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Ho Chi Minh e l’America : Davide
contro Golia.
Come il Vietnam ha
vinto la sfida più temeraria del 20° secolo.
di Sergio Ricaldone
Mi è successo alcune volte di visitare la modesta palafitta in bambù che
è stata l’ultima abitazione presidenziale di Ho Chi Minh prima della sua
morte, avvenuta il 3 settembre 1969, nel pieno svolgersi della guerra di
liberazione antiamericana. Situata nel folto di quello che oggi è uno
dei più bei parchi di Hanoi, evoca subito il confronto con la lussuosa
regalità delle dimore imperiali di Parigi, Londra, Tokio e Washington,
ossia delle grandi potenze contro cui il popolo del Vietnam ha dovuto
combattere per liberarsi dalla schiavitù coloniale e dall’aggressione
imperialista. Eppure è dentro quella piccola casetta che sono state
elaborate idee e prese decisioni che hanno concorso a cambiare il corso
della storia e la geopolitica del pianeta nella seconda metà del
ventesimo secolo.
Il confronto è puramente simbolico ma induce alla riflessione sulla
enorme sproporzione tra la faraonica esibizione di ricchezza e potenza
di quelli che erano, e pretendono essere ancora oggi, i padroni del
mondo e la disperata povertà di mezzi di un popolo di contadini, che
comunque accettarono la sfida e la vinsero grazie alla forza delle loro
idee, alla bontà della loro causa e alla lungimiranza politica del loro
leader.
La sindrome del
Vietnam
Da paese quasi sconosciuto, il Vietnam è diventato negli anni 60/70,
nella fase più feroce dell’aggressione americana, quando tutti ne
parlavano e ne scrivevano, il centro della politica mondiale da cui è
dipesa l’evolversi dell’intera situazione internazionale. Ma anche
quando si è smesso di parlarne il paese di Ho Chi Minh è rimasto
centrale. Il suo fantasma – la cosiddetta “sindrome del Vietnam” – ha
continuato ad incombere, nei decenni successivi, lungo le rive del Potomac e ad agitare i pensieri dei Presidenti, dei capi militari e
degli spioni di Langley ogni qualvolta gli Stati Uniti hanno deciso di
dare uno sbocco militare alle loro croniche pulsioni imperiali. Il peso
e le conseguenze della sconfitta subita dagli USA in Indocina ha
dimostrato quanto sia diventato difficile, dopo il Vietnam, poter
vincere sul campo di battaglia le future guerre imperialiste, persino
contro degli insignificanti nani militari come l’Iraq e l’Afganistan.
Per quanto enorme e in apparenza invincibile sia il loro arsenale
bellico, la perdurante volontà degli USA di sottomettere con la forza
paesi e popoli nemici come Cuba, Venezuela, Corea del Nord, Iran
(strategia che include a lungo termine anche la Cina e la Russia), dopo
il Vietnam queste ambizioni hanno cominciato a mostrare i segni che
l’epoca delle “cannoniere” sempre ed ovunque vincenti sta tramontando e
nulla sarà più come prima. Con buona pace di Zbigniew Brzezinski, il
lucido teorico del neoimperialismo USA, che dopo il crollo del Muro
aveva incautamente previsto, nel suo libro “La grande scacchiera”,
l’affermazione unipolare del dominio americano in ogni angolo del
pianeta. Se, viceversa, col passaggio ad un mondo multipolare,
l’imperialismo americano comincia a mostrare i tratti di un logorante
declino, possiamo dire che Ho Chi Minh ne sia stato, con molti meriti,
l’anticipatore. Questo è il segno indelebile che ha lasciato nella
storia dei movimenti di liberazione del 20° secolo.
