Ancora impuniti i "criminali khmer"
 


Cambogia senza giustizia! A trent’anni dal genocidio cambogiano i sopravvissuti aspettano ancora un processo.

Il 17 aprile 1975 in Cambogia inizia il cosiddetto “anno zero”, il periodo più buio e senza ritorno della storia del Paese asiatico. I guerriglieri comunisti Khmer Rossi, guidati dal generale Pol Pot, entrano nella capitale Phnom Penh e rovesciano il governo del filoamericano Lon Nol.
Sono anni turbolenti per l’Indocina. Dopo la Corea era esplosa la guerra del Vietnam, la crisi del Laos e il conflitto in Cambogia. Tutti risultati della pressione militare esercitata sull’area dagli Stati Uniti, intenzionati a mantenere una forte presenza politico-militare ai confini della Cina Popolare.
In Cambogia governa la giunta di Lon Nol, un esecutivo corrotto e tenuto in vita dagli aiuti di Washington. Il popolo è sfinito dalla violenza, dalla fame, dai combattimenti.
Quella che doveva essere una liberazione si rivela nel giro di poche ore un incubo. Già il 18 aprile, un giorno dopo, la città è deserta: migliaia di uomini, donne e bambini sono stati deportati immediatamente nelle campagne da un esercito di fanatici con una base culturale e ideologica fragile se non inesistente.
Ma è stato solo l’inizio dello sterminio. I Kmer Rossi impiantano campi di ‘rieducazione’ dove in soli quattro anni vengono eliminate un milione e settecentomila persone. Chiunque fosse laureato, avesse una istruzione di medio livello, parlasse le lingue straniere andava ucciso. E’ abolito l’uso del denaro, vietata la proprietà privata. Ogni libertà fondamentale è cancellata, il Paese è chiamato Kampuchea Democratica.
Il principe Sihanouk, leader storico del Paese e alleato dei Khmer rossi dal 1970, diventa presidente. Il nuovo capo di stato aveva il solo obiettivo di salvaguardare il suo ruolo. I cambogiani che avevano riposto in Sihanouk e nella guerra di liberazione dagli americani e da Lon Nol tutte le loro speranze erano stati traditi due volte.
Per le immense risaie del Paese, contadini terrorizzati e scheletrici erano costretti a lavorare come animali, vestiti in lugubri divise nere, per la nuova oligarchia comunista. La tragedia ebbe fine nel ’79 solo grazie all’intervento dell’esercito vietnamita, per altro condannato dalla comunità internazionale, che riuscì a sconfiggere gli uomini di Pol Pot e restituì la Cambogia alla civiltà.

A trent’anni di distanza le vittime non hanno ancora avuto giustizia. Il genocidio cambogiano è una pagina ormai dimenticata della storia contemporanea. Determinati nel conservarne la memoria, una trentina di associazioni di esuli cambogiani e organizzazioni non governative (ong) francesi, tra cui Amnesty-Francia, daranno vita domani a Parigi a una giornata di commemorazione che si concluderà con una marcia fino al Trocadero, nello scenario suggestivo che si estende di fronte alla Tour Eiffel.

Il legame tra la Francia e la Cambogia è antico e irrisolto: le truppe di Parigi occuparono il Paese asiatico per novanta anni, dal 1863-1953. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Parigi aveva tentato di ricostruire il suo controllo sull’Indocina, ma dopo la disfatta di Dien Bien-Phu, in Vietnam, nel 1954 per mano degli indipendentisti guidati da Ho Chi Minh e dal generale Giap, i francesi erano stati espulsi dalla zona. Per questo alla fine degli anni sessanta, per riconquistare una presenza in Indocina, Parigi aveva appoggiato Sihanouk e i suoi alleati Khmer Rossi, in funzione anti Usa e senza dar rilievo alla politica delirante e sanguinaria di Pol Pot.

Le Nazioni Unite e il governo cambogiano hanno dichiarato che entro l’anno si terrà a Phnom Penh il primo processo ad alcuni capi Khmer, nonostante manchino ancora 4 milioni di dollari sui 40 necessari ad allestire i tribunali.
Davanti alla Corte, per tre anni, appariranno solo sei ex guerriglieri, ormai anziani. Sull’atteso processo, Hoc Pheng Chay, magistrato cambogiano trasferitosi nella capitale francese sei mesi prima della caduta di Phnom Penh e presidente di “Le Comité des victimes des Khmer Rouges” (Il Comitato delle vittime dei Khmer rossi), dichiara al telefono: “Non sono affatto ottimista. Per un processo equo servono più anni. Innanzitutto bisogna fare un’inchiesta per accertare le responsabilità che non riguardano solo sei persone, ma molte di più: almeno trenta se si considerano i membri del governo dei Khmer Rossi e i capi militari. Inoltre bisogna trovare il tempo di ascoltare le denunce di tutti i sopravvissuti”.

