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Nella notte tra il 31
gennaio e il 1° febbraio di 40 anni fa oltre cento città sudvietnamite,
grandi e piccole, sono attaccate dai guerriglieri vietcong: passerà alla
storia come l'offensiva del Tet. La sorpresa è enorme poiché il paese
sta festeggiando il capodanno lunare, la più importante festività
dell'Asia Orientale che dura ufficialmente tre giorni ma che la maggior
parte della popolazione trasforma in una settimana di vacanza.
Inoltre, le forze
statunitensi e del governo fantoccio di Saigon sono concentrate nella
zona smilitarizzata del 17° parallelo per respingere un massiccio
attacco delle truppe nordvietnamite, lanciato proprio per distrarli
dall'offensiva che i partigiani del sud stanno preparando.
Completamente colti
alla sprovvista, gli americani e i loro alleati subiscono numerose
perdite materiali e faticano a riprendere il controllo delle città.
L'antica capitale imperiale Hué è tenuta dai vietcong per un mese, ma
l'insurrezione generalizzata non si verifica e le posizioni conquistate
non sono mantenute. Le perdite sono ingenti poiché gli americani
contrattaccano bombardando pesantemente città densamente abitate, non
curanti della popolazione civile. In termini militari si può dire che i
vietnamiti non vincono la battaglia ma iniziano a vincere la guerra.
Infatti, sul fronte politico sono minate le retrovie nemiche, ovvero
l'opinione pubblica americana e mondiale. Una guerra, che sembrava fino
ad allora svolgersi in un angolo remoto del terzo mondo, balza sui mezzi
di comunicazione di massa con immagini strazianti che smascherano la
cosiddetta democrazia americana e rivelano la vera faccia
dell'imperialismo. Gli americani cominciano a dubitare di poter vincere
la guerra che diventa sempre più intollerabile in termini di costi
umani, economici e di immagine.
La situazione è ben
sintetizzata dal senatore Gruening (24/2/1968):
“Tre ragioni principali presiedono al nostro ritiro dall'assurda guerra
del Vietnam:
1) le perdite hanno raggiunto cifre spaventose e tutti i nostri sforzi
si sono dimostrati inutili;
2) ormai sappiamo che non possiamo vincere militarmente questa guerra;
3) gli ultimi avvenimenti – l'offensiva vietcong contro le grandi città
sudvietnamite, inclusa Saigon – hanno dimostrato che il governo
sud-vietnamita è totalmente impotente e in realtà non esiste più”.
(immagine di L. Burrows - Life)
I moti studenteschi ed
operai, che nei mesi successivi si svilupperanno poderosi in tutto il
mondo, prendono a simbolo l'eroica resistenza del popolo vietnamita, un
popolo di contadini che sfida il gigante imperialista: dunque osare si
può.
I nomi di Ho Chi Minh e
di Giap echeggeranno per anni negli slogan della migliore gioventù in
tante parti del mondo sviluppato e nelle lotte antimperialiste. Oggi, a
quarant'anni di distanza, vale la pena riflettere su quel periodo
storico per non dimenticare, ma anche per trarne qualche insegnamento.
Franco Iachini, Associazione Italia-Vietnam- ROMA
franco_iachini@fastwebnet.it |