I rapporti col movimento comunista: unità e autonomia
Formatosi negli anni 20 alla rigida scuola della 3° Internazionale (Ho
Ci Minh fu uno dei suoi segretari), poi, negli anni 30, fondatore del PC
d’Indocina (1), le sue analisi hanno sempre collocato al primo posto gli
interessi del suo popolo e le peculiarità storiche e sociali del suo
paese, sulle quali ha saputo innestare in piena autonomia il lungo
processo della rivoluzione vietnamita. “Autonomia”, una parola
impegnativa, facile da proclamare, difficile da praticare negli anni
della guerra fredda, in un mondo diviso tra buoni e cattivi dalla
forsennata campagna anticomunista di Washington ed esposto al rischio di
un conflitto nucleare. Rischio apparso verosimile nei primi anni ‘50
durante la devastante guerra terroristica condotta dagli USA contro la
Corea del Nord e riapparso come opzione possibile, nel 1953, quando la
“bomba” fu offerta dal Pentagono ai colonialisti francesi assediati dal Vietminh di Giap nella roccaforte di
Diem Bien Phu.
E’ dunque comprensibile che di fronte al pericolo di un olocausto
nucleare la realpolitik praticata da Mosca nel secondo dopoguerra a
salvaguardia della pace, ben più responsabile di quella di Washington,
non lasciasse molte alternative : la coesistenza pacifica e l’autocontenimento
della prospettiva rivoluzionaria in Occidente doveva essere assunta,
come priorità dal movimento comunista internazionale nel suo complesso.
Ma quella scelta era anche carica di “suggerimenti” tattici attendisti
ai movimenti di liberazione, miranti a scoraggiare coloro che pensavano
di conquistare, o difendere, la propria indipendenza imboccando la
strada della lotta armata. La contraddizione divenne evidente nel 1964
quando, dopo la deliberata provocazione ordita dalla CIA (2) nel Golfo
del Tonchino, Ho Chi Minh si trovò di fronte al bivio più drammatico
della sua storia : chiudere subito “l’incidente” con l’aggressore
accettando un compromesso che salvasse la faccia, adeguandosi alle
regole della gestione bipolare USA-URSS in nome della coesistenza
pacifica (regole che escludevano la modifica degli equilibri planetari
concordati dalle due grandi potenze), oppure, pur consapevole dei rischi
che una tale sfida comportava, assumersi la responsabilità di una scelta
estrema per difendere il diritto all’indipendenza e alla riunificazione
del Paese. Decisione difficile per un paese impegnato anche a contenere
le pressioni politiche esercitate dalla confinante Cina di Mao che
all’epoca era in aperto conflitto con il Cremlino. Uno dei capolavori
politici di Ho Chi Minh fu quello di riuscire , con un politica di
rigorosa equidistanza dai due giganti del comunismo mondiale, URSS e
Cina, ad ottenere il sostegno politico e militare di entrambi, in una
guerra di liberazione che inizialmente nessuno dei due caldeggiava.
Senza di che il Vietnam non avrebbe mai potuto vincere un confronto
militare così sproporzionato.
Anticomunismo, razzismo, guerra: talloni d’Achille dell’imperialismo.
L’impegno di Ho Ci Minh di gestire in piena autonomia le decisioni
politiche e militari, senza mai perdere di vista le potenziali
contraddizioni e i conflitti latenti sempre pronti a esplodere in casa
dell’aggressore, è stata una delle sue intuizioni più lungimiranti. Pur
costretto a rispondere con le armi contro un aggressore soverchiante,
deciso a riportare il Vietnam all’età della pietra, da consumato
leninista, non ha mai perso di vista i punti deboli del nemico. I
misfatti compiuti dalla Casa Bianca in nome dell’anticomunismo avevano
provocato una profonda crisi politica nella società americana. La
demenziale paranoia dell’inquisizione maccartista, la persecuzione degli
intellettuali, la feroce negazione dei diritti civili alle minoranze di
colore, la copertura militare offerta alle operazioni di sterminio dei
comunisti in Indonesia e in America latina, la grottesca e fallita
invasione della Baia dei Porci, e molte altre infamie, hanno segnato la
nascita di quel variopinto arcipelago contro la guerra e contro il
razzismo che hanno sconvolto gli Stati Uniti per un ventennio. Dai
campus di Berkeley ai ghetti neri delle grandi metropoli, dai portuali
di S.Francisco alle Pantere Nere di Bobby Seale, il movimento dilaga in
tutta l’America. Poi, contro la guerra in Vietnam, la “madre di tutte le
rivolte”, riesce a coagulare tutti gli spezzoni della collera diffusa in
una causa unica e determinata : porre fine a quella sporca guerra che
stava risucchiando centinaia di migliaia di ragazzi nelle paludi del
Mekong e farla finita con la tragica esibizione dei “sacchi neri”
destinati al cimitero di Arlington.
