|
Nord della Cambogia, metà anni
Settanta.
La fame è lo strumento con cui il regime comunista di Pol Pot rende
inerte la popolazione. Un bambino vede l'abbondante mangime in una
porcilaia. S'intrufola tra i maiali e riesce a ingollare del pane
raffermo. La mattina seguente, un soldato grida: «E questa montagna di
merda di chi é?" Nessuno risponde. "Ammutolimmo. Chath alzò la testa, mi
guardò e poi disse soltanto: "É mia." Lo portarono via e non lo rividi
mai più. Giorni dopo seppi che lo avevano ucciso dopo avergli fatto
mangiare le sue feci, considerate "troppo abbondanti"».
A raccontare in Non calpestate le farfalle (libro-testimonanza
di Aki Ra, raccolto da Anais Ginori) è un ragazzo che probabilmente oggi
ha trentaquattro anni. Non c'è certezza sulla sua nascita, come per
molto tempo non ce n'è stata sul suo nome. Orfano prima che potesse
anche mormorare ma e pak (i genitori furono
entrambi uccisi nei killing fields), il ragazzo viene
allevato dall'Angkar, il Partito comunista di Pol Pot. Se
i vecchi del villaggio l'avevano chiamato Lo (pesante), i
khmer rossi lo chiamano Yeak (gigante), preparandolo a
essere Klea, «più forte della tigre», quando a otto anni
sarebbe diventato un ragazzo guerriero.
«Un piccolo khmer rosso come me non aveva sensi di colpa o dubbi» dice.
Klea è una spia straordinaria, impara a
usare le armi, a innescare mine. Soprattutto, a non avere pietà.»
Intanto, dopo meno di quattro anni, il regime di Pol Pot cade e i
vietnamiti occupano la regione. Klea viene catturato e passa dalla loro
parte. Ha 10 anni, diventa Teo, «bambino furbo», per la
sua abilità nell'uso delle mine. «Non mangia, non dorme, non si ammala.
La mina è il soldato migliore».
La brava spia ora aiuta a catturare i suoi ex compagni. «La mia vita non
era cambiata poi molto. Eseguivo gli ordini, come sempre». Passano otto
anni e Teo può conoscere addirittura la pace. Nella sua terza divisa,
quella dell'esercito cambogiano, diventa Tamon, il «cacciatore».
Ma la svolta è dietro l'angolo. Con le Nazioni Unite, la conoscenza
delle mine gli permette di avere un lavoro. Cinque dollari per ogni mina
disinnescata. «Imparavo a fare del bene e mi piaceva»
É il 1993, le prime elezlioni libere. Il ragazzo fa la guida turistica,
colleziona armi e ha l'idea che gli cambia definitivamente la vita: un
museo che testimoni la lunga guerra passata. Mortai, pistole, maschere
antigas, lanciarazzi, soprattutto mine. Per mantenere viva la memoria. E
l'attenzione sul presente: nel '96 in Cambogia muoiono dodici persone al
giorno saltando su una mina e innumerevoli sono i feriti.
Eppure la nuova battaglia è la più difficile. Aki Ra, eroe
coraggioso dei manga giapponesi, è il suo ultimo nome, ma il
coraggio serve a poco contro i nuovi nemici.
La parte finale della lunga confessione è paradossalmente la più
scioccante. Non ci sono decapitazioni né torture né delazioni. C'è il
trionfo di un capitalismo selvaggio che distrugge ogni cosa.
«Ho più paura adesso che durante la guerra» dice Aki Ra. Che si sposa,
ha due figli e allarga la propria famiglia a 16 ragazzini mutilati dalle
mine. E non si ferma davanti a nulla. Se non per guardare i bordelli che
aprono ovunque, l'Aids che uccide ed emargina, i bar dove un caffé costa
quanto uno stipendio, le rovine di Angkor Wat, ormai proprietà dei
turisti.
di Matteo Nucci
 |