Reportage

Apocalisse Mekong - Il nome significa Fiume dei Nove Draghi. Attraversa 5 stati e 4.500 km. di risaie, case galleggianti e paludi. Dove le tracce terribili della guerra si mescolano a una nuova povertà.

di Aldo Pavan  -  "D" Repubblica  -  Novembre 1999

Noi diciamo: non lasciare la scopa fuori di casa la notte. Con questo caldo umido, al mattino avrà messo radici e sarà diventata un albero".
Nebbia leggera, ovattata, in un paesaggio di quinte cinesi. Paraventi di linee disordinate che si incrociano e sfumano, lontano.
Mentre la voce bassa della barcaiola, Thuy, accompagna lo sciabordio ritmato dei remi che si immergono nell'acqua. È una bambina, forse. Sorriso bianchissimo, spalle strette, fianchi esili. Ma le mani sono ruvide, con i calli. Il remo si immerge nel liquido scuro, limaccioso, tra i villaggi alla foce del fiume dei Nove Draghi, il Mekong, che attraversa il Vietnam del Sud.  foto F. CapsoniTerra dai confini incerti che si trasformano in lagune, isole, paludi e aree salmastre. Fino a incontrare il mare, quello Cinese Meridionale.
Bambina? "Ho quattro figli. La più grande si occupa dei piccoli mentre io sono qui a lavorare". Qui non c'è l'albo dei rematori, ma chi possiede una barca è fortunato, due dollari al giorno riesce a portarli a casa.
Un ricco, rispetto alla povertà che lo circonda: 15 milioni di persone, moltissime, troppe, tra le capanne di paglia puntellate alla meglio. E poi villaggi, risaie, frutteti, orti e pagode, templi con profili di uomini, divinità, incarnazioni del Buddha.
La barca è il solo mezzo per spostarsi. Il Mekong è un'autostrada. Battelli come case galleggianti in cui vivono 10 o 12 persone. Con tanto di panni stesi, piante e acquario dei pesci appena pescati, buttati nella vasca in attesa del mercato, anche quello galleggiante: come Phung Hiep, alla confluenza di sette vie d'acqua, o Cao Lanh, dove convergono barche con montagne di frutta e verdura che finiranno nelle grandi città. Colori di noci di cocco, banane, manghi, limoni, papaie, meloni, jack fruit, durian, dragon fruit, custard. Scene da Canaletto tropicale, dove le tinte della laguna veneta sono sostituite da quelle della giungla.
A condurre le barche, sono quasi solo le donne. "Lo faceva mia madre", spiega la bambina Thuy, "già al tempo della guerra. Poi è morta lentamente, giorno dopo giorno si è consumata... Noi beviamo l'acqua del fiume. Lei non sapeva che un aereo aveva lanciato il veleno dall'alto. Nessun medico è riuscito a salvarla". L'Agent Orange, 40 milioni di litri, ha deforestato la parte meridionale del delta del Mekong. La vegetazione della laguna attorno a Camau è sparita a causa del diserbante: le mangrovie, come scheletri, si sono innalzate sull'acqua a migliaia. Tutto per stanare i vietcong, fantasmi che si erano rifugiati nel delta. Tra le nebbie si materializzavano attentati e azioni di guerriglia a spese del più grande esercito capitalista del pianeta. foto F. Capsoni
Risultato a guerra finita, 20 km quadrati di terreni agricoli inutilizzabili. Peggio: uomini senza occhi, con due o tre pollici e orecchie minuscole, bimbi deformi, vittime incolpevoli della mutazione genetica causata dal defoliante. L'Agent Orange per almeno mezzo secolo continuerà a colpire. E non solo in Vietnam, ma anche negli Usa, tra i pronipoti di quei marines che pensavano di svuotare il paese dai musi gialli comunisti come si finisce una lattina di Coca Cola.
L'Agent Orange ha seguito gli americani fino a casa. Piange l'ammiraglio Zumwalt che diede l'ordine di irrorare di veleni il delta del Mekong: il figlio, veterano del Vietnam, è deceduto qualche anno fa a causa di un tumore causato dal terribile diserbante.
La guerra non è solo acqua passata. Inesorabile scorre il Mekong. Sgorga dai monti del Tibet e si riversa nel Mar Cinese Meridionale. Dopo aver bagnato 4.500 km di lacrime, guerre etniche, dittature e triangoli della droga: Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e per ultimo il Vietnam. Ogni anno il delta avanza di 79 metri, terra e detriti portati da una massa d'acqua che varia da 1.900 a 38 mila metri cubi al secondo, a seconda della stagione.
Per l'uso di questa risorsa vengono a galla dispute e ferite mai sanate: i vietnamiti accusano i thailandesi di risucchiare troppa acqua dal fiume. I cambogiani ricordano che il delta fu loro fino al 1954. La Mekong River Commission si impantana in questi rancori antichi e moderni, mentre si dovrebbe occupare di idrologia. Quest'anno dovrà investire i 10,6 milioni di dollari stanziati dagli organismi internazionali per i progetti di regolazione e canalizzazione del corso.