Le aperture di Ho Chi Minh al popolo americano
Questo spiega perché, pur continuando a denunciare la natura aggressiva
dell’imperialismo USA, Ho Chi Minh non abbia mai assunto posizioni
pregiudizialmente “antiamericane”. Anzi, ha sempre investito quote
importanti della sua saggezza politica sulle tradizioni democratiche,
pacifiste e antifasciste di larghi strati del popolo americano. Non sono
pochi gli autori americani che hanno utilizzato una mole di dati storici
per offrirci un punto di vista che permette di scoprire gli ampi
orizzonti della cultura politica di Ho Chi Minh, il suo grande rispetto
per la coscienza democratica e antifascista mostrata dal popolo
americano nei momenti cruciali della storia contemporanea, a partire
dalla leale e sincera collaborazione stabilita con i capi dell’Office
Strategic Service, i servizi segreti americani, durante la lotta contro
l’occupazione giapponese. “Tutti gli agenti americani che incontrarono
Ho Chi Minh nel suo quartier generale di Bac Can, sulle montagne del
nord, ne subirono il fascino e il carisma. Lo definirono una “persona
estremamente amabile”, gli regalarono 6 revolver e lo nominarono
ufficiale ed agente dell’OSS con il numero 19. Le armi e i rifornimenti
americani furono assai apprezzati dai combattenti del Vietminh, ma molto
più importante era la speranza che questa collaborazione fruttasse una
protezione americana contro il ritorno dei colonialisti francesi”
(3).
Il 2 settembre 1945, quella speranza, lasciata trapelare un anno prima
dal Presidente Roosvelt, viene nuovamente evocata. Quel giorno Ho Chi Minh proclama l’indipendenza del paese davanti ad una folla immensa
raccolta nella grande piazza Ba Dinh di Hanoi, usando le stesse parole
della Dichiarazione di Indipendenza americana e dopo che un agente dell’OSS
era stato invitato a controllarne l’esatta traduzione: “Noi riteniamo
che le seguenti verità siano evidenti per se stesse: che tutti gli
uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro
Creatore di taluni inalienabili diritti, che fra questi vi sono la vita,
la libertà, la ricerca della felicità”. A questo punto si interruppe e
chiese molto gentilmente alla folla: “mi sentite bene miei cari
compatrioti?”. Avutane conferma, Ho Chi Minh chiarì la fonte di quelle
parole e ne spiegò il significato: “Queste parole immortali sono tratte
dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del
1776. Significano che tutti i popoli sulla Terra sono nati uguali e che
tutti i popoli hanno diritto di vivere, di essere liberi, di essere
felici” (4).
La speranza vietnamita di un sostegno americano alla propria libertà e
indipendenza vengono stroncate, qualche settimana dopo, dal governo di
Parigi: sostituite le insegne fasciste del governo di Vichy, alleato dei
giapponesi, con quelle della “Francia libera” di De Gaulle, le truppe
coloniali francesi sbarcano di nuovo in Indocina con l’appoggio
logistico e militare di Washington. Passano pochi mesi di inutili
trattative poi, il 20 novembre 1946, la flotta francese rompe gli
indugi, bombarda Haiphong e Lang Son e rioccupa il Vietnam del Nord. Il
Vietminh si rifugia nella giungla e comincia la guerra dei trent’anni.
