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Noi diciamo: non lasciare la scopa fuori di casa la notte. Con questo
caldo umido, al mattino avrà messo radici e sarà diventata un albero".
Nebbia leggera, ovattata, in un paesaggio di quinte cinesi. Paraventi di
linee disordinate che si incrociano e sfumano, lontano.
Mentre la voce
bassa della barcaiola, Thuy, accompagna lo sciabordio ritmato dei remi
che si immergono nell'acqua. È una bambina, forse. Sorriso bianchissimo,
spalle strette, fianchi esili. Ma le mani sono ruvide, con i calli. Il
remo si immerge nel liquido scuro, limaccioso, tra i villaggi alla foce
del fiume dei Nove Draghi, il Mekong, che attraversa il Vietnam del Sud.
Terra dai confini incerti che si trasformano in lagune, isole, paludi e
aree salmastre. Fino a incontrare il mare, quello Cinese Meridionale.
Bambina? "Ho quattro figli. La più grande si occupa dei piccoli mentre
io sono qui a lavorare". Qui non c'è l'albo dei rematori, ma chi
possiede una barca è fortunato, due dollari al giorno riesce a portarli
a casa.
Un ricco, rispetto alla povertà che lo circonda: 15 milioni di
persone, moltissime, troppe, tra le capanne di paglia puntellate alla
meglio. E poi villaggi, risaie, frutteti, orti e pagode, templi con
profili di uomini, divinità, incarnazioni del Buddha.
La barca è il solo
mezzo per spostarsi. Il Mekong è un'autostrada. Battelli come case
galleggianti in cui vivono 10 o 12 persone. Con tanto di panni stesi,
piante e acquario dei pesci appena pescati, buttati nella vasca in
attesa del mercato, anche quello galleggiante: come Phung Hiep, alla
confluenza di sette vie d'acqua, o Cao Lanh, dove convergono barche con
montagne di frutta e verdura che finiranno nelle grandi città. Colori di
noci di cocco, banane, manghi, limoni, papaie, meloni, jack fruit,
durian, dragon fruit, custard. Scene da Canaletto tropicale, dove le
tinte della laguna veneta sono sostituite da quelle della giungla.
A
condurre le barche, sono quasi solo le donne. "Lo faceva mia madre",
spiega la bambina Thuy, "già al tempo della guerra. Poi è morta
lentamente, giorno dopo giorno si è consumata... Noi beviamo l'acqua del
fiume. Lei non sapeva che un aereo aveva lanciato il veleno dall'alto.
Nessun medico è riuscito a salvarla". L'Agent Orange, 40 milioni di
litri, ha deforestato la parte meridionale del delta del Mekong. La
vegetazione della laguna attorno a Camau è sparita a causa del
diserbante: le mangrovie, come scheletri, si sono innalzate sull'acqua a
migliaia. Tutto per stanare i vietcong, fantasmi che si erano rifugiati
nel delta. Tra le nebbie si materializzavano attentati e azioni di
guerriglia a spese del più grande esercito capitalista del pianeta.

Risultato a guerra finita, 20 km quadrati di terreni agricoli
inutilizzabili. Peggio: uomini senza occhi, con due o tre pollici e
orecchie minuscole, bimbi deformi, vittime incolpevoli della mutazione
genetica causata dal defoliante. L'Agent Orange per almeno mezzo secolo
continuerà a colpire. E non solo in Vietnam, ma anche negli Usa, tra i
pronipoti di quei marines che pensavano di svuotare il paese dai musi
gialli comunisti come si finisce una lattina di Coca Cola.
L'Agent
Orange ha seguito gli americani fino a casa. Piange l'ammiraglio Zumwalt
che diede l'ordine di irrorare di veleni il delta del Mekong: il figlio,
veterano del Vietnam, è deceduto qualche anno fa a causa di un tumore
causato dal terribile diserbante.
La guerra non è solo acqua passata.
Inesorabile scorre il Mekong. Sgorga dai monti del Tibet e si riversa
nel Mar Cinese Meridionale. Dopo aver bagnato 4.500 km di lacrime,
guerre etniche, dittature e triangoli della droga: Birmania, Laos,
Thailandia, Cambogia e per ultimo il Vietnam. Ogni anno il delta avanza
di 79 metri, terra e detriti portati da una massa d'acqua che varia da
1.900 a 38 mila metri cubi al secondo, a seconda della stagione.
Per
l'uso di questa risorsa vengono a galla dispute e ferite mai sanate: i
vietnamiti accusano i thailandesi di risucchiare troppa acqua dal fiume.
I cambogiani ricordano che il delta fu loro fino al 1954. La Mekong
River Commission si impantana in questi rancori antichi e moderni,
mentre si dovrebbe occupare di idrologia. Quest'anno dovrà investire i
10,6 milioni di dollari stanziati dagli organismi internazionali per i
progetti di regolazione e canalizzazione del corso.
Provenendo da Ho Chi Minh City, una volta Saigon, si incontrano prima Mytho e poi Cantho.