Chay, che nel ’75 lasciò in Cambogia famigliari e amici di cui “molti sono morti durante il regime”, accusa: “Dopo trent’anni il processo non è ancora stato fatto per volontà sia dei successivi governi cambogiani sia della comunità internazionale. Quest’ultima non ha mai voluto creare un Tribunale internazionale ad hoc, come quello di Arusha per il genocidio ruandese e quello dell’Aja per i crimini di guerra compiuti nell’ex Iugoslavia. Il governo attuale, d’altra parte, ha assunto una posizione ambigua: è formato ancora da ex Khmer Rossi in libertà, come i ministri degli Esteri e degli Interni, e allo stesso tempo dice di voler processare i vecchi capi. Non ci sarà mai giustizia finché le autorità non riconosceranno apertamente che c’è stato un genocidio e non chiederanno pubblicamente perdono”.
Francesca Lancini - 16.4.2005




 

Cambogia, 30 anni dopo le stragi i macellai Khmer restano impuniti
Si riunisce il tribunale internazionale che non potrà fare giustizia
 

PHNOM PENH - Venerdì 6 ottobre i procuratori dei tribunali internazionali incaricati di giudicare i crimini di genocidio e contro l’umanità commessi nei Balcani, in Rwanda, in Sierra Leone e in Cambogia, si troveranno all’Aja con i procuratori della Corte penale internazionale per mettere a confronto le loro inchieste e i problemi ad esse collegati. Si tratterà, nel caso della Cambogia, di una prima assoluta, perché a oggi nessun atto d’accusa è stato formulato contro i responsabili, ancora in vita, del genocidio perpetrato dal 1975 al 1979. Ma le camere straordinarie del Tribunale speciale khmer rossi (Tkr) per giudicare i crimini commessi nella Kampuchea democratica hanno già iniziato il loro lavoro. La macchina è stata avviata in vista di quello che pare il grande esorcismo di una tragedia a lungo sottovalutata.


I Khmer rossi hanno preso il potere il 17 aprile 1975, sulle ceneri del regime filoamericano del generale Lon Noi. L’hanno lasciato il 5 gennaio 1979 dopo l’attacco dell’esercito vietnamita. In questo periodo si sono resi responsabili di una catastrofe totalitaria e umanitaria tra le peggiori. Il Centro di documentazione della Cambogia, a Phnom Penh (www.dccam.org) riporta oltre 20 mila fosse comuni e 189 centri di detenzione e di tortura. Il più celebre è quello del liceo Tuol Sleng a Phnom Penh, noto come S-21. In quattro anni il regime della Kampuchea democratica ha messo a morte attraverso la tortura, l’assassinio, la prigionia e più spesso la carestia organizzata, due milioni di esseri umani. In tutto, oltre un quarto della popolazione cambogiana. Forse anche più. Il censimento ordinato nel 1990 dal nuovo regime, porta le vittime a 3.314.768, in un Paese che prima della tragedia contava meno di 8 milioni di abitanti; fra loro il 91% dei medici, l’83% dei farmacisti, il 45% degli infermieri.


È stato un trauma tremendo. La determinazione delle responsabilità resta un mistero. I capi sono noti, morti o viventi che siano. Ma chi è responsabile di cosa? Come chiamare ciò che è successo? Genocidio, autogenocidio, crimini contro l’umanità? Quanti «piccoli» khmer rossi restano nascosti? Il processo non risponderà a tutte le domande. Ma potrà preparare il terreno per un dibattito pubblico che finora non si è tenuto, prima che scompaia la generazione dei protagonisti. Nei libri di scuola i bambini cambogiani non trovano una riga su questo. L’idea di un processo internazionale è nata negli Anni ‘80. Ma è rimasta in sospeso mentre si perpetuava una delle «piccole guerre» della Guerra fredda (il Vietnam filosovietico occupava militarmente la Cambogia). Non c’è stato modo, per un ventennio, di aprire il dossier. Pechino, Washington e Bangkok si opponevano, poco inclini a veder stabilite le loro responsabilità, prima durante e dopo il dramma. L’Onu, che aveva a lungo accolto il rappresentante diplomatico del regime comunista cambogiano, si opponeva. Gli europei erano in gran parte indifferenti. Ancora oggi questa giustizia fa paura a molti cambogiani.
 