L’Asse fascista Berlino-Tokyo è stata sconfitta ma l’imperialismo euroamericano si ripresenta più feroce di prima.
I crimini di guerra USA e il no deciso alla rappresaglia terroristica.
Diciannove anni più tardi, nel 1964, a smentire il valore dei sacri
principi espressi dalla Dichiarazione di Indipendenza americana fatti
propri da Ho Chi Minh, il Pentagono e la CIA decidono di utilizzare
contro il popolo del Vietnam i mezzi più micidiali del loro repertorio
terroristico. Il napalm, la diossina, i villaggi rasi al suolo, le
popolazioni trucidate, hanno gonfiato il significato della parola
“terrorismo” con numeri di dimensioni impressionanti: tre milioni e
mezzo di morti. Un nuovo olocausto compiuto con metodi non molto
dissimili dalle SS. Una pratica simulata in modo realistico da un gruppo
di reduci americani a Valley Forge in Pennsylvania (5).
Nessuno si sarebbe perciò stupito di eventuali rappresaglie
“terroristiche” compiute su suolo americano. Ma su questo tema i
comunisti vietnamiti sono stati chiari fin dall’inizio proclamando
apertamente che non avrebbero mai giustificato azioni di rappresaglia di
nessun tipo negli Stati Uniti e in altre parti del mondo. Sarebbero
servite solo a indebolirli politicamente e ad alienare l’appoggio
dell’opinione pubblica americana. Appoggio che viceversa avrebbe potuto
diventare (e in effetti lo è stato) il loro “secondo fronte”
antimperialista. I risultati di quelle scelte politiche sono state
sorprendenti. Mai un movimento contro la guerra ha assunto tali
dimensioni: le università paralizzate, i ghetti neri delle metropoli
incendiati, le diserzioni di massa, gli ammutinamenti dei soldati.
L’imperialismo di Washington ha finito per perdere due guerre in
contemporanea : quella contro il Vietnam e quella contro il popolo
americano.
La protesta e la lotta di massa contro la guerra in Vietnam.
Mai prima di allora certi fenomeni presenti in ogni guerra come le
diserzioni, assunsero tali dimensioni di massa : ben 93 mila nel solo
esercito, tra il 1968 e il 1975. Ai quali vanno aggiunti 206 mila
coscritti deferiti al dipartimento federale di Giustizia per renitenza
alla leva.
Dal 1970 la mobilitazione contro la guerra cominciò a spostarsi dai
campus alle caserme raggiungendo poi i campi di battaglia e le
portaerei. Gli attentati contro i superiori e il rifiuto di combattere
si moltiplicarono creando un precedente sconcertante contro il
tradizionale rispetto dell’obbedienza dell’esercito americano. I soldati
americani sapevano che con i loro gesti estremi rischiavano la morte o
la corte marziale ma non avevano scelta : “Se volevano restare vivi o
fermare la guerra dovevano essere pronti a sparare ai propri ufficiali
ben sapendo che questi ultimi erano pronti a sparare contro di loro.
Questo è quanto fecero i G.I.” (6)
Si stima che approssimativamente un migliaio tra ufficiali e
sottufficiali furono uccisi dai propri uomini. Un ruolo fondamentale fu
svolto dai reduci, dipinti da Hollywood e dalla propaganda come soggetti
disturbati e pericolosi, ma la cui adesione alle proteste contro la
guerra fece pendere l’ago della bilancia a favore del movimento
pacifista.
Fatto nuovo nella storia della marina militare, anche a bordo delle
grandi portaerei le iniziative contro la guerra, le diserzioni, e
persino gli ammutinamenti, si susseguirono in modo impressionante. La
prima contestazione esplosa, nel 1971, a bordo della Constellation su
iniziativa dei marinai, appoggiati da 15 mila manifestanti, bloccò la
portaerei per lungo tempo prima che potesse lasciare il porto di S.
Diego. Iniziative analoghe a bordo della Coral See, nel porto di S.
