San Suu Kyi:
"Spero in giorni migliori"
21 maggio 2009
Birmania L' appello dei premi Nobel per la Pace: «Liberatela».
L' ambasciatore italiano: «E' combattiva e serena»
Diplomatici e giornalisti ammessi al processo nel carcere di Insein
«Grazie, la vostra presenza, qui, è molto importante per me. Spero di
avere l' occasione di incontrarvi di nuovo in giorni migliori».
Elegante, determinata, serena («con un carisma che emana da tutti i
pori», l'ha descritta l'ambasciatore italiano a Rangoon Giuseppe
Cinti): così è apparsa ieri Aung San Suu Kyi alla terza udienza del
processo a suo carico. Ventotto diplomatici accreditati in Birmania e
dieci giornalisti hanno per la prima volta avuto il permesso di varcare
i cancelli del carcere di Insein e sedersi nell' aula del tribunale a
pochi metri dal premio Nobel per la Pace. Dopo l'udienza, inoltre, gli
ambasciatori di Singapore, Russia e Thailandia hanno avuto con lei un
incontro privato. Una mossa a sorpresa dovuta forse al desiderio della
Giunta di non irritare eccessivamente la Comunità internazionale o,
forse, come lasciano intendere gli oppositori in esilio, «è solo un
trucco per mascherare l' assurdità del procedimento».
In effetti, questo è il primo processo a carico della Signora, ieri
vestita con un longyi, la gonna tradizionale birmana,
amaranto, e una semplice blusa fucsia. La leader dell' opposizione
birmana, privata della libertà all'indomani del trionfo alle elezioni
del 1990, mai riconosciute dai militari, e rimasta agli arresti
domiciliari per un totale di 13 anni, non era mai comparsa di fronte a
un tribunale. L' occasione per contestarle un reato -«violazione dei
termini degli arresti domiciliari» - che potrebbe costarle dai tre ai
cinque anni di carcere, è stata offerta su un piatto d'argento ai
generali dall'inopinata visita, dopo una nuotata nel lago Inya, del
mormone americano John William Yettaw, 53 anni, anche lui sotto
processo. L' udienza si è protratta per un' ora. Il giudice militare ha
ascoltato due testimoni, tra i quali l' ufficiale della polizia segreta
che ha notificato a Aung San Suu Kyi, una settimana fa, il mandato di
arresto.
L'avvocato Kyi, Win, capo del collegio di difesa, ha messo in luce come
la Signora non abbia avuto alcuna colpa nella visita dell' americano,
una persona «affetta da disturbi del comportamento». In più, di fronte
all'accusa, condotta dal tenente colonnello Zaw Min Aung, ha chiarito
che la Signora in realtà «non ha violato la legge dal momento che le
sono preclusi contatti con rappresentanti politici. E John Yettaw non
rappresenta alcun gruppo politico». Basterà a ottenere un'assoluzione? A
Rangoon pochi credono che i generali si faranno sfuggire l'occasione di
tenere Suu Kyi lontana dalle elezioni del prossimo anno.
Ieri, in favore della Signora si sono pronunciati anche i «colleghi»
Nobel per la Pace. Il presidente del Costa Rica, Oscar Arias, e altri
Nobel come Shirin Ebadi, Desmond Tutu, Rigoberta Menchú e Adolfo Perez
Esquivel hanno scritto due lettere, una inviata al segretario generale
dell' Onu, Ban Ki-moon, l'altra al segretario generale dell'Asean
(l'Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico), Surin Pitsuwan,
chiedendone l'immediata liberazione: «Il processo contro Aung San è una
farsa. In Birmania non esiste un sistema giudiziario».
Solidarietà.
Appello
di 9 premi Nobel, tra cui Shirin Ebadi e Rigoberta Menchú (nelle foto):
«Il processo a Aung San Suu Kyi è una farsa, non c' è sistema
giudiziario in Birmania. È una scusa della giunta militare per avanzare
false accuse. Lanciamo un appello urgente per la sua liberazione. Siamo
molto preoccupati per le sue condizioni di salute. La prigione di Insein
è nota per le condizioni disumane nelle quali si trovano i prigionieri,
che subiscono torture fisiche e psicologiche».
Salom Paolo
La lettera
Il governo italiano porterà la questione al vertice Ue-Asean
Caro Direttore,
la triste e dolorosa vicenda di Aung San Suu Kyi, sottoposta in questi
giorni ad un nuovo processo, ingiusto ed infondato, che rischia di
prolungarne ulteriormente le sofferenze, sta richiamando l'attenzione
dell'opinione pubblica e dell' intera comunità internazionale.
Tra quanto apparso sui media in questi giorni, mi ha particolarmente
colpito un pezzo di Isabella Bossi Fedrigotti, che il Corriere della
Sera ha così scelto di titolare: «Non stanchiamoci di lei».
