Io, bambino killer di Pol Pot,
ho più paura ora che in guerra.
il Venerdì di Repubbblica - 13 luglio 2007
 

Nord della Cambogia, metà anni Settanta.
La fame è lo strumento con cui il regime comunista di Pol Pot rende inerte la popolazione. Un bambino vede l'abbondante mangime in una porcilaia. S'intrufola tra i maiali e riesce a ingollare del pane raffermo. La mattina seguente, un soldato grida: «E questa montagna di merda di chi é?" Nessuno risponde. "Ammutolimmo. Chath alzò la testa, mi guardò e poi disse soltanto: "É mia." Lo portarono via e non lo rividi mai più. Giorni dopo seppi che lo avevano ucciso dopo avergli fatto mangiare le sue feci, considerate "troppo abbondanti"».
A raccontare in Non calpestate le farfalle (libro-testimonanza di Aki Ra, raccolto da Anais Ginori) è un ragazzo che probabilmente oggi ha trentaquattro anni. Non c'è certezza sulla sua nascita, come per molto tempo non ce n'è stata sul suo nome. Orfano prima che potesse anche mormorare ma e pak (i genitori furono entrambi uccisi nei killing fields), il ragazzo viene allevato dall'Angkar, il Partito comunista di Pol Pot. Se i vecchi del villaggio l'avevano chiamato Lo (pesante), i khmer rossi lo chiamano Yeak (gigante), preparandolo a essere Klea, «più forte della tigre», quando a otto anni sarebbe diventato un ragazzo guerriero.
«Un piccolo khmer rosso come me non aveva sensi di colpa o dubbi» dice. Klea è una spia straordinaria, impara a usare le armi, a innescare mine. Soprattutto, a non avere pietà.»
Intanto, dopo meno di quattro anni, il regime di Pol Pot cade e i vietnamiti occupano la regione. Klea viene catturato e passa dalla loro parte. Ha 10 anni, diventa Teo, «bambino furbo», per la sua abilità nell'uso delle mine. «Non mangia, non dorme, non si ammala. La mina è il soldato migliore».
La brava spia ora aiuta a catturare i suoi ex compagni. «La mia vita non era cambiata poi molto. Eseguivo gli ordini, come sempre». Passano otto anni e Teo può conoscere addirittura la pace. Nella sua terza divisa, quella dell'esercito cambogiano, diventa Tamon, il «cacciatore».
Ma la svolta è dietro l'angolo. Con le Nazioni Unite, la conoscenza delle mine gli permette di avere un lavoro. Cinque dollari per ogni mina disinnescata. «Imparavo a fare del bene e mi piaceva»
É il 1993, le prime elezlioni libere. Il ragazzo fa la guida turistica, colleziona armi e ha l'idea che gli cambia definitivamente la vita: un museo che testimoni la lunga guerra passata. Mortai, pistole, maschere antigas, lanciarazzi, soprattutto mine. Per mantenere viva la memoria. E l'attenzione sul presente: nel '96 in Cambogia muoiono dodici persone al giorno saltando su una mina e innumerevoli sono i feriti.
Eppure la nuova battaglia è la più difficile. Aki Ra, eroe coraggioso dei manga giapponesi, è il suo ultimo nome, ma il coraggio serve a poco contro i nuovi nemici.
La parte finale della lunga confessione è paradossalmente la più scioccante. Non ci sono decapitazioni né torture né delazioni. C'è il trionfo di un capitalismo selvaggio che distrugge ogni cosa.
«Ho più paura adesso che durante la guerra» dice Aki Ra. Che si sposa, ha due figli e allarga la propria famiglia a 16 ragazzini mutilati dalle mine. E non si ferma davanti a nulla. Se non per guardare i bordelli che aprono ovunque, l'Aids che uccide ed emargina, i bar dove un caffé costa quanto uno stipendio, le rovine di Angkor Wat, ormai proprietà dei turisti.
di Matteo Nucci