Il tribunale
Il Tkr è il frutto di un compromesso fra l’Onu e la Cambogia. Deve solo pronunciarsi sulle responsabilità individuali di chi ha esercitato funzioni di comando durante il regime Khmer. Questo tribunale, mezzo nazionale e mezzo internazionale, riunisce trenta magistrati in due camere, una per il primo grado e una per l’appello. Tra loro 13 magistrati stranieri con un implicito potere di veto. Si applica il sistema giudiziario cambogiano, rimesso in sesto con l’aiuto della Francia. Solo se la giustizia nazionale si rivelerà insufficiente si ricorrerà alle leggi internazionali. Il dispositivo (300 persone) è finanziato da un budget internazionale e locale di 56 milioni di dollari (circa 45 milioni di euro) per tre anni. Con largo anticipo sulla prima udienza, fissata a metà 2007, questa giustizia solleva numerosi interrogativi.

I limiti e le attribuzioni
È fatto divieto di giudicare «i Paesi stranieri o le organizzazioni»; implicitamente, la Cina, che ha foraggiato e armato i Khmer rossi, è scagionata. Così come le istanze internazionali che hanno permesso fino al 1991 la sopravvivenza degli insorti khmer contro la dominazione vietnamita. Quella guerriglia fu allora un comodo avversario contro il «campo sovietico», di cui il Vietnam era alleato. Anche i misfatti dei Khmer rossi prima del 1975, in quanto «organizzazione» che controllava alcune regioni, sono assolti.
 

La natura delle prove
Si parla di fatti accaduti trent’anni fa. Molti testimoni sono morti, spesso sono state nascoste, o perdute, le prove. Il Centro di documentazione sulla Cambogia ha raccolto decine di migliaia di pagine di documenti. «Non sono le informazioni che mancano, ma piuttosto le risorse umane», riconosce il suo direttore, Youk Chlang, addolorato che il tribunale non abbia investito più denaro nello sfruttamento di queste fonti scritte o fotografiche, «malgrado un budget considerevole».
Il vecchio re, Norodom Sihanouk, sottolinea che si spendono inutilmente somme che sarebbero state più utili per migliorare la vita dei cambogiani poveri. Nondimeno intende comparire davanti al tribunale se avrà l’occasione di regolare i suoi vecchi conti.
 

I capi d’imputazione
La laboriosa negoziazione, durata otto anni, prevede che gli accusati siano giudicati in primo luogo sulle loro responsabilità nei termini degli articoli della legge cambogiana corrispondenti a quella internazionale, e in subordine al codice penale cambogiano, d’ispirazione francese. I capi d’imputazione vanno dai crimini contro l’umanità alla violazione dell’immunità diplomatica. Le accuse
È il dossier più sensibile. Tre grandi capi Khmer sono morti: Pol Pot, Son San e Ta Mok. Restano in vita molti ex dirigenti che tentano di defilarsi. Khieu Samphan, capo di Stato nominale della Kampuchea democratica, si difende dicendo di non aver mai saputo dei massacri; Ieng Sary, ministro degli Esteri, ha negoziato in anticipo la sua consegna e vive impunito a Phnom Penh. Personaggio ambiguo Kang Kek Ieu, alias «Douch», il capo dei torturatori, si è poi convertito al cristianesimo. Ma i grandi protagonisti non sono soli alla ribalta. Anche i responsabili locali dei massacri potrebbero finire in aula.

Le finalità
Si tratta di contribuire alla «riconciliazione nazionale», dice Heleyn Unac, consulente giuridica che ha lavorato anche per il Rwanda e la Sierra Leone. Il calendario
L’istruttoria dovrebbe aprirsi a fine ottobre. In teoria un primo grande processo con udienze pubbliche dovrebbe tenersi a metà 2007.
Copyright Le Monde ha collaborato Jerémie Foulon - La Stampa 5/10/2006 Sezione: Esteri
 

Sono passati 31 anni da quel 17 aprile in cui i Khmer rossi presero il potere in Cambogia instaurando un clima di terrore in ogni angolo del Paese. Il loro potere fu assoluto per quattro anni durante i quali si stima siano stati uccisi un milione e settecentomila cambogiani ritenuti oppositori del regime. Per ricordare la più  grande tragedia che il Paese abbia mai conosciuto, oggi i cambogiani visitano monumenti, memoriali, musei degli orrori di regime deponendo fiori accanto ai teschi delle vittime (Ap)