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«Gli aerei passavano più volte spargendo
una nuvola giallastra dall'odore acre. Ci sentivamo soffocare. Dopo
alcuni giorni le foglie degli alberi iniziavano a cadere. Nessuno ci
aveva avvisato della pericolosità della sostanza e per anni abbiamo
bevuto l'acqua dei pozzi e mangiato i prodotti della terra»
Nel Peace Village, il reparto specializzato nella cura delle vittime
della diossina, operano tre medici e 24 infermiere specializzate. Il 90%
dei bambini malati vengono abbandonati alla nascita dalle famiglie. Per
i casi più gravi non c’è speranza di miglioramento e sono condannati a
una lunga degenza. Per gli altri si tenta un recupero che restituisca
loro una vita quasi normale
Testi Di Livio Senigalliesi
Trenta aprile 1975: le truppe
nordvietnamite entrano a Saigon. Finisce così la guerra del Vietnam. Ma
non per tutti. Sono quattro milioni le persone che subiscono gli effetti
dell'Agent Orange (Agente Arancio), il defogliante alla
diossina che l'aeronautica Usa riversò
nel paese. Ancora oggi i figli dei reduci devono convivere con gravi
patologie. E chiedono giustizia.
Nguyen Van Lanh giace da 22 anni su una stuoia in una stanza buia come
una caverna e dalla sua bocca sempre spalancata escono urla che lacerano
il silenzio. Gli hanno legato le mani con uno straccio per evitare che
si graffi e la madre Le Thi Mit lo accarezza cercando di calmarlo.
Siamo nel folto della giungla, nel villaggio di Cam Nghia, Provincia di
Quang Tri, appena a sud della zona demilitarizzata che durante la guerra
divideva il Vietnam del Nord da quello del Sud. Ci si arriva percorrendo
una strada di terra rossa che si arrampica tra le colline coperte da una
vegetazione lussureggiante. Abbandonato il fuoristrada si prosegue a
piedi. Il sole e la natura circostante rendono la passeggiata gradevole,
ma giunti alla meta la situazione diventa di colpo angosciante.
Nguyen Van Lanh ha un fratello più piccolo, Van Truong, di 16 anni, che
striscia verso la soglia della baracca e guarda atterrito gli estranei
che hanno invaso la sua solitudine domestica. Porta sempre una mano
sugli occhi, come se non volesse vedere, e continua a rivoltarsi su
stesso senza trovare pace.
La guerra del Vietnam si è conclusa nel 1975 ma i fratelli Nguyen, nati
dopo la fine del conflitto, ne sono ancora vittime. La malattia mentale
da cui sono afflitti e le deformità fisiche sono conseguenza dell'Agente
Arancio, l'erbicida dall'alto contenuto di diossina che gli aerei Usa
hanno fatto piovere tra il 1961 e il 1971 sul delta del Mekong e nella
zona degli altopiani centrali ai confini col Laos. Cento milioni di
litri di una miscela altamente tossica furono usati per defogliare le
foreste lungo il sentiero di Ho Chi Minh, rifugio dei vietcong. Lo scopo
dell'operazione Ranch Hand era quello distruggere la coltre verde della
foresta, individuare il nemico e colpirlo con bombe al napalm ad alto
potenziale sganciate dai B-52.
Le Thi Mit, madre dei fratelli Nguyen, ha 58 anni ed un volto segnato
dalle sofferenze di una vita fatta di dolore e povertà. Ricorda i tempi
della guerra: «Gli aerei passavano più volte spargendo una nuvola
giallastra dall'odore acre. Ci sentivamo soffocare. Gli occhi
lacrimavano. Dopo alcuni giorni le foglie degli alberi iniziavano a
cadere. Nessuno ci aveva avvisato della pericolosità della sostanza e
per anni abbiamo continuato a bere l'acqua dei pozzi e a mangiare i
prodotti della terra. Si trattava di sopravvivere».
Alla fine della guerra i coniugi Nguyen ebbero un figlio, Van Phu. Morì
all'età di quattro anni a causa delle malformazioni. Poi arrivarono i
suoi fratelli, anche loro malati. Stessi sintomi. Non parlano, non
sentono. Non possono stare né seduti né in piedi. Non chiedono mai
nulla, nemmeno da mangiare.
