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Per il momento si tratta di una «fuga di
notizie», ma la fonte è attendibile. La notizia è che un rapporto del «Inspection
Panel» (comitato di ispettori) della Banca mondiale lancia critiche
durissime contro la medesima Banca per come ha gestito i suoi progetti
forestali in Cambogia.
Lo rivela Global Witness, organizzazione
indipendente con sede a Londra che lavora per denunciare il legame tra lo
sfruttamento di risorse naturali, i conflitti e la corruzione. Global
Witness ha avuto modo di vedere quel rapporto di indagine interna e ne ha
anticipato il contenuto. Gli ispettori, fa sapere, hanno concluso che i
progetti forestali gestiti dalla Banca Mondiale nel paese indocinese «non
sembrano aver mantenuto l'obiettivo fondamentale, cioè usare il potenziale
delle risorse forestali per ridurre la povertà».
Il caso delle foreste cambogiane sembra
proprio un esempio negativo. Si pensi: nel 1971 le foreste coprivano il
73% del territorio della Cambogia, nel '97 erano appena il 35% (secondo di
Global Witness sulle foto scattate dai satelliti): in meno di trent'anni
la copertura forestale si era dimezzata.
Il legname tropicale è un affare assai redditizio, e in Cambogia ha avuto
un boom in particolare dai primi anni '90, quando il paese - 15 milioni di
abitanti e 270 dollari di reddito procapite annuo - cominciava a uscire da
decenni di guerra (non proprio, perché la ribellione armata dei Khmer
Rouges , nelle regioni montagnose al confine con la Thailandia, è
continuata per parecchi anni: del resto anche i ribelli tagliavano legname
pregiato, per finanziarsi). Nei primi anni '90 dunque il governo
cambogiano ha dato 32 concessioni forestali ad aziende private, di cui
molte straniere. Erano concessioni semi segrete (la prima «ufficiale»
risale al '94, poco a poco sono state ufficializzate le altre), ha
documentato più tardi Global Witness (www.globalwitness.org).
Ufficiali o meno, i concessionari tagliavano spesso anche al di fuori
dalle loro zone e fin dentro le aree protette; i paesi vicini (Vietnam,
Thailandia) hanno comprato legname cambogiano senza remore. Con poco
vantaggio per lo sviluppo della Cambogia: calcola Global Witness che tra
il 1994 e il 2000 nelle casse dello stato sono entrati solo 92 milioni di
dollari in royalties della concessioni forestali; «in quello stesso
periodo, aziende, politici e militari hanno fatto enormi profitti
attraverso la deforestazione illegale».
Il ritmo della deforestazione in Cambogia era tale, l'illegalità e le
coperture così evidenti che la questione è stata sollevata più volte dalle
organizzazioni finanziarie internazionali (nel '99 avevano perfino
minacciato di sospendere i prestiti a Phnom Penh: così il governo
cambogiano ha dovuto accettare di sottoporsi al monitoraggio indipendente
proprio di Global Witness, esperienza conclusa nel 2002).
Durante il suo monitoraggio ufficiale,
l'organizzazione londinese aveva constatato violazioni sistematiche delle
norme sulle concessioni, e almeno in un caso era riuscita a far revocare
una licenza. Nel 2000 la Banca Asiatica di Sviluppo era arrivata a
concludere che il regime delle concessioni forestali in Cambogia era «un
fallimento totale».
Proprio in quell'anno la Banca Mondiale ha lanciato un programma «pilota»
per la gestione delle foreste cambogiane: dichiarava di «assistere» le
aziende concessionarie e il governo dettando dei «piani di gestione
sostenibile delle foreste» e sottoponendoli a regolari «valutazioni di
impatto ambientale e sociale». Sei aziende hanno avuto concessioni
forestali sotto questo programma.
Uno dei problemi ricorrenti delle concessioni forestali, «pilota» o meno,
è che in Cambogia un terzo della popolazione trae parte considerevole del
proprio reddito dalle foreste, e la legge vieta in modo esplicito di
tagliare boschi che sostentano la popolazione locale. La resina estratta
dagli alberi della famiglia delle dipterocarpacee ad esempio ha un
valore commerciale e fa vivere interi villaggi, ma con l'avanzare delle
concessioni molti ne sono stati privati.
Così nel 2005 un gruppo di comunità locali
ha fatto un ricorso all' Inspection Panel della Banca mondiale,
istituzione indipendente creata nel '93 proprio per dare alle popolazioni
una sede in cui discutere l'impatto dei progetti finanziati dalla Banca.
Ora l'Inspection Panel ha terminato il suo lavoro. Secondo le
anticipazioni di Global Witness, ha concluso che i «progetti forestali
pilota» sponsorizzati dalla Banca mondiale non hanno consultato le
popolazioni locali né tenuto conto dell'impatto delle concessioni sulla
sopravvivenza delle popolazioni che dipendono dalla foresta, in primo
luogo i raccoglitori di resina. Resta una sola domanda: cosa farà ora la
Banca mondiale diretta da Paul Wolfovitz? |