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Christina non ha nessuna colpa, e nemmeno Edith. Sono americane, sulla
trentina, il loro sogno era avere un bambino, sono venute in Cambogia
per adottarlo. E ora non possono tornare negli Stati Uniti con i loro
nuovi figli perché l'America, dalla primavera scorsa, ha deciso di non
concedere più visti ai figli adottivi cambogiani.
Si teme, infatti, che non siano bambini orfani o abbandonati, ma bambini
venduti dai genitori per bisogno, bambini rapiti nei villaggi. Insomma,
bambini "sporchi" che intermediari senza scrupoli "riciclano" fornendo
falsi documenti e offrendoli a organizzazioni per l'adozione
internazionale, che non dovrebbero, quindi, agire a scopo di lucro.
Invece sembra che ci sia il lucro, eccome. E pure l'inganno.
A Christina avevano garantito che la piccola di otto mesi che stringe
tra le braccia, e che considera ormai sua figlia, era una trovatella
senza nome: lo certificano i documenti che la riguardano e portano il
timbro di uno dei tanti orfanotrofi di Phnom Penh che ora sono sotto
inchiesta da parte del consolato americano e delle autorità cambogiane.
Così Christina rimane a Phnom Penh, assieme ad altre madri americane che
non vogliono partire lasciando i "loro" bambini in Cambogia. Li cullano,
li nutrono, li vestono, li portano a spasso e, attorno alla carrozzina
guidata da una bionda donna americana in cui sorride felice un piccolo
cambogiano, capita che si radunino decine di persone che mormorano "che
bambino fortunato..." Fortunato perché se ne va in America. Perché non
patirà mai la fame.
Per la maggior parte dei cambogiani che tirano avanti con meno di un
dollaro al giorno, i bambini che lasciano il Paese sono di certo
fortunati. Ma la fortuna ha, per lo meno finora, arriso anche ai vari
mezzani, intermediari e funzionari governativi corrotti che sono
riusciti a trasformare l'adozione in un business, gli orfanotrofi in una
sorta di supermarket dell'infanzia, come ha messo in luce
un'approfondita inchiesta di Sara Corbell, pubblicata la scorsa estate
sul New York Times Magazine.
Bisogna infatti stimare quanto costa un bambino: poco o niente alla
produzione, basta partorirlo, o rapirlo. Subito lo si può vendere per
200 dollari a un mezzano, il quale lo rivende per 1000 a un orfanotrofio
specializzato in adozioni internazionali che lo consegnerà alla famiglia
adottiva alla quale l'operazione ne costa dai 18 mila ai 28 mila.
In quali e quante tasche vanno a finire questi soldi? Una piccola parte
della cifra di sicuro è destinata al mantenimento del piccolo fino al
momento in cui non trova sistemazione e, in genere, il piccolo non
aspetta troppo a lungo perché le leggi cambogiane permettono, a
differenza di quelle di altri Paesi, adozioni rapide. Dal momento della
richiesta di adottare un bambino al momento della consegna, passano al
massimo dai tre ai sei mesi, e questo spiegherebbe, secondo quanto
scrive Sara Corbell, come mai vi sia stato un boom in America delle
adozioni in Cambogia: se ne registrarono 249 nel 1998, e ben un
centinaio alla settimana nei primi sei mesi del 2001, fatto che spiega
anche come mai negli ultimi due anni siano sorte decine di nuovi
orfanotrofi. Qui sono ospitati bambini che, come ha detto l'ambasciatore
americano a Phnom Penh, sembrano "fatti su misura per soddisfare i gusti
dei genitori americani".
Sono infatti per lo più bambini sani e vispi, e sono in genere
disponibili più femmine che maschi (gli americani preferiscono le
bambine). Ma in realtà in questi supermarket dell'infanzia si offre di
tutto. È scritto su un volantino pubblicitario di uno dei tanti
orfanotrofi di Phnom Penh: "Abbiamo a disposizione bambini di entrambi i
sessi, colorito che va dal beige chiaro al color caffellatte, età
variabile da 0 a 8 anni, condizioni di salute abbastanza buone.
Disponiamo inoltre di gemelli nonché di bambini con lievi difetti fisici
che possono rendere il vostro gesto umanitario ancora più meritevole".
