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IL DIARIO PRIVATO DI FRANCO CALAMANDREI, PARTIGIANO E POLITICO
lo sono uno dei personaggi di questo diario di Franco Calamandrei,
colui che viene indicato talvolta come «A.», talvolta, in chiaro, non senza
una certa imprudenza, come Arminio, In tale veste, ho qualcosa da dire.
Nel sostenere, come ha fatto per esempio Ottavio Cecchi nella pur densa e
bella "nota al testo", che questo è II romanzo che Calamandrei avrebbe
voluto scrivere e che non scrisse mai, si trascura, si perde dl vista che iI
libro è importante proprio perché non è un romanzo, perché non è stato
scritto dopo, ma durante gli avvenimenti, e perché (altro elemento molto
importante) non è stato scritto per essere pubblicato, e neanche per essere
dato in lettura ad altri, e cioè proprio perché è un diario, anzi un diario
segreto.
È un Calamandrei tormentato dal dubbio, spesso pessimista, demoralizzato,
sfiduciato, scontento, non solo di sé, ma degli altri: degli altri uomini,
degli altri partiti, anche del PCI. E notavo, inoltre che noi, gappisti
romani, emergevamo dalle sue parole, dal suo racconto, non come eroi (e
questo era logico e giusto), ma addirittura corne anti-eroi, fragili,
nervosi, indocili, oscillanti fra paura e coraggio, fra scoramento ed
euforia, o delirio.
Di tale scoperta, tanto più emozionante in quanto fatta quarant'anni dopo,
mi limitavo a prendere atto, con molti punti interrogativi. Tento ora di
dare, a quegli interrogativi, una risposta. Perché era così Calamandrei?
Perché eravamo così noi? Certo, anche perché lo stress della lotta armata
era duro da sopportare, e su questo punto è inutile insistere. Ma anche
perché (ecco ciò che mi interessa sottolineare) c'era in noi tutti, in modo
forse inconsapevole — ma in Calamandrei in modo lucido e consapevole — il
timore, il presentimento, quasi, e in qualche momento la convinzione, che la
vittoria per cui rischiavamo la vita nostra e altrui si sarebbe trasformata
in una sconfitta.
Ecco dove sta l'aspetto più sconvolgente del libro: nell'anticipazione, che
non è mai del tutto esplicita, ma che è sempre presente fra le righe, sempre
evidente nella registrazione di stati d'animo altrimenti incomprensibili, di
ciò che accadrà dopo, negli anni successivi (di ciò che in realtà accadde
prima ancora che Calamandrei smettesse di scrivere il diario); e cioè il
tradimento dei cosiddetti moderati, la rottura dell'unità antifascista, il
furto, oggi si direbbe lo scippo, delle nostre faticose, sanguinose
conquiste.
Vittoria e sconfitta. 0 mezza Vittoria e mezza sconfitta. Anche il secondo
Risorgimento finì come il primo. A governare l'Italia non andarono coloro
che l'avevano fatta, 80 anni prima, né coloro che l'avevano salvata dalla
vergogna e dall'abisso, 80 anni dopo, ma altri uomini, che alla lotta
avevano partecipato poco o nulla, che forse l'avevano anche osteggiata, ma
che, al momento buono, seppero profittare delle circostanze storiche e
perfino geografiche per impossessarsi del risultati.
Come i cosiddetti democratici o radicali del primo Risorgimento, anche noi
non volevamo solo liberare l'Italia dallo straniero e dalla tirannia, e
riunificarla; volevamo trasformarla profondamente, plasmarla secondo certi
sublimi modelli ideali. Noi non volevamo la restaurazione capitalistica;
volevamo il socialismo. Era
un'aspirazione non realistica? Forse. Era comunque la nostra aspirazione.
Essa fu sconfitta, e nessuna ragionevole analisi consolatoria, nessun
abbellimento del passato o del presente, può farcelo dimenticare.
Colpisce una straordinaria coincidenza. L'idea di una Vittoria che si
trasforma in sconfitta è attribuita dal ben noto filosofo Norberto Bobbio,
ad un altro Calamandrei, al padre di Franco. In un saggio sul « Profilo
ideologico del Novecento », pubblicato dieci anni fa, Bobbio ricorda che fu
proprio Piero Calamandrei a coniare l'amara parola « desistenza » per
indicare, fin dal 1946, la rinuncia alla Resistenza, e cioè il venir meno di
quel « miracoloso soprassalto dello spirito » nazionale e sociale che aveva
permesso l'epopea partigiana.
Seconde Bobbio, il « paese ideale » (cosi egli chiama gli intellettuali
italiani) era « unanimemente progressivo » nel 1945 e fu sconfitto. È
stupefacente, è la prova di uno spirito critico acuto fino alla sofferenza,
il fatto che di questa sconfitta Franco Calamandrei fosse consapevole, o
almeno molto sospettoso, proprio mentre affrontava la morte per realizzare
la vittoria; ed è la prova di un grande coraggio,
di una grande dedizione alla causa comunista il fatto che, pur. sapendo che
la nostra utopia non si sarebbe realizzata, Calamandrei continuasse a
percorrere quella strada aspra, difficile e pericolosa.
Le radici della questione italiana stanno proprio in ciò che avvenne fra il
1940 e il 1947. II diario di Franco Calamandrei ce le rivela cosi come sono,
senza infingimenti, e con tanta più precisione e chiarezza, in quanto non
era questa la sua intenzione. I! diario ha la forza de! documento, ripeto,
segreto.
Leggerlo non servirà solo a conoscere un pezzo essenziale del nostro
passato; ma a capire il nostro presente e a lavorare per il nostro futuro.
(Arminio Savioli)
FRANCO CALAMANDREI
« La vita indivisibile. Diario 1941-1947 ». Prefazione di Romano
Bilenchi. Editori Riuniti, 1984, pagg. 256.
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