Il cambiamento climatico non è un rischio remoto.
Dalla Versilia al Vietnam, il mondo va giù.
Un'eredità per i nostri nipoti.

Già negli anni Novanta gli stati delle piccole isole oceaniche con l'acqua alla gola avevano costituito l'AOSIS (Alliance of Small Island States), un'associazione che ha provato a far valere le ragioni della propria sopravvivenza nei summit sul clima delle Nazioni Unite. Temevano che nell'arco di un secolo i loro territori, in buona parte con un'altezza massima di un metro sul livello del mare, venissero spazzati via dalla crescita degli oceani.

A Tuvalu, piccolo arcipelago della Polinesia, il processo di cancellazione dello stato è già iniziato. L'acqua cresce, il sale si infiltra nelle falde di acqua dolce e la disperazione sta spingendo alla fuga i 12mila abitanti: nel 2006 hanno chiesto asilo ambientale alla Nuova Zelanda, e a migliaia hanno già cominciato ad andarsene, perché sanno di non poter fermare il mare.
Ma questo non è un caso isolato. Secondo il dossier sui profughi ambientali presentato da Legambiente a Terra Futura, la mostra-convegno fiorentina sulle buone pratiche ambientali, nel 2010 il numero di persone costrette a lasciare le proprie case per colpa dei cambiamenti climatici è arrivato a 40 milioni.

Se fino a qualche anno fa erano le guerre la causa principale delle emigrazioni di massa, oggi il motivo principale di fuga è legato agli eventi estremi moltiplicati dal caos climatico. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che entro il 2050 si arriverà a 200 - 250 milioni di profughi ambientali.

E il paradosso è che i primi a essere colpiti sono quelli che hanno le responsabilità minori per il disastro ambientale, prodotto principalmente dall'uso dei combustibili fossili.

Un abitante delle piccole isole usa una minima frazione dell'energia utilizzata da uno statunitense, che è in cima alla piramide dei consumi, ma per molti piccoli arcipelaghi il destino appare segnato: dalle Tuvalu alle Maldive, dalle Kiribati alle Marshall, dalle Tonga alle Cook, sembra davvero essere scattato il conto alla rovescia.

Dalla Versilia al Vietnam, così va giù il mondo.

EUROPA Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, nella seconda metà del secolo il 2,5% della popolazione Europea si troverà ad abitare in aree a rischio inondazione: oltre 15 milioni di persone dovranno vivere con la valigia pronta, per scappare quando arriverà l'ora dell'evacuazione.

ITALIA   Dei 7.750 chilometri dì coste italiane, 3.975 sono costituiti da coste basse.
Dai calcoli dell'agenzia Enea risulta che il mare sfonderà su un fronte lungo 1.384 chilometri. Le aree minacciate sono: la Versilia, ampie zone del Lazio e della Campania, il delta del Po, Lesina e Manfredonia in Puglia, tratti della Sardegna.

ARTICO  Il 9 settembre scorso l'area ghiacciata al Polo Nord era ridotta a 4,33 milioni di chilometri quadrati. Dal 1979 si è registrata una ritirata del pack del 12% a decennio.

CINA   Tra le aree più a rischio c'è il delta del Fiume Giallo, impoverito al punto da non riuscire spesso a raggiungere il mare, un fenomeno che ha già alterato la linea di costa.

BANGLADESH   Il litorale del Bangladesh ha cambiato fisionomia sotto i colpi del mare montante. Se l'oceano salirà di un metro il paese perderà il 17,5% del suo territorio.

VIETNAM La Banca Mondiale ha posto il Vietnam nella lista delle nazioni più minacciate dall'innalzamento delle acque. A rIschio in particolare il delta del Mekong, dove vivono più di 17 milioni di persone.

STATI UNITI Le città costiere più vulnerabili sono 12: da New York a Boston, da San Francisco a Los Angeles, da Miami a New Orleans.

SALVADOR e GUYANA   I tratti di coste basse sono ampie la percentuale di popolazione minacciata dalla possibilità di un esodo obbligato è alta.

AUSTRALIA   Tra le vittime del riscaldamento climatico c'è la grande barriera corallina: il riscaldamento e l'acidificazione dell'oceano la stanno uccidendo.

MOZAMBICO   È uno dei paesi più colpiti dalle alluvioni costiere, che si ripetono a ritmo sempre più frequente con conseguenze drammatiche: il numero delle vittime continua a crescere.