Tutti i piccoli, si assicura poi, sono stati ripuliti, disinfettati,
sottoposti ad analisi del sangue perché con l'Aids che in Cambogia
impazza potrebbero essere sieropositivi. E i bambini sieropositivi non
sono proponibili per l'adozione. E nemmeno quelli affetti da epatite B e
C o da sifilide. Uno di questi orfanotrofi garantisce anche che gli
esami medici sono stati eseguiti da un'equipe internazionale. Quanto
alla eventualità che alcuni degli adottandi siano malnutriti, questo non
è considerato un difetto grave: in Cambogia, questo massacrato Paese che
è stato per anni la metafora della sofferenza, ancora si muore, di fame
e di tutti i mali connessi alla fame. Anzi, è un miracolo se ancora la
Cambogia esiste: dopo essere stata bombardata dagli americani all'epoca
della "sporca guerra" del Vietnam; conquistata dai Khmer Rossi che
imposero il più assurdo dei regimi seguendo gli ordini del Fratello
Numero Uno, Pol Pot (dal 1975 al 1979 si contarono quasi tre milioni di
morti nei "killing fields"); invasa dal Vietnam; dilaniata dalla guerra
civile fin quasi ai nostri giorni.
Eppure, nonostante tutto, la Cambogia c'è ancora, anche se non conta
niente nello scacchiere internazionale. E ha, come unica ricchezza, la
sua gente: undici milioni di persone, più del cinquanta per cento di età
inferiore ai quattordici anni. Per questo non stupisce che la sua unica
risorsa siano i bambini: bambini da vendere, da comprare, da esportare
negli Stati Uniti, una "fortunata" minoranza. Christina e le altre madri
adottive americane oggi protestano. Se la prendono soprattutto con il
governo statunitense che ha deciso di sospendere la concessione di visti
per i bambini che loro hanno preso tra le braccia con tanto amore. Lo
hanno fatto guidate dalle ragioni del sentimento, perché forse non sanno
qual è la vera situazione nel supermarket dell'infanzia. O forse lo
sanno, e pensano che, almeno, sono riuscite a salvare un bambino; il che
è, di certo, meglio che niente. Ma gli altri? In Cambogia, ogni 1000
bambini nati ne muoiono 100 prima di aver compiuto un anno e 130 prima
di averne compiuti cinque. In conseguenza della malnutrizione e della
mancanza di cure sanitarie elementari, in questo Paese ogni anno muoiono
circa 50 mila bambini al di sotto dei cinque anni: muoiono di malaria,
di dengue, di tubercolosi, di anemia, di infezioni alle
vie respiratorie.
E sono oltre 50 mila i bambini sieropositivi, mentre si calcola che nel
2003 gli orfani di genitori morti entrambi di Aids saranno oltre 100
mila.
Domanda: questi, chi li adotterà? Tre anni fa, in un villaggio a un
centinaio di chilometri da Phnom Penh dove avevo fatto sosta per un
rifornimento di acqua (eravamo un gruppo di giornalisti e operatori
umanitari internazionali, gente che, se è sincera, il più delle volte si
scopre amaramente inutile) mi si avvicinò un uomo con un fagottino di
stracci tra le braccia. Parlava, piangeva, mi tratteneva tirandomi per
la manica: non capivo una parola di quello che diceva, mi porgeva il
fagottino: dentro c'era un bambino dal viso grinzoso, non so se maschio
o femmina. Ho avuto paura che mi volesse affidare, vendere, quel fagotto
che era un piccolo umano un cucciolo della nostra specie. No,
l'interprete del nostro gruppo mi spiegò che quell'uomo era convinto,
chissà perché, che io fossi un medico, avessi quella sapienza; e mi
chiedeva di salvare il cucciolo. Non ebbi parole, tantomeno mezzi.
Soltanto lacrime.
I bambini della Cambogia, il cinquanta per cento della popolazione, sei
milioni di esseri umani, alimentano anche un altro business, tra i più
lucrosi per l'economia di un Paese che esiste ancora ma che non conta
niente. Sì, parlo di sesso, di prostituzione minorile. A Phnom Penh ci
sono circa 30 mila bambini e bambine che vendono i loro piccoli corpi, i
loro acerbi sessi. I maschi sono preferiti dai pedofili che vengono dai
paesi ricchi, Italia compresa, Giappone compreso; le femmine hanno più
successo con i clienti locali. Ma che cosa significa? Rileggo il
volantino pubblicitario così invitante, così accattivante, di uno degli
orfanotrofi di Phnom Penh, là dove si specifica che anche i "single",
uomini e donne, possono adottare bambini cambogiani stando alle leggi
locali vigenti. Solo che, mentre le coppie sposate e le donne "single"
possono scegliere il sesso del bambino che sarà, a tutti gli effetti,
loro figlio, gli uomini "single" possono adottare soltanto maschietti.
Mi domando perché, che cosa significa. Ma bisognerebbe porsi anche tante
altre domande. Christina, per esempio, non se le pone? Se le pone? Per
il momento si sente solo vittima della decisione del suo governo di non
concedere il visto di ingresso alla "sua" bambina, cambogiana per caso.
Ma alla madre naturale di quella bambina, venduta, comprata, venuta dal
nulla, chi pensa? Chi se ne preoccupa?
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