Pulsano entrambe nel cuore del delta. È da qui che si parte in barca.
Il
caos, quello indotto dalla società del motore a scoppio, svanisce. Si
alza in volo improvviso un airone stanato dalla prua, là dove l'acqua è
più bassa e melmosa. Una donna lava i panni nel canale, un'altra si fa
lo shampoo. Bambini sguazzano tra galline e tacchini, canoe scivolano
sotto gallerie d'alberi che si intrecciano a liane. Rumori di gong
lontani. Sulle rive, distese di stuoie su cui sono stati messi a seccare
cumuli di semi di soia. Qualche bonzo sulla riva, vestito di rosso,
testa pelata, con passo solenne. Un tuffo vicino, un animale: è un
bufalo dalla pelle scura, sceso a bagnarsi per fuggire la calura prima
di trainare l'aratro.
E Thuy la barcaiola, curva sui remi, prosegue tra
i canali. Ore sette, a sud di Soc Trang. Quella mattina, uguale a tante
altre: la gente è nel fango fino alle ginocchia, sui campi di riso.
Recinti d'acqua consolidati a fatica: pali di bambù piantati uno di
fianco all'altro, per salvarsi dalla forza delle maree, a volte
pericolose, improvvise, troppo alte e devastanti. Ognuno si arrangia
come può, come gli è stato insegnato dal nonno del nonno, alla meglio,
con mezzi di fortuna.
Due anni fa il tifone Linda, a novembre, nel bel
mezzo del raccolto del riso, ha devastato il delta del Mekong: 285
morti, 3.600 senza tetto. Un totale di 453 mila ettari di risaie invase
dalla furia dell'acqua. E domani potrebbe essere altrettanto, con quelle
nubi nere che si srotolano nel cielo.
Sul delta sedimentano fino a 5
mila metri cubi di limo ogni giorno. Come il Nilo al tempo dei faraoni,
il Mekong concima e rende fertile, ma fa paura. Tra maggio e settembre
il livello dell'acqua sale al suo punto massimo, fino quasi a far
scoppiare gli argini.
Il delta del Mekong è il "granaio" del Vietnam.
Qui si coltivano 27 milioni di tonnellate di riso che sfamano 80 milioni
di vietnamiti e contribuiscono alle esportazioni. Il Vietnam, grazie al
delta, è il terzo produttore mondiale di riso, dopo Thailandia e
America. Abbandonata l'idea della pianificazione e dei kolchoz, sono
venute le riforme del 1979 e del 1986. La classe dei mandarini al potere
ha aperto le porte all'occidente, avviato i cambiamenti. Tutto in nome
di quei dollari che nel 1975 erano stati cacciati dai fucili dei
vietcong.
E chi è stato sbattuto in prigione come amico della tresca
capitalista, chi è stato rieducato alle idee socialiste sui campi di
lavoro forzato, chi si è visto confiscare ogni bene di famiglia, non si
è neppure sentito chiedere scusa. Anzi. Avanti verso le riforme, quello
che è stato è passato, come l'acqua che scorre e non può tornare
indietro.
Peccato per quei monaci buddhisti imprigionati l'anno scorso
per aver aiutato i senza tetto del delta, colpiti dall'ennesima
alluvione. Non spettava a loro intervenire, ma allo Stato. Sono stati
condannati a cinque anni di reclusione per attività sovversiva.
Le
riforme sono state emanate, ma le prigioni sono piene: dissidenti,
oppositori, "sovversivi". E il regime è lì, monolitico nonostante il mix nazional-social-comunista-patriottico di Hanoi innestato con un po' di
iniziativa privata e con i finanziamenti internazionali che irrorano le
casse dei mandarini rossi. I vietnamiti sono abili in queste sintesi,
come il caodaismo, fusione di religioni dell'est e ovest.
Nel delta,
vicino a Mytho, si sbarca sull'isola di Phung Island, dove il monaco
Coconut rimase per tre anni su una roccia cibandosi di noci di cocco.
Auspicava la fusione di buddhismo e cattolicesimo, è stato imprigionato
e messo a tacere. Nel suo monastero, Cristo è a fianco del Buddha. I
dragoni della mitologia cinese si aggrappano ai muri del tempio che
ripesca simbologie induiste e mette in mostra decine di svastiche
multicolore.
Non c'è guerra di religione, qui. Sul delta vivono anche i
musulmani, figli di quelle comunità entrate in contatto con i mercanti
malesi nei secoli scorsi. Il buddhismo theravada, importato nel delta
dalla popolazione khmer, non si preoccupa di fare proseliti, non conosce
il nostro termine "evangelizzare", non teme le contaminazioni. Forse per
questo il giardino del tempio di Vinh Trang è occupato anche da un
Cessna dell'Us Air Force.
Feticci pagani e simbologia sacra. È stato
innalzato un ritratto gigantesco di Ho Chi Minh. Anche lui,
opportunamente deificato, potrebbe entrare a far parte del pantheon del
delta del Mekong, tra paraventi e quinte cinesi.

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