CAMBOGIA - ADOZIONI

Ho visto un supermarket di bambini.
In Cambogia la nuova, unica, risorsa sono i piccoli. Da vendere, da comperare. Come figli o amanti. Lo scandalo è partito dagli Usa, dove il governo per fermare questo business gigantesco e crudele non concede più visti d'ingresso ai neonati "adottati". Una giornalista di D è entrata negli orfanotrofi di Phnom Penh. E racconta.

 "D" di Repubblica - Ottobre 2002   -    di Renata Pisu


Christina non ha nessuna colpa, e nemmeno Edith. Sono americane, sulla trentina, il loro sogno era avere un bambino, sono venute in Cambogia per adottarlo. E ora non possono tornare negli Stati Uniti con i loro nuovi figli perché l'America, dalla primavera scorsa, ha deciso di non concedere più visti ai figli adottivi cambogiani.
Si teme, infatti, che non siano bambini orfani o abbandonati, ma bambini venduti dai genitori per bisogno, bambini rapiti nei villaggi. Insomma, bambini "sporchi" che intermediari senza scrupoli "riciclano" fornendo falsi documenti e offrendoli a organizzazioni per l'adozione internazionale, che non dovrebbero, quindi, agire a scopo di lucro. Invece sembra che ci sia il lucro, eccome. E pure l'inganno.
A Christina avevano garantito che la piccola di otto mesi che stringe tra le braccia, e che considera ormai sua figlia, era una trovatella senza nome: lo certificano i documenti che la riguardano e portano il timbro di uno dei tanti orfanotrofi di Phnom Penh che ora sono sotto inchiesta da parte del consolato americano e delle autorità cambogiane.
Così Christina rimane a Phnom Penh, assieme ad altre madri americane che non vogliono partire lasciando i "loro" bambini in Cambogia. Li cullano, li nutrono, li vestono, li portano a spasso e, attorno alla carrozzina guidata da una bionda donna americana in cui sorride felice un piccolo cambogiano, capita che si radunino decine di persone che mormorano "che bambino fortunato..." Fortunato perché se ne va in America. Perché non patirà mai la fame.

