BAMBINI IN VENDITA

I khmer rossi non ci sono più da 26 anni.
Ma il paese vive ancora nel più cupo sottosviluppo. Tra miseria, disoccupazione, analfabetismo e pedofilia

Gianni Perrelli -L'Espresso 27 otobre 2005
 

Chi commette in Cambogia reati sessuali a danni di minori sconterà la pena nelle carceri del suo paese... Uno striscione appeso nelle strade principali di Phnom Penh e Siem Reap mette bruscamente in guardia i pedofili. Forse non è sufficiente ad arginare il turpe fenomeno esploso dietro il paravento del turismo. Ma è un segnale che il paese asiatico ancora segnato dal genocidio dei khmer rossi non si rassegna a diventare oggi una fabbrica di giovanissimi schiavi spinti dalla miseria alla prostituzione e allo spaccio di stupefacenti (eroina e yama, potentissima meta-anfetamina).
Ventisei anni dopo la cacciata di Pol Pot, l'Hitler dell'Indocina che, ossessionato dal miraggio dell'"uomo nuovo", fra il '75 e il '79 sterminò due milioni di connazionali, svuotò le città deportando l'intera popolazione nei campi, chiuse le scuole ed eliminò la moneta, la Cambogia continua ad arrancare nella palude del sottosviluppo. In quattro quinti del territorio manca l'elettricità e l'acqua. L'aspettativa di vita è di soli 54 anni. Cinque sui 13 milioni di cittadini vivono con meno di un dollaro al giorno.
Oltre sette milioni non sanno né leggere né scrivere. Solo un giovane su dieci riesce ad affacciarsi sul mercato del lavoro, E nel cuore dei centri urbani si aggira un esercito di ragazzi da strada condannati a sopravvivere di espedienti. Alcuni senza più parenti al mondo. Altri spinti dalle famiglie poverissime a chiedere l'elemosina.
I più disgraziati risucchiati nelle spire dei racket. Che li avviano ai bordelli (un cambogiano ha in media quattro rapporti al mese con le prostitute). O li affittano a tempo ai turisti viziosi che cercano emozioni proibite a margine delle visite ai templi e ai killing fields. Organizzazioni spietate, protette, se non addirittura dirette, dai capi della polizia e dell'esercito che incrementano magri salari (circa 30 dollari al mese) con l'industria del sesso.
«Giravo per le campagne più abbandonate», racconta Daniela Vagni che, presso Angkor, coordina il Centro Sanghkeum (della speranza) gestito dall'Ong italiana "Progetto Continenti", «quando sono stata avvicinata da una giovane donna. Teneva per mano una delle figlie, una bambina di non più di cinque anni. "Per dieci dollari te la puoi portar via", mi ha detto con lo sguardo disperato. In quelle zone la povertà è talmente grande da cancellare perfino i sentimenti primordiali, come l'amore materno».
Il Centro di Angkor ha salvato dai pericoli della strada oltre una quarantina di bambini: orfani, abbandonati, figli di invalidi o di rifugiati, ultimogeniti delle famiglie più misere. Concentrandoli in un accogliente villaggio, dove vivono distribuiti in piccoli nuclei gestiti da istitutrici locali. «È la strategia più efficace per emancipare le campagne e avvicinarle alle realtà urbane», ringrazia il governatore della provincia Soem Son. I ragazzi vanno a scuola e, nel tempo libero, partecipano ad attività ricreative e formative: danze e musiche tradizionali, artigianato, avviamento al lavoro nei campi e nelle fabbriche. Sergio Cenci, in arte Casabianca, un cantante che d'inverno con la sua band riminese ha in Italia un fitto calendario di concerti, trascorre i tre mesi d'estate ad Angkor nel laboratorio di falegnameria.
«Facevo questo mestiere da ragazzo. Oggi cerco di insegnarlo ai miei piccoli amici cambogiani. Ho una decina di allievi. Spero di aiutarli a mettere in piedi un'attività che gli permetta di vivere decorosamente».
Gli ospiti hanno tutti storie drammatiche alle spalle. Solita, figlia di ignoti, è stata trovata in una scatola di scarpe. Oggi ha cinque anni. Ha cominciato molto tardi a parlare e ha ancora un carattere molto chiuso. Sochem ha perso la madre quando aveva solo un mese. Il padre, un contadino indigente e ammalato di tubercolosi, non aveva i mezzi per mantenerla. A due anni pesava tre chili e mezzo. Quando fu accolta al centro aveva seri problemi di alimentazione. Per sei mesi uno specialista dell'ospedale di Angkor le ha prescritto una dieta speciale per aiutarla ad assimilare il cibo. Altri tre bambini di Poipet sono stati raccolti nella capanna di una nonna disabile dopo che i due genitori erano morti di Aids.
