirvi da subito piantagioni commerciali. La compagnia sino-cambogiana ha subito raddoppiato il territorio ottenuto per le piantagioni, dicono gli abitanti di Dak Dam, espandendosi su 20mila ettari.
Né Wuzhishan, né il governo hanno dato alla comunità locale mappe della concessione. «Gli abitanti vogliono sapere perché l'azienda può prendere la terra. Lottiamo contro l'azienda perché abbiamo bisogno la terra da coltivare. È da due anni che protestiamo», ha detto il portavoce del villaggio ai visitatori.
In quella zona non si sono le classiche risaie allagate ma si coltiva riso, a rotazione, su campi in collina. L'azienda forestale ha occupato parte di quei campi, denunciano gli abitanti del villaggio.
Quest'anno poi la siccità ha distrutto quello che restava del raccolto di riso, che nella campagne cambogiane è l'alimento di base. «L'azienda ha tagliato tutti gli alberi sulle nostre terre, anche quelli in cui albergavano gli spiriti», dice un altro degli abitanti: «Hanno occupato anche la terra dove usavamo seppellire i nostri antenati. Hanno tagliato i grandi alberi: noi non li tagliamo mai. In cima alla collina avevamo gli alberi da frutto, e hanno tagliato anche quelli. Così ora non abbiamo più frutta, che una volta vendevamo al mercato per comprare altre cose».
Le parole degli abitanti di Dak Dam, riferite dagli attivisti ambientali, esprimono una profonda offesa, oltre che un danno materiale: ««La terra e gli alberi sono rispettati, nella nostra cultura. Noi diamo importanza a vivere insieme in un certo modo». Il governo «ha proibito di bruciare le stoppie, ma noi abbiamo bisogno di bruciarle perché il terreno ributti buona erba per il pascolo», spiegano i paesani.
È una questione di scala: l'agricoltura taglia-e-brucia è sostenibile e ragionevole, se fatta su piccola scala come in un piccolo villaggio delle colline cambogiane - ma diventa una pratica devastante se a farlo sono le grandi aziende forestali che bruciano grandi estensioni di terre incolte per farvi le loro piantagioni.
In seguito al divieto però l'azienda ha arruolato dei guardiani che controllano quello che fanno i contadini del luogo, e soprattutto se si avvicinano ai terreni e agli alberi dell'azienda.
Ancora: gli abitanti denunciano che la compagnia usa prodotti chimici per diserbare nelle piantagioni. «I prodotti chimici scorrono nei torrenti e nei fiumi, che sono la nostra acqua da bere. I pesticidi nei fiumi uccidono i pesci». Il pesce è la principale fonte di proteine animali per la popolazione rurale indocinese...
Il punto è che quando gli abitanti di Dak Dam hanno protestato presso le autorità locali, sono stati trattati con le maniere forti. Gli è stato vietato muoversi dal loro villaggio, e quando sono andati nel capoluogo di distretto per protestare sono stati dispersi con gli idranti.
«Ma continueremo a protestare, finché il governo ci restituirà la nostra terra».