Dice Le Thi Mit: «Viviamo di un piccolo sussidio mensile del governo.
Mio marito Van Loc lavora nei campi e così riusciamo a mangiare. I
ragazzi li imbocco, uno dopo l'altro. Così da più di vent'anni. Vi
ringrazio di essere venuti. È necessario che tutto il mondo sappia».
Il dramma dei fratelli Nguyen non è purtroppo un caso isolato. I numeri
sono impressionanti. Secondo le stime diffuse dalla Croce Rossa
vietnamita sono 4 milioni le persone che dal termine del conflitto
subiscono gli effetti dell'Agent Orange. Cinquecentomila sono i casi più
gravi che vengono curati in centri specializzati come il Tu Du Hospital
di Ho Chi Minh City, una struttura moderna costruita agli inizi anni
'90. Attualmente accoglie 60 bambini vittime dell'Agente Arancio
provenienti da varie province.
Nel Peace Village, il reparto specializzato nella cura delle vittime
della diossina, operano 3 medici e 24 infermiere specializzate. Il 90%
dei bambini affetti vengono abbandonati alla nascita dalle famiglie e
passano tutta la vita nell'ospedale. Per i casi più gravi non c'è
speranza di miglioramento. Per gli altri si tenta un recupero che
permetta loro di vivere una vita quasi normale e di svolgere un lavoro.
Miss Truong Thi Ten, una delle infermiere specializzate di maggior
esperienza, ci guida alla visita del reparto iniziando da una sorta di
dark room dove vengono conservati in flaconi di formalina i feti nati
morti o deceduti subito dopo la nascita a causa delle gravi
malformazioni. Abbiamo davanti agli occhi una galleria degli orrori che
fa capire l'entità del problema: una strage silenziosa che continua
dagli anni '70 e che miete ogni anno migliaia di vittime innocenti che
non hanno nulla a che fare con la guerra combattuta dai loro padri o dai
nonni più di trenta anni fa. Girando tra le corsie s'incontrano bambini
di ogni età. Vengono dalle aree del delta del Mekong, dalla provincia di
Kontum e dalle altre province ai confini col Laos e la Cambogia. Recenti
prelievi effettuati nelle zone colpite sulle vittime, gli animali e la
falda acquifera confermano che la contaminazione continua anche ai
nostri giorni attraverso il ciclo alimentare. La diossina, assunta
attraverso il cibo o il latte materno, entra in circolo, raggiunge gli
organi bersaglio e provoca tumori o mutazioni del Dna, in una catena di
infinite sofferenze.
Nguyen Duc e Viet giunsero al Tu Du Hospital appena nati, 24 anni fa. I
due gemelli provenivano dal distretto di Sa Thay, provincia di Kontum,
uno dei luoghi più contaminati. Uniti all’altezza della pelvi, un
bacino, due gambe, un pene, all’età di 8 anni vennero operati e divisi.
Duc ebbe un destino più favorevole. Grazie alle cure superò gli handicap
fisici, riuscì a studiare e ad inserirsi nello staff dell’ospedale. Il
fratello Viet tuttora vegeta nel letto, curato dalle infermiere e dalla
madre Lam Thi di 52 anni.
Nell’aula adibita allo studio incontro una giovane che scrive col piede:
Pham Thi Thuy Linh, ha 12 anni ed è nata senza braccia. Scrive e lavora
al computer usando i piedi. Ha una scrittura molto ordinata, bellissima.
Se si troveranno i soldi per le protesi il suo futuro sarà diverso.
La catastrofe ambientale e sociale è ancora evidente in alcune aree
rurali come la Valle di A-Luoi, ad ovest di Huè, nei pressi della
frontiera col Laos. Qui la vita degli abitanti – gruppi minoritari di
etnia Pa Co – è molto difficile. Un grande cartello all’entrata del
villaggio di Dong Son ricorda il pericolo: vietato coltivare e bere
l’acqua dei pozzi. «È proibito portare anche gli animali al pascolo.
