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Chi commette in Cambogia reati sessuali a
danni di minori sconterà la pena nelle carceri del suo paese... Uno
striscione appeso nelle strade principali di Phnom Penh e Siem Reap
mette bruscamente in guardia i pedofili. Forse non è sufficiente ad
arginare il turpe fenomeno esploso dietro il paravento del turismo. Ma è
un segnale che il paese asiatico ancora segnato dal genocidio dei khmer
rossi non si rassegna a diventare oggi una fabbrica di giovanissimi
schiavi spinti dalla miseria alla prostituzione e allo spaccio di
stupefacenti (eroina e yama, potentissima meta-anfetamina).
Ventisei anni dopo la cacciata di Pol Pot, l'Hitler dell'Indocina che,
ossessionato dal miraggio dell'"uomo nuovo", fra il '75 e il '79
sterminò due milioni di connazionali, svuotò le città deportando
l'intera popolazione nei campi, chiuse le scuole ed eliminò la moneta,
la Cambogia continua ad arrancare nella palude del sottosviluppo. In
quattro quinti del territorio manca l'elettricità e l'acqua.
L'aspettativa di vita è di soli 54 anni. Cinque sui 13 milioni di
cittadini vivono con meno di un dollaro al giorno.
Oltre sette milioni non sanno né leggere né scrivere. Solo un giovane su
dieci riesce ad affacciarsi sul mercato del lavoro, E nel cuore dei
centri urbani si aggira un esercito di ragazzi da strada condannati a
sopravvivere di espedienti. Alcuni senza più parenti al mondo. Altri
spinti dalle famiglie poverissime a chiedere l'elemosina.
I più disgraziati risucchiati nelle spire dei racket. Che li avviano ai
bordelli (un cambogiano ha in media quattro rapporti al mese con le
prostitute). O li affittano a tempo ai turisti viziosi che cercano
emozioni proibite a margine delle visite ai templi e ai killing fields.
Organizzazioni spietate, protette, se non addirittura dirette, dai capi
della polizia e dell'esercito che incrementano magri salari (circa 30
dollari al mese) con l'industria del sesso.
«Giravo per le campagne più abbandonate», racconta Daniela Vagni che,
presso Angkor, coordina il Centro Sanghkeum (della speranza) gestito
dall'Ong italiana "Progetto Continenti", «quando sono stata avvicinata da una giovane donna.
Teneva per mano una delle figlie, una bambina di non più di cinque anni.
"Per dieci dollari te
la puoi portar via", mi ha detto con lo sguardo disperato. In quelle
zone la povertà è talmente grande da cancellare perfino i sentimenti
primordiali, come l'amore materno».
Il Centro di Angkor ha salvato dai pericoli della strada oltre una
quarantina di bambini: orfani, abbandonati, figli di invalidi o di
rifugiati, ultimogeniti delle famiglie
più misere. Concentrandoli in un accogliente villaggio, dove vivono
distribuiti in piccoli nuclei gestiti da istitutrici locali.
«È la strategia più efficace per emancipare le campagne e avvicinarle
alle realtà urbane», ringrazia il governatore della provincia Soem Son.
I ragazzi vanno a scuola e,
nel tempo libero, partecipano ad attività ricreative e formative: danze
e musiche tradizionali, artigianato, avviamento al lavoro nei campi e
nelle fabbriche. Sergio Cenci,
in arte Casabianca, un cantante che d'inverno con la sua band riminese
ha in Italia un fitto calendario di concerti, trascorre i tre mesi
d'estate ad Angkor nel laboratorio di falegnameria.
«Facevo questo mestiere da ragazzo. Oggi cerco di insegnarlo ai miei
piccoli amici cambogiani. Ho una decina di allievi. Spero di aiutarli a
mettere
in piedi un'attività che gli permetta di vivere decorosamente».
Gli ospiti hanno tutti storie drammatiche alle spalle. Solita, figlia di
ignoti, è stata trovata in una scatola di scarpe. Oggi ha cinque anni.
Ha cominciato molto tardi a parlare
e ha ancora un carattere molto chiuso. Sochem ha perso la madre quando
aveva solo un mese. Il padre, un contadino indigente e ammalato di
tubercolosi, non aveva i
mezzi per mantenerla. A due anni pesava tre chili e mezzo. Quando fu
accolta al centro aveva seri problemi di alimentazione. Per sei mesi uno
specialista dell'ospedale di Angkor
le ha prescritto una dieta speciale per aiutarla ad assimilare il cibo.
Altri tre bambini di Poipet sono stati raccolti nella capanna di una
nonna disabile dopo che i due genitori erano morti di Aids.
Ma i trascorsi più angosciosi sono forse quelli di Brema, che adesso ha
14 anni. In punto di morte la madre fece sapere ai responsabili del
Centro che il padre intendeva vendere la figlia
in un bordello di Poipet, ai confini con la Thailandia. Già aveva
tentato di farlo e, costretto dalla fame, ci avrebbe sicuramente
riprovato.