Francisco, con l’appoggio dei combattivi portuali della California. Poi
la resistenza alla guerra si fece più dura e la Marina riferì al
Congresso che vi erano state “488 inchieste per danneggiamenti, inclusi
191 procedimenti per sabotaggio e 135 per incendio doloso”
(7 ). Fu così
che quattro delle più grandi portaerei statunitensi, la Forrestal, la
Ranger, la Kitty Hawk, e l’America, restarono bloccate per settimane nei
porti delle Filippine e delle Hawaji. Anche nell’aviazione le cose
stavano volgendo al peggio. Nell’Armed Forces Journal del giugno 1971,
il colonnello Robert Heinl, storico del corpo dei marines, espresse
tutto quello che gli ufficiali pensavano: “Il morale, la disciplina e
il valore delle forze armate statunitensi sono, con poche rilevanti
eccezioni, al punto più basso e peggiore mai raggiunto in questo secolo
e forse nella storia degli Stati Uniti” (8).
Dal 1972 la lotta contro la guerra divenne assai più dura. Ricordo le
infuocate assemblee alla Columbia University di New York affollate
all’inverosimile di studenti, intellettuali, renitenti alla leva. Le
immagini più shoccanti le scattai nei giorni successivi al cimitero di
Arlington, in Virginia : decine di reduci mutilati e in carrozzella
gettavano con disprezzo le loro medaglie sulla tomba del milite ignoto,
ricoprendo di insulti il governo e il Pentagono, davanti allo sguardo
impietrito dei marines di guardia e gli esterrefatti visitatori, per lo
più anziani turisti della “middle class”, che osservavano scandalizzati,
ma senza batter ciglio, l’offesa arrecata al luogo più simbolico della
grandezza imperiale americana. Il clou di quella giornata memorabile si
manifestò più tardi quando una folla immensa riempì la grande spianata
davanti al Campidoglio di Washington chiedendo la fine della guerra.
La gestione vitnamita delle operazioni militari .
La capacità della leadership vietnamita di esportare il conflitto in
casa del nemico è stata accompagnata dalla decisione di conservare
totalmente nelle proprie mani la gestione politica e militare della
“guerra di popolo”, rifiutando cortesemente l’invio di “consiglieri
militari” da parte dei paesi amici. Analogo rifiuto ai molti “volontari”
pronti a partire da molti paesi, Italia inclusa. La risposta fu sempre
la stessa a entrambe le proposte: vi siamo molto grati, ma possiamo
cavarcela da soli. Naturalmente porte aperte a qualsiasi tipo di aiuto
materiale, che arrivò copioso da ogni parte del mondo. Dall’URSS e dalla
Cina arrivarono gli armamenti atti a sostenere lo sforzo bellico. Ma
furono i vietnamiti a perfezionare in proprio la tecnologia di certe
armi difensive che per ragioni di segretezza non erano state incluse
nelle forniture sovietiche. E per il Pentagono fu un amara sorpresa.
Nessuno sospettava che gli “incolti straccioni del Nord” avessero
perfezionato la gittata dei missili antiaerei sovietici mettendoli in
grado di colpire il nemico anche a 10 mila metri di quota. Nel dicembre
1972 Washington fece bombardare ininterrottamente per 24 ore, Hanoi ed
Haiphong, da duecento B52, ossia dal più gigantesco bombardiere
disponibile che, volando a 10 mila metri, era considerato praticamente
invulnerabile. In quelle ore infernali i vietnamiti ne abbatterono 34.
Una perdita (specialmente se tradotta in dollari) considerata
insopportabile anche dalla superpotenza più ricca del pianeta. Il
Pentagono ammise la perdita di 15 bombardieri, ma i vietnamiti esibirono
un per una, davanti agli stupefatti giornalisti, le 34 carcasse dei B52
abbattuti e gli equipaggi che si erano salvati.