Provenendo da Ho Chi Minh City, una volta Saigon, si incontrano prima Mytho e poi Cantho. Pulsano entrambe nel cuore del delta. È da qui che si parte in barca.
Il caos, quello indotto dalla società del motore a scoppio, svanisce. Si alza in volo improvviso un airone stanato dalla prua, là dove l'acqua è più bassa e melmosa. Una donna lava i panni nel canale, un'altra si fa lo shampoo. Bambini sguazzano tra galline e tacchini, canoe scivolano sotto gallerie d'alberi che si intrecciano a liane. Rumori di gong lontani. Sulle rive, distese di stuoie su cui sono stati messi a seccare cumuli di semi di soia. Qualche bonzo sulla riva, vestito di rosso, testa pelata, con passo solenne. Un tuffo vicino, un animale: è un bufalo dalla pelle scura, sceso a bagnarsi per fuggire la calura prima di trainare l'aratro.
E Thuy la barcaiola, curva sui remi, prosegue tra i canali. Ore sette, a sud di Soc Trang. Quella mattina, uguale a tante altre: la gente è nel fango fino alle ginocchia, sui campi di riso. Recinti d'acqua consolidati a fatica: pali di bambù piantati uno di fianco all'altro, per salvarsi dalla forza delle maree, a volte pericolose, improvvise, troppo alte e devastanti. Ognuno si arrangia come può, come gli è stato insegnato dal nonno del nonno, alla meglio, con mezzi di fortuna.
Due anni fa il tifone Linda, a novembre, nel bel mezzo del raccolto del riso, ha devastato il delta del Mekong: 285 morti, 3.600 senza tetto. Un totale di 453 mila ettari di risaie invase dalla furia dell'acqua. E domani potrebbe essere altrettanto, con quelle nubi nere che si srotolano nel cielo.
Sul delta sedimentano fino a 5 mila metri cubi di limo ogni giorno. Come il Nilo al tempo dei faraoni, il Mekong concima e rende fertile, ma fa paura. Tra maggio e settembre il livello dell'acqua sale al suo punto massimo, fino quasi a far scoppiare gli argini.
Il delta del Mekong è il "granaio" del Vietnam. Qui si coltivano 27 milioni di tonnellate di riso che sfamano 80 milioni di vietnamiti e contribuiscono alle esportazioni. Il Vietnam, grazie al delta, è il terzo produttore mondiale di riso, dopo Thailandia e America. Abbandonata l'idea della pianificazione e dei kolchoz, sono venute le riforme del 1979 e del 1986. La classe dei mandarini al potere ha aperto le porte all'occidente, avviato i cambiamenti. Tutto in nome di quei dollari che nel 1975 erano stati cacciati dai fucili dei vietcong.
E chi è stato sbattuto in prigione come amico della tresca capitalista, chi è stato rieducato alle idee socialiste sui campi di lavoro forzato, chi si è visto confiscare ogni bene di famiglia, non si è neppure sentito chiedere scusa. Anzi. Avanti verso le riforme, quello che è stato è passato, come l'acqua che scorre e non può tornare indietro.
Peccato per quei monaci buddhisti imprigionati l'anno scorso per aver aiutato i senza tetto del delta, colpiti dall'ennesima alluvione. Non spettava a loro intervenire, ma allo Stato. Sono stati condannati a cinque anni di reclusione per attività sovversiva.
Le riforme sono state emanate, ma le prigioni sono piene: dissidenti, oppositori, "sovversivi". E il regime è lì, monolitico nonostante il mix nazional-social-comunista-patriottico di Hanoi innestato con un po' di iniziativa privata e con i finanziamenti internazionali che irrorano le casse dei mandarini rossi. I vietnamiti sono abili in queste sintesi, come il caodaismo, fusione di religioni dell'est e ovest.
Nel delta, vicino a Mytho, si sbarca sull'isola di Phung Island, dove il monaco Coconut rimase per tre anni su una roccia cibandosi di noci di cocco. Auspicava la fusione di buddhismo e cattolicesimo, è stato imprigionato e messo a tacere. Nel suo monastero, Cristo è a fianco del Buddha. I dragoni della mitologia cinese si aggrappano ai muri del tempio che ripesca simbologie induiste e mette in mostra decine di svastiche multicolore.
Non c'è guerra di religione, qui. Sul delta vivono anche i musulmani, figli di quelle comunità entrate in contatto con i mercanti malesi nei secoli scorsi. Il buddhismo theravada, importato nel delta dalla popolazione khmer, non si preoccupa di fare proseliti, non conosce il nostro termine "evangelizzare", non teme le contaminazioni. Forse per questo il giardino del tempio di Vinh Trang è occupato anche da un Cessna dell'Us Air Force.
Feticci pagani e simbologia sacra. È stato innalzato un ritratto gigantesco di Ho Chi Minh. Anche lui, opportunamente deificato, potrebbe entrare a far parte del pantheon del delta del Mekong, tra paraventi e quinte cinesi.

foto F. Capsoni