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Tutti nel villaggio comprendono la necessità di proteggere la foresta, «non
possiamo vivere senza alberi e senza terra», dice un portavoce
del villaggio di Dak Dam nel distretto di Mondulkiri, nella Cambogia
nord-orientale, a un gruppo di forestieri.
I visitatori erano attivisti di gruppi ambientali di cinque paesi del
bacino del Mekong (Cambogia, Laos, Thailandia, Vietnam e Cina) che nel
novembre scorso hanno partecipato a una «Conferenza regionale sulle
piantagioni di alberi», organizzata dal Ngo Forum on Cambodia, Oxfam
e dal World Rainforest Movement nella cittadina cambogiana di Kratie,
affacciata sul Mekong.
È in quell'occasione che gli attivisti si sono spinti in quel villaggio
remoto (notizia della conferenza, e anche dell'incontro nel villaggio di
Dak Dam, è sul bollettino on-line www.wrm.org.uy, dicembre 2006).
Dak Dam, abitato da indigeni Phnong, è in una zona di operazioni di
Wuzhishan, una compagnia forestale cinese-cambogiana che ha stretti
legami con il governo di Phnom Penh.
Nell'agosto 2004 il governo gli ha dato una concessione su quasi
duecentomila ettari (per la precisione 199.999), di cui 10mila ettari
con il permesso di stabilirvi da subito piantagioni commerciali. La
compagnia sino-cambogiana ha subito raddoppiato il territorio ottenuto
per le piantagioni, dicono gli abitanti di Dak Dam, espandendosi su
20mila ettari.
Né Wuzhishan, né il governo hanno dato alla comunità locale mappe della
concessione. «Gli abitanti vogliono sapere perché l'azienda può
prendere la terra. Lottiamo contro l'azienda perché abbiamo bisogno la
terra da coltivare. È da due anni che protestiamo», ha detto il
portavoce del villaggio ai visitatori.
In quella zona non si sono le classiche risaie allagate ma si coltiva
riso, a rotazione, su campi in collina. L'azienda forestale ha occupato
parte di quei campi, denunciano gli abitanti del villaggio.
Quest'anno poi la siccità ha distrutto quello che restava del raccolto
di riso, che nella campagne cambogiane è l'alimento di base. «L'azienda
ha tagliato tutti gli alberi sulle nostre terre, anche quelli in cui
albergavano gli spiriti», dice un altro degli abitanti: «Hanno
occupato anche la terra dove usavamo seppellire i nostri antenati. Hanno
tagliato i grandi alberi: noi non li tagliamo mai. In cima alla collina
avevamo gli alberi da frutto, e hanno tagliato anche quelli. Così ora
non abbiamo più frutta, che una volta vendevamo al mercato per comprare
altre cose».
Le parole degli abitanti di Dak Dam, riferite dagli attivisti
ambientali, esprimono una profonda offesa, oltre che un danno materiale:
««La terra e gli alberi sono rispettati, nella nostra cultura. Noi
diamo importanza a vivere insieme in un certo modo». Il governo «ha
proibito di bruciare le stoppie, ma noi abbiamo bisogno di bruciarle
perché il terreno ributti buona erba per il pascolo», spiegano i
paesani.
È una questione di scala: l'agricoltura taglia-e-brucia è sostenibile e
ragionevole, se fatta su piccola scala come in un piccolo villaggio
delle colline cambogiane - ma diventa una pratica devastante se a farlo
sono le grandi aziende forestali che bruciano grandi estensioni di terre
incolte per farvi le loro piantagioni.
In seguito al divieto però l'azienda ha arruolato dei guardiani che
controllano quello che fanno i contadini del luogo, e soprattutto se si
avvicinano ai terreni e agli alberi dell'azienda.
Ancora: gli abitanti denunciano che la compagnia usa prodotti chimici
per diserbare nelle piantagioni. «I prodotti chimici scorrono nei
torrenti e nei fiumi, che sono la nostra acqua da bere. I pesticidi nei
fiumi uccidono i pesci». Il pesce è la principale fonte di proteine
animali per la popolazione rurale indocinese...
Il punto è che quando gli abitanti di Dak Dam hanno protestato presso le
autorità locali, sono stati trattati con le maniere forti. Gli è stato
vietato muoversi dal loro villaggio, e quando sono andati nel capoluogo
di distretto per protestare sono stati dispersi con gli idranti.
«Ma continueremo a protestare, finché il governo ci restituirà la
nostra terra».
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