Nell'articolo viene giustamente posto l'accento sul rischio che l'
opinione pubblica possa finire per assuefarsi di fronte alle
persecuzioni di cui Aung San Suu Kyi continua ad essere vittima; un
rischio che comporterebbe l' incapacità di noi tutti «di ribellarsi
ancora, di protestare e di difenderla».
Le ultime inquietanti misure adottate nei confronti del Premio Nobel per
la Pace non lasciano spazio ad alcun dubbio: è difficile nutrire
speranze su una evoluzione del regime di Rangoon. Ciò nondimeno, la
comunità internazionale deve spendere tutto il suo peso e il suo
prestigio per la causa birmana, pena il rischio individuato da Isabella
Bossi Fedrigotti.
L'Italia, in particolare, proseguirà la sua costante ed intensa azione
diplomatica sulle autorità birmane, esercitata sia bilateralmente che
attraverso i canali multilaterali, a cominciare dall' Unione Europea e
dalle Nazioni Unite. Proprio il 27 maggio, data di scadenza del regime
detentivo di Aung San Suu Kyi, si svolgerà a Phnom Penh il XVII Vertice
UE-ASEAN dei ministri degli Affari Esteri. Al cospetto dei Paesi del
Sud-Est Asiatico, l' Europa solleverà la questione legata ad Aung San
Suu Kyi con voce ferma e decisa.
Credo infatti che proprio i Paesi dell' Asean potranno aiutarci nel
difficile tentativo di favorire l' apertura di un dialogo sui diritti
umani nel Paese asiatico, in vista delle elezioni politiche generali del
2010. Le differenze etniche non si governano con la repressione dei
militari, ma con la convivenza civile sancita dalla libertà, con una
equilibrata rappresentanza delle diversità.
A nome del governo italiano, presidente di turno del G8, chiederò di
intensificare gli sforzi per il pronto rilascio di tutti i prigionieri
politici in Birmania e per la fine delle persecuzioni nei confronti
della donna che, col suo coraggio ed a rischio della vita, tiene alto
nel suo Paese il vessillo della libertà e della democrazia. Parafrasando
il titolo del Corriere, non ci stancheremo di lei. È un compito che
sento mio proprio e che non mancherò di portare avanti con tutte le
forze. Stefania Craxi (Sottosegretario agli Affari Esteri)
Craxi Stefania
20 maggio 2009
L' analisi
Aung San Suu Kyi, il Coraggio di una Donna Spaventa i Generali
Aung San Suu Kyi, una donna dalla vita difficile, amarissima. Orfana di
padre a due anni, ha combattuto fin da piccola contro un regime militare
prepotente e violento. Una donna sola contro un esercito di uomini sordi
e ciechi di fronte al malessere di un popolo.
Abbiamo visto i monaci mandati al macello in una Birmania devastata
dalla polizia. Le preghiere di un popolo di monaci e una voce di donna,
sola, coraggiosa e indomabile. Tante volte l' hanno incoraggiata a
scappare, ma lei ha sempre detto di no. Non lascerà il suo Paese. Che si
prendano la responsabilità della sua detenzione di fronte al mondo!
Ricordiamo però che non si tratta di una rivoluzionaria, di una
anarchica o di una guerrigliera. Aung San Suu Kyi è stata eletta con la
maggioranza dei voti dal suo popolo che la voleva primo ministro. Ma i
militari non hanno accettato la sconfitta e l' hanno chiusa in una cella
per anni. Poi liberata per le proteste di mezzo mondo, e nonostante
abbia ricevuto il premio Nobel per la Pace, è stata relegata nella sua
casa agli arresti domiciliari. Una prigione più comoda certo, ma sempre
prigione, dove stava chiusa e isolata, senza potere né comunicare né
vedere nessuno. Nemmeno il marito che stava morendo di cancro.
Poche settimane fa un esaltato americano approda alla villa dove vive
prigioniera, dopo avere attraversato a nuoto il lago. Aung San Suu Kyi
lo ospita per una notte, non avendo cuore di ributtarlo in acqua. Il suo
comportamento umano diventa un pretesto per processarla di nuovo e
condannarla al carcere duro. Contro un regime di uomini armati, ecco una
donna piccola e risoluta. Incredibile che faccia paura. Eppure è così.
La sua forza non sta nei fucili o nelle bombe e neanche in una ideologia
minacciosa della morte per suicidio, ma nella ferma risoluta decisione
di opporsi all' arbitrio attraverso la non violenza e la fratellanza.
Il suo potere sta nel prestigio, nella fiducia che la sua gente ha in
lei, nell' esempio che ha sempre dato, nella serenità che emana dalla
sua piccola e fragile persona.
Maraini Dacia
  
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