Il volto terrorizzato di quei ragazzi scampati al “sacco nero”
mostravano ovviamente qualche segno dell’accoglienza, non proprio
gentile, ricevuta dai contadini che li avevano catturati. Ma erano vivi
ed ebbero tutto il tempo di riflettere per quale ragione erano stati
mandati a 10 mila km. da casa a massacrare migliaia di donne e bambini
in un paese di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza.
La liberazione del Vietnam è la vittoria di Ho Chi Minh.
Ho Chi Minh è morto il 3 settembre 1969 senza poter assistere al giorno
della vittoria. Ma le parole che ha scritto nel suo testamento poco
prima di morire sono una lucida e razionale previsione di quello che
sarebbe diventato il Vietnam negli anni a venire dopo la immancabile
vittoria.
“Sopravvivano i nostri fiumi, le nostre montagne, i nostri uomini. Dopo
la vittoria sull’aggressione americana costruiremo il nostro paese dieci
volte più bello di oggi. Nonostante difficoltà e privazioni, il nostro
popolo vincerà. Gli americani dovranno andarsene e la nostra patria sarà
riunificata. I compatrioti del Nord e del Sud vivranno immancabilmente
sotto lo stesso cielo. Il nostro paese avrà l’ambito onore di essere una
piccola nazione che ha vinto, in una lotta eroica, due grandi potenze
imperialiste, la Francia e gli Stati Uniti, dando un degno contributo al
movimento di liberazione internazionale”.
Note
:
(1) Leggasi la prima biografia completa di Pino Tagliazucchi:
Ho Chi Minh, Biografia politica, editore L’Harmattan Italia, 2004.
(2) Il 5 agosto 1964, con l’ordine impartito agli aerei della VII flotta
di bombardare alcune località costiere del Nord, la Casa Bianca compie
il primo passo dell’escalation della guerra iniziata nel 1960, da John
Fitzgerald Kennedy nel Sud Vietnam contro il Fronte di Liberazione
Nazionale (FLN). Nel 1995, vent’anni dopo la fine della guerra, fu lo
stesso McNamara, già Segretario alla Difesa e capo del Pentagono durante
la presidenza Kennedy, che in un amichevole incontro ad Hanoi col
generale Giap dichiarò : “Ci siamo inventati tutto. Fu la CIA ad
organizzare nel 1964 la famosa provocazione nel Golfo del Tonchino (…)
Quella guerra è stata un grande errore e una delle pagine più vergognose
della storia americana”.
(3) Marilyn B.Young – Le guerre del Vietnam – 2007, Arnoldo Mondadori
editore, pag. 21.
(4) Ibid.
(5) Valley Forge è una località storica della guerra d’indipendenza,
dove G. Washington si è accampato con l’esercito rivoluzionario
nell’inverno 1777-78. Nel libro di Mark Lane – Una generazione nel
Vietnam – Feltrinelli editore, 1971, si legge a pag. xxx dei curatori :
“150 veterani di guerra (…) vestiti nelle loro uniformi di
combattimento, con caschi e scarponi da giungla, e fucili M 16 di
plastica, hanno compiuto una marcia di quattro giorni, percorrendo circa
150 chilometri e dormendo all’addiaccio. Quando passavano per le
cittadine, si comportavano come se fossero stati in Vietnam. Mettevano i
civili contro i muri, interrogavano donne e bambini, facevano mostra di
volerli uccidere e distribuivano dei volantini solo pochi minuti prima
di ripartire. I volantini dicevano : Una compagnia dell’esercito
americano è appena passata dalla vostra città. Se fossimo stati in
Vietnam vi avremmo ucciso, avremmo violato le vostre mogli e incendiato
le vostre case. Abbiamo fatto queste cose nel Vietnam. Poniamo fine alla
guerra subito. Vostro figlio tornerà in una bara o trasformato in un
boia completo”.
(6) Jonathan Neale – Storia popolare del Vietnam – 2001,edizione il
Saggiatore. Pag. 167 e seg.
(7) Ibid
(8) Ibid. |