Per la maggior parte dei cambogiani che tirano avanti con meno di un dollaro al giorno, i bambini che lasciano il Paese sono di certo fortunati. Ma la fortuna ha, per lo meno finora, arriso anche ai vari mezzani, intermediari e funzionari governativi corrotti che sono riusciti a trasformare l'adozione in un business, gli orfanotrofi in una sorta di supermarket dell'infanzia, come ha messo in luce un'approfondita inchiesta di Sara Corbell, pubblicata la scorsa estate sul New York Times Magazine.
Bisogna infatti stimare quanto costa un bambino: poco o niente alla produzione, basta partorirlo, o rapirlo. Subito lo si può vendere per 200 dollari a un mezzano, il quale lo rivende per 1000 a un orfanotrofio specializzato in adozioni internazionali che lo consegnerà alla famiglia adottiva alla quale l'operazione ne costa dai 18 mila ai 28 mila.
In quali e quante tasche vanno a finire questi soldi? Una piccola parte della cifra di sicuro è destinata al mantenimento del piccolo fino al momento in cui non trova sistemazione e, in genere, il piccolo non aspetta troppo a lungo perché le leggi cambogiane permettono, a differenza di quelle di altri Paesi, adozioni rapide. Dal momento della richiesta di adottare un bambino al momento della consegna, passano al massimo dai tre ai sei mesi, e questo spiegherebbe, secondo quanto scrive Sara Corbell, come mai vi sia stato un boom in America delle adozioni in Cambogia: se ne registrarono 249 nel 1998, e ben un centinaio alla settimana nei primi sei mesi del 2001, fatto che spiega anche come mai negli ultimi due anni siano sorte decine di nuovi orfanotrofi. Qui sono ospitati bambini che, come ha detto l'ambasciatore americano a Phnom Penh, sembrano "fatti su misura per soddisfare i gusti dei genitori americani".
Sono infatti per lo più bambini sani e vispi, e sono in genere disponibili più femmine che maschi (gli americani preferiscono le bambine). Ma in realtà in questi supermarket dell'infanzia si offre di tutto. È scritto su un volantino pubblicitario di uno dei tanti orfanotrofi di Phnom Penh: "Abbiamo a disposizione bambini di entrambi i sessi, colorito che va dal beige chiaro al color caffellatte, età variabile da 0 a 8 anni, condizioni di salute abbastanza buone. Disponiamo inoltre di gemelli nonché di bambini con lievi difetti fisici che possono rendere il vostro gesto umanitario ancora più meritevole".
Tutti i piccoli, si assicura poi, sono stati ripuliti, disinfettati, sottoposti ad analisi del sangue perché con l'Aids che in Cambogia impazza potrebbero essere sieropositivi. E i bambini sieropositivi non sono proponibili per l'adozione. E nemmeno quelli affetti da epatite B e C o da sifilide. Uno di questi orfanotrofi garantisce anche che gli esami medici sono stati eseguiti da un'equipe internazionale. Quanto alla eventualità che alcuni degli adottandi siano malnutriti, questo non è considerato un difetto grave: in Cambogia, questo massacrato Paese che è stato per anni la metafora della sofferenza, ancora si muore, di fame e di tutti i mali connessi alla fame. Anzi, è un miracolo se ancora la Cambogia esiste: dopo essere stata bombardata dagli americani all'epoca della "sporca guerra" del Vietnam; conquistata dai Khmer Rossi che imposero il più assurdo dei regimi seguendo gli ordini del Fratello Numero Uno, Pol Pot (dal 1975 al 1979 si contarono quasi tre milioni di morti nei "killing fields"); invasa dal Vietnam; dilaniata dalla guerra civile fin quasi ai nostri giorni.
Eppure, nonostante tutto, la Cambogia c'è ancora, anche se non conta niente nello scacchiere internazionale. E ha, come unica ricchezza, la sua gente: undici milioni di persone, più del cinquanta per cento di età inferiore ai quattordici anni. Per questo non stupisce che la sua unica risorsa siano i bambini: bambini da vendere, da comprare, da esportare negli Stati Uniti, una "fortunata" minoranza. Christina e le altre madri adottive americane oggi protestano. Se la prendono soprattutto con il governo statunitense che ha deciso di sospendere la concessione di visti per i bambini che loro hanno preso tra le braccia con tanto amore. Lo hanno fatto guidate dalle ragioni del sentimento, perché forse non sanno qual è la vera situazione nel supermarket dell'infanzia. O forse lo sanno, e pensano che, almeno, sono riuscite a salvare un bambino; il che è, di certo, meglio che niente. Ma gli altri? In Cambogia, ogni 1000 bambini nati ne muoiono 100 prima di aver compiuto un anno e 130 prima di averne compiuti cinque. In conseguenza della malnutrizione e della mancanza di cure sanitarie elementari, in questo Paese ogni anno muoiono circa 50 mila bambini al di sotto dei cinque anni: muoiono di malaria, di dengue, di tubercolosi, di anemia, di infezioni alle vie respiratorie.
E sono oltre 50 mila i bambini sieropositivi, mentre si calcola che nel 2003 gli orfani di genitori morti entrambi di Aids saranno oltre 100 mila.
Domanda: questi, chi li adotterà? Tre anni fa, in un villaggio a un centinaio di chilometri da Phnom Penh dove avevo fatto sosta per un rifornimento di acqua (eravamo un gruppo di giornalisti e operatori umanitari internazionali, gente che, se è sincera, il più delle volte si scopre amaramente inutile) mi si avvicinò un uomo con un fagottino di stracci tra le braccia. Parlava, piangeva, mi tratteneva tirandomi per la manica: non capivo una parola di quello che diceva, mi porgeva il fagottino: dentro c'era un bambino dal viso grinzoso, non so se maschio o femmina. Ho avuto paura che mi volesse affidare, vendere, quel fagotto che era un piccolo umano un cucciolo della nostra specie. No, l'interprete del nostro gruppo mi spiegò che quell'uomo era convinto, chissà perché, che io fossi un medico, avessi quella sapienza; e mi chiedeva di salvare il cucciolo. Non ebbi parole, tantomeno mezzi. Soltanto lacrime.
I bambini della Cambogia, il cinquanta per cento della popolazione, sei milioni di esseri umani, alimentano anche un altro business, tra i più lucrosi per l'economia di un Paese che esiste ancora ma che non conta niente. Sì, parlo di sesso, di prostituzione minorile. A Phnom Penh ci sono circa 30 mila bambini e bambine che vendono i loro piccoli corpi, i loro acerbi sessi. I maschi sono preferiti dai pedofili che vengono dai paesi ricchi, Italia compresa, Giappone compreso; le femmine hanno più successo con i clienti locali. Ma che cosa significa? Rileggo il volantino pubblicitario così invitante, così accattivante, di uno degli orfanotrofi di Phnom Penh, là dove si specifica che anche i "single", uomini e donne, possono adottare bambini cambogiani stando alle leggi locali vigenti. Solo che, mentre le coppie sposate e le donne "single" possono scegliere il sesso del bambino che sarà, a tutti gli effetti, loro figlio, gli uomini "single" possono adottare soltanto maschietti. Mi domando perché, che cosa significa. Ma bisognerebbe porsi anche tante altre domande. Christina, per esempio, non se le pone? Se le pone? Per il momento si sente solo vittima della decisione del suo governo di non concedere il visto di ingresso alla "sua" bambina, cambogiana per caso. Ma alla madre naturale di quella bambina, venduta, comprata, venuta dal nulla, chi pensa? Chi se ne preoccupa?