Ma i trascorsi più angosciosi sono forse quelli di Brema, che adesso ha 14 anni. In punto di morte la madre fece sapere ai responsabili del Centro che il padre intendeva vendere la figlia in un bordello di Poipet, ai confini con la Thailandia. Già aveva tentato di farlo e, costretto dalla fame, ci avrebbe sicuramente riprovato.
Altri centri di recupero dell'infanzia sorgono a Phnom Penh. Il più famoso è quello di Somaly Mam, che da adolescente trascorse quattro anni in un bordello e con l'aiuto della Francia oggi è diventata un'icona nella lotta alla schiavitù sessuale. Nel centro della capitale un'altra Ong parigina ha aiutato i ragazzi di strada ad aprire e gestire "Friends", sofisticato ristorante di cucina francese.
Ma tutti questi sforzi internazionali sono solo una goccia nel mare, in un paese privo di industria pesante, che si arrabatta con il tessile, l'agricoltura e un po' di turismo e in cui la piaga della corruzione continua a saccheggiare il flusso dei fondi internazionali.
Tredici anni dopo la fine della guerra civile, seguita al ritiro dei khmer rossi verso le regioni ricche di minerali al confine con la Thailandia, la Cambogia ha recuperato solo la stabilità politica. Il potere è nelle mani di Hun Sen: un autocrate che si comporta da padrone, approfittando della fragilità di una democrazia apparente in cui l'analfabetismo di massa impedisce scelte non legate al timore reverenziale per l'autorità. È un ex khmer rosso, che da giovane si rifugiò in Vietnam quando ebbe sentore di venir epurato. E fu insediato al potere dal governo di Hanoi quando i soldati vietnamiti intervennero in Cambogia per porre fine alle stragi di Pol Pot.
Dopo 13 anni di fallimenti economici oggi, a capo del partito del popolo (formazione di estrazione marxista), gode di limitata popolarità. Dopo le ultime elezioni, per poter governare, ha dovuto allearsi con una formazione monarchica "benedetta" dal nuovo re Norodom Sihamoni (un ex ballerino cresciuto a Pechino, succeduto l'anno scorso al padre, il celeberrimo Norodom Sihanouk, al centro di ogni intrigo negli ultimi 50 anni della Cambogia).
Per accontentare tutti, Hun Sen è stato costretto a nominare oltre 300 fra ministri e sottosegretari. Quasi il doppio del numero dei deputati. L'opposizione liberale, che si concentra nel Partito nazionale khmer, ha scarso seguito in un paese troppo impegnato nella corsa ai due pasti al giorno per seguire le astruserie della politica.
«Purtroppo la stragrande maggioranza dei cittadini non ha la minima coscienza dei propri diritti», lamenta Sochna Mu, ex ministro delle Pari opportunità, un'intellettuale che ha studiato in Europa. «In Cambogia non c'è nemmeno la libertà di manifestare per strada. Non ci sono più gli orrori di Pol Pot, ma è rimasto il comunismo».
Nelle campagne l'ignoranza è così abissale che molti contadini dell'area di Anlong Veng, la cittadina di confine dove si era rifugiato negli ultimi anni Pol Pot, compiono pellegrinaggi alla capanna dove nel '98 morì (forse di malaria) lo sterminatore del popolo cambogiano. Dopo aver abbandonato Phnom Penh, il dittatore e la sua cricca rinunciarono alla politica del terrore e adottarono un atteggiamento quasi protettivo nei confronti dei più emarginati. Che oggi, sulla pietra in cui fu cremato, si abbandonano alla superstizione, pregandolo di apparire loro in sogno a svelare i numeri della lotteria.
Un tribunale speciale, sul modello di quello di Norimberga, dovrebbe tardivamente giudicare i responsabili del genocidio. Ma molti sono già morti. E i superstiti sono ultraottantenni, convertiti all'evangelismo da alcuni sacerdoti teocon di frontiera arrivati dagli Stati Uniti.
Per i cambogiani la priorità resta la fuga dalla fame. Oltre la metà della popolazione ha meno di 15 anni. Conosce le efferatezze dell'Olocausto dagli echi sempre più flebili della tradizione orale. Ma guarda soprattutto al futuro.
A Phnom Penh, che con l'esplosione dei ristorantini e delle discoteche cerca di darsi una patina occidentale, i giovani cercano di scimmiottare i riti consumistici dei coetanei che vivono in paesi asiatici più fortunati. Il feticcio, come dappertutto, può essere il jeans griffato o il telefonino. In mancanza di lavoro, la strada più facile per ottenerli è la prostituzione.
«È un problema soprattutto di cultura», lamenta Thao Pok, sottosegretario all'Educazione: «Pol Pot aveva distrutto tutte le scuole. Abbiamo dovuto ricominciare da zero. E adesso ci vorranno almeno 15 anni prima che la Cambogia possa tornare a camminare sulle sue gambe».