Altri centri di recupero dell'infanzia sorgono a Phnom Penh. Il più
famoso è quello di Somaly Mam, che da adolescente trascorse quattro anni
in un bordello e con l'aiuto
della Francia oggi è diventata un'icona nella lotta alla schiavitù
sessuale. Nel centro della capitale un'altra Ong parigina ha aiutato i
ragazzi di strada ad aprire e gestire "Friends", sofisticato ristorante di cucina francese.
Ma tutti questi
sforzi internazionali sono solo una goccia nel mare, in un paese privo
di industria pesante, che si arrabatta con il tessile,
l'agricoltura e un po' di turismo e in cui la piaga della corruzione
continua a saccheggiare il flusso dei fondi internazionali.
Tredici anni dopo la fine della guerra civile, seguita al ritiro dei
khmer rossi verso le regioni ricche di minerali al confine con la
Thailandia, la Cambogia ha recuperato solo la stabilità
politica. Il potere è nelle mani di Hun Sen: un autocrate che si
comporta da padrone, approfittando della fragilità di una democrazia
apparente in cui l'analfabetismo di massa impedisce
scelte non legate al timore reverenziale per l'autorità. È un ex khmer
rosso, che da giovane si rifugiò in Vietnam quando ebbe sentore di venir
epurato. E fu
insediato al potere dal governo di Hanoi quando i soldati vietnamiti
intervennero in Cambogia per porre fine alle stragi di Pol Pot.
Dopo 13
anni di fallimenti economici
oggi, a capo del partito del popolo (formazione di estrazione marxista),
gode di limitata popolarità. Dopo le ultime elezioni, per poter
governare, ha dovuto allearsi con
una formazione monarchica "benedetta" dal nuovo re Norodom Sihamoni (un
ex ballerino cresciuto a Pechino, succeduto l'anno scorso al padre, il
celeberrimo Norodom Sihanouk,
al centro di ogni intrigo negli ultimi 50 anni della Cambogia).
Per accontentare tutti, Hun Sen è stato costretto a nominare oltre 300
fra ministri e sottosegretari. Quasi il doppio del numero dei deputati.
L'opposizione liberale, che si concentra nel Partito
nazionale khmer, ha scarso seguito in un paese troppo impegnato nella
corsa ai due pasti al giorno per seguire le astruserie della politica.
«Purtroppo la stragrande maggioranza dei cittadini
non ha la minima coscienza dei propri diritti», lamenta Sochna Mu, ex
ministro delle Pari opportunità, un'intellettuale che ha studiato in
Europa. «In Cambogia non c'è nemmeno la libertà di
manifestare per strada. Non ci sono più gli orrori di Pol Pot, ma è
rimasto il comunismo».
Nelle campagne l'ignoranza è così abissale che
molti contadini dell'area di Anlong Veng, la
cittadina di confine dove si era rifugiato negli ultimi anni Pol Pot,
compiono pellegrinaggi alla capanna dove nel '98 morì (forse di malaria)
lo sterminatore del popolo cambogiano.
Dopo aver abbandonato Phnom Penh, il dittatore e la sua cricca
rinunciarono alla politica del terrore e adottarono un atteggiamento
quasi protettivo nei confronti dei più emarginati. Che
oggi, sulla pietra in cui fu cremato, si abbandonano alla superstizione,
pregandolo di apparire loro in sogno a svelare i numeri della lotteria.
Un tribunale speciale, sul modello di quello di Norimberga, dovrebbe
tardivamente giudicare i responsabili del genocidio. Ma molti sono già
morti. E i superstiti sono ultraottantenni, convertiti
all'evangelismo da alcuni sacerdoti teocon di frontiera arrivati dagli
Stati Uniti.
Per i cambogiani la priorità resta la fuga dalla fame. Oltre la metà
della popolazione ha meno di 15 anni. Conosce le efferatezze
dell'Olocausto dagli echi sempre più flebili della tradizione orale.
Ma guarda soprattutto al futuro.
A Phnom Penh, che con l'esplosione dei
ristorantini e delle discoteche cerca di darsi una patina occidentale, i
giovani cercano di scimmiottare i riti consumistici
dei coetanei che vivono in paesi asiatici più fortunati. Il feticcio,
come dappertutto, può essere il jeans griffato o il telefonino. In
mancanza di lavoro, la strada più facile per ottenerli è la
prostituzione.
«È un problema soprattutto di cultura», lamenta Thao Pok,
sottosegretario all'Educazione: «Pol Pot aveva distrutto tutte le
scuole. Abbiamo dovuto ricominciare da zero. E adesso ci vorranno
almeno 15 anni prima che la Cambogia possa tornare a camminare sulle sue
gambe». |