Viviamo del solo contributo dello Stato» dice Quynh Bay, un
ex-combattente. «Questa è una zona maledetta, non c’è futuro. Dai tempi
della guerra la terra è malata e ogni famiglia ha almeno un bambino
disabile». Sua figlia, la piccola Ho Thi Nga, di 7 anni, non parla, non
sente e si regge a mala pena sulle gambe.

A Bien Hoa, centinaia di chilometri più a sud, stessa situazione, stessa
sofferenza. Da qui partivano gli aerei Usa impegnati nell’operazione
Ranch Hand. Tutta l’area è tuttora pesantemente inquinata. Così pure il
vicino Lago di Dong Nai dove gli aerei scaricavano i residui di erbicidi
rimasti nei serbatoi al termine di ogni missione. E i risultati li si
può constatare visitando il locale «Centro per i bambini vittime della
diossina». Su una popolazione di 500.000 abitanti ci sono 1.000 vittime
di gravi malformazioni e lesioni cerebrali irreversibili. Il costo
umano, sociale ed economico è altissimo. Per le famiglie, dove i figli
sono visti come forza-lavoro, dover mantenere tre o quattro bimbi
gravemente malati e non autosufficienti è insostenibile. A questo segue
il dramma dell’abbandono delle stesse vittime e l’emarginazione sociale.
Il Vietnam è un Paese in forte espansione economica. Guarda al mercato
internazionale ed al futuro ma deve fare i conti con questa pesante
eredità. La questione di fondo resta quella delle responsabilità. Una
svolta si è avuta con la creazione ad Hanoi, il 10 gennaio 2004,
dell’Associazione vietnamita delle vittime dell’agente arancio/diossina.
Non appena creata, l’associazione ha presentato alla corte di giustizia
del distretto di New York una querela contro le 36 imprese che hanno
fabbricato l’Agente Arancio per l’esercito americano. Tra le società le
più note sono la Monsanto e la Dow Chemical. Le motivazioni giuridiche
sono molte: violazioni delle leggi internazionali, crimini di guerra,
fabbricazione di prodotti pericolosi, danni sia involontari che
intenzionali, arricchimento abusivo, ecc. I querelanti richiedono
risarcimenti per le lesioni personali subite, i morti, le nascite di
bambini malformati e anche per la necessaria decontaminazione
dell’ambiente. Per ora il ricorso, esaminato unicamente dal punto di
vista dell’ammissibilità, è stato rigettato dal tribunale, in prima
istanza, il 10 marzo scorso. I querelanti hanno subito presentato
ricorso in appello, perché il loro obiettivo è non solo ottenere
riparazione per le sofferenze subite, ma anche vedere la comunità
internazionale, in particolare gli Stati Uniti, riparare ad una
scandalosa dimenticanza della storia «ufficiale».
In questo senso, il processo non può essere che un primo passo, perché
al di là delle vittime e delle industrie chimiche, la questione delle
conseguenze dell’agente arancio concerne prima di tutto e soprattutto
due stati, gli Stati Uniti e il Vietnam, avendo il primo commesso un
crimine di guerra, il secondo essendo stato colpito nella sua
popolazione e nella sua terra. Si pone dunque il problema della validità
del diritto umanitario e della pressante necessità di riparare i danni
di guerra.
La signora Nguyen Thi Hong di 47 anni è tra le vittime che nei prossimi
mesi si presenterà di fronte alla Corte americana per chiedere ricorso.
È una veterana di guerra, ha combattuto nella giungla nella provincia di
Quang Tri, è stata ferita e ha perso una mano. Ricorda di aver respirato
più volte l’aria avvelenata dalla nube arancione ma dice con orgoglio:
«Abbiamo sofferto e vinto. Ma il peggio è venuto dopo. Ho avuto 4 figli
tutti affetti dalla diossina. Il veleno sta ancora nel nostro sangue.
Sono stata operata più volte di cancro e la mia pelle è piena di ulcere.
Ogni cura è inutile. Quando finirà questo inferno?». Ancora oggi,
pochissimi fra i turisti che si recano al museo di crimini di guerra di
Saigon sanno che quei due feti deformi sotto formalina, nella teca
circondata dalle foto di battaglie in bianco e nero di Larry Burrows,
non fanno parte di un passato da archiviare con i suoi orrori, ma del
presente.
Avvenire - Domenica